Quirinarie: ecco perché non vinceranno né Prodi, né Bersani

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Questo post è scritto all’1 del mattino e ne programmo la pubblicazione per mezzogiorno e cinquanta del 29 gennaio, vale a dire 70 minuti prima che si sappiano i risultati delle Quirinarie. Vediamo se ci azzecco anche stavolta.

Io naturalmente spero di essere smentito dai fatti, ma temo che alle Quirinarie andrà a finire così: Prodi o Bersani, come dice anche Peter Gomez, sono due candidati che, se scelti e votati in massa dal M5S in Parlamento, metterebbero Renzi e i renziani (più che l’intero PD) in grande difficoltà. E, di conseguenza, non saranno affatto scelti dal popolo del moVimento, che fino a oggi si è distinto per “vivere su Urania“, come dice Antonio Padellaro, e ha in orrore qualunque strategia o tattica che consenta di fare politica in modo appena astuto.

Perché si può ragionevolemente supporre che almeno i bersaniani e le altre minoranze del PD voterebbero molto volentieri per Bersani (meno per Prodi, come s’è già visto in passato, ma chi può dirlo: gli errori in politica si fanno per cercare di non ripeterli). Quindi, Renzi si troverebbe davanti a una scelta: o fare buon viso a cattivo gioco, e appoggiare con slancio Bersani (o Prodi), eleggendo così un Presidente della Repubblica del PD, sì, ma su proposta del M5S. Questa sarebbe all’improvviso la più grande vittoria strategica, tattica e politica del M5S, che potrebbe perfino avere conseguenze negative sulla tenuta del Patto del Nazareno o del Governo.

In alternativa, Renzi potrebbe forse opporsi alla candidatura Bersani (o Prodi) e continuare a spingere per figure meno sideralmente lontane a Berlusconi, da Mattarella in giù, da eleggere coi voti di FI, NCD, SC e magari altre forze. Questa sarebbe una scelta sbagliata e sciocca (a mio parere) da parte di Renzi, perché da un lato spaccherebbe in modo plastico il partito e sarebbe forse l’ultimo strappo contro l’area Bersani. Dall’altro lato, segnerebbe anche una totale e irrecuperabile fine dei rapporti con il M5S.

Voi mi direte: ma già si odiano, più di così? Ebbene, no. Ora che l’Italicum sta andando in porto, Renzi sa di dovere cominciare a preoccuparsi di risultare “il meno peggio” in un ipotetico ballottaggio contro Matteo Salvini agli elettori del M5S che, stando ai sondaggi, dovrebbero essere diversi milioni e vedere il loro partito arrivare terzo alle prossime elezioni politiche, in caso il centro-destra si presenti unito. Uno degli aspetti positivi dell’Italicum, infatti, è che è una legge elettorale che lascia completamente aperta la vittoria finale e il 53% dei seggi ad almeno tre forze politiche: PD, Centrodestra unito e M5S. Due fra queste tre dovrebbero giocarsela al ballottaggio, poiché al momento sembra improbabile che il PD, da solo o perfino con SeL, possa ripetere l’eccezionale risultato del 40% delle scorse europee e vincere il premio di maggioranza senza passare per il ballottaggio.

Ecco che, nell’ottica di un futuro ballottaggio, concedere oggi una chiara vittoria politica al M5S sul nome del Presidente della Repubblica potrebbe alla fine convenire a Renzi. E poi, tutto sommato, un Bersani al Quirinale non sarebbe un enorme macigno per il Presidente del Consiglio. Discorso diverso, con ogni probabilità, nel caso di un Prodi. Ma qui si va troppo avanti e per ora godiamoci queste quirinarie, che almeno hanno il pregio di proporre dieci nomi di prestigio (e nessun Magalli, se dio vuole; peccato però per la mancanza di Emma Bonino). Resto tuttavia pessimista: purtroppo vincerà un nome nobilissimo che non servirà a niente, non metterà assolutamente in difficoltà Renzi e farà fare al M5S la solita figura da completi impolitici.

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Paragonare la Shoah alla catena alimentare

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Ok, l’ultima cagata che si trova sui social network è la campagna di qualche minus habens animalista che nella giornata della memoria ha pensato bene di paragonare la Shoah alla catena alimentare, sostenendo che ciò che l’Uomo fa agli animali che mangia è pari a ciò che Hitler ha fatto agli ebrei.

Mi domando sempre: ma come mai gli animalisti non fanno campagne contro il fatto che ogni anno milioni di gazzelle vengono addirittura mangiate vive da migliaia di leoni? O che miliardi di pesci piccoli vengono niente meno inghiottiti vivi da miliardi di pesci grossi? Tralascio il fatto che chi paragona un genocidio criminale alla catena alimentare è per me una persona con enormi lacune storiche, filosofiche, etiche, culturali e morali.

Charlie Hebdo: il dilemma morale della sinistra riformista

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Terrorism. A Philosophical InvestigationNel suo saggio sul terrorismo Terrorism. A Philosophical Investigation, il filosofo russo Igor Primoratz spiega che ogni atto terroristico ha due obiettivi: uno primario e uno secondario. Quello secondario è colpito direttamente (la vera e propria vittima dell’attentato: nel caso di Parigi i giornalisti, i vignettisti chiamati per nome, più i poliziotti uccisi come “danno collaterale”) e quello primario è costituito da un gruppo sociale (o dall’intera società) che i terroristi cercano o sperano di terrorizzare colpendo il loro obiettivo secondario.

Nel caso dell’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, l’obiettivo primario è il multiculturalismo francese, la libertà di stampa, la libertà di parola, la libertà di satira. In una parola: la democrazia così com’è vissuta in quella fetta di Occidente che è per il pluralismo, la convivenza e la laicità, intesa come una forma di reciproca tolleranza però non indiscriminata. Ossia, una tolleranza che non ha alcuna remora a stabilire delle regole a cui tutti i cittadini devono attenersi, a cominciare dai nuovi arrivati, che magari provengono da culture diverse, spesso prive delle idee-cardine di laicità e di tolleranza. La laicità è quel valore che separa in modo rigido lo Stato dalle religioni. Tutte.

L’analisi di Primoratz è preziosa perché ci aiuta a definire con chiarezza cosa vogliono ottenere, politicamente, i terroristi islamici con l’attentato di Parigi. L’obiettivo “grande” o primario dei terroristi è arrivare allo scontro di civiltà fra Occidente e Islam, nella fideistica convinzione di poter vincere militarmente il confronto con l’Europa (esito, in sé, che nessuno può davvero escludere). Un’Europa – o meglio ancora un Occidente – disprezzata come realtà moralmente corrotta, molle, inutile e da sottomettere, termine chiave non a caso scelto dallo scrittore Michel Houellebecq per il suo nuovo romanzo di fantapolitica uscito ieri in Francia (Sottomissione, in edizione italiana per Bompiani dal 15 gennaio).

Come si arriva a questo obiettivo “grande”? Per gradi. Il primo è di fare il possibile perché l’Occidente in generale e la Francia in particolare smantelli le proprie politiche di multiculturalismo e di pluralismo. Nel 2015, il 10 per cento dei cittadini francesi è di religione musulmana. Non è una convivenza facile, ma è una convivenza che esiste, attraverso mille contraddizioni. E’ però una convivenza che può essere cancellata attraverso politiche di tipo maccartista: colpevolezza per sospetto, deportazione, chiusura delle frontiere e infine abrogazione della libertà di parola e di religione. Vale a dire, trasformando la Francia da una democrazia plurale a qualcosa di diverso. Uno Stato governato da politici magari neofascisti e xenofobi – democraticamente eletti, come fu per Hitler – che soffino sulle paure della popolazione e spingano per una risposta alla Maurizio Gasparri, il quale si è distinto ieri per aver invocato subito la risposta militare contro “le basi del terrorismo” che, se dovessimo chiederglielo, non saprebbe nemmeno indicare su una cartina geografica.

Una volta raggiunti questi tre primi obiettivi (fine del multiculturalismo, vittoria dei partiti xenofobi e maccartismo culturale) il passo successivo è arrivare alla guerra guerreggiata, allo scontro di civiltà vero e proprio combattuto dagli eserciti.

Naturalmente ottenere questo risultato nel XXI secolo è difficile, ma non certo impossibile. Un modo molto sottile e, occorre purtroppo ammetterlo, intelligente (lo dico esprimendo tutto il mio personale odio e disprezzo contro i terroristi) è per esempio trucidando una crema di intellettuali laici, anarchici e di sinistra, in modo da suscitare anche in quella fetta di opinione pubblica laica, anarchica e di sinistra, di solito refrattaria alle tentazioni militariste, l’istinto di scendere su un piano da occhio per occhio.

La strage nella redazione di Charlie Hebdo è dunque non soltanto il peggiore attacco terroristico della recente storia francese, ma è anche, da un punto di vista politico, più gravido di conseguenze di un attentato indiscriminato. I vignettisti ammazzati sono simboli di pluralismo e sono una perdita personale, familiare vorrei dire, di tutti gli occidentali, non solo dei loro parenti di sangue. Potenzialmente quello di ieri è il gesto che gli storici del futuro sceglieranno per indicare l’inizio dello scontro di civiltà fra Occidente e Islam. E’ anche un fatto che presenta un dilemma morale di difficile soluzione per tutte le persone di Sinistra, e mi riferisco non alla Sinistra inutilmente pacifista a prescindere, che nel 1939 invocava l’appeasement perfino contro Hitler, ma alla sinistra moderata e riformista che quando ha visto seriamente minacciato il proprio ordine di valori ha votato l’entrata in guerra contro i totalitarismi.

(Ripubblicazione integrale del mio pezzo per Il Fatto Quotidiano)

Londra, dieci ore, sedici anni dopo

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Londra, il palazzo della BBC

Londra, il palazzo della BBC

Ok, ok: spendere dieci ore a Londra, camminando nel cuore della city non è certamente sufficiente per farsi un’impressione della situazione reale dell’intera metropoli. E’ però sufficiente per fare un confronto con la stessa camminata di 16 anni prima, negli stessi luoghi. Allora, premesso che ho dato uno sguardo solo alla parte mostruosamente più ricca della metropoli mostruosamente più ricca del Regno Unito, e che quindi queste righe si riferiscono solo a questa crema della crema, posso dirvi che il cuore di Londra nel 2015 è un quadrilatero di strade molto più ricco rispetto alla stessa zona di 16 anni prima, e molto più italiano.

Non so in quante altre città al mondo è possibile entrare in una cartoleria, in una strada commerciale fatta soprattutto di eleganti ma non spettacolari case vittoriane che si alternano a lussuosi bar e pochi ristoranti (e quindi: non di eccezionali boutique di maison di fama internazionale, o di sedi centrali di banche d’investimento, o di palazzi nobili o magioni aristocratiche) uscirne, e vedere parcheggiate lungo il marciapiede (!), nel giro di 200 metri: una Bentley Continental (187mila Euro su Quattroruote), una Aston Martin DB9 Coupé (185mila Euro), tre Porsche 911 (109mila Euro), Porsche Cayenne comuni quanto da noi le Nuove Fiat Cinquecento e Mini Cooper nuove di zecca a profusione, ogni tre per due. Mi spiego: è possibile che nel cuore di Milano, o di Parigi ci sia un’inflazione di auto di prestigio di questo stesso livello, ma tendono a essere parcheggiate in garage al coperto, con diversi livelli di sicurezza. Non per strada. A Londra, invece, sono proprio parcheggiate per strada, come a dire: prendo la Bentley perché devo andare a comprare due paste. Sorge dunque il sospetto: se entrassi in un parcheggio coperto con guardiania, cosa ci trovo dentro, esattamente? L’Enterprise di Star Treck, naturalmente l’ultimissima generazione?

L’altra caratteristica, come dicevo, è l’invasione degli italiani. Siamo dovunque, nel cuore di Londra. Certo: ricopriamo per lo più mansioni umili, ma siamo: in tutti i bar, in tutti i caffè, in tutti i ristoranti. Siamo omnipresenti nelle boutique d’alta moda, ma anche nelle catene d’abbigliamento. Siamo la spazzina notturna di King’s Cross, il netturbino che fischietta ironico “O sole mio”, il lavavetri (di vetrine) che urla in romano, all’altro lavavetri “Carlo! Vièqquà!”. Anche quando parliamo inglese, e lo facciamo spesso, il nostro accento ci tradisce, almeno all’orecchio di un altro italiano.

Altro elemento notevole: anche Londra, al pari di Leeds, è una città di una pulizia impressionante. Difficile incontrare una cartaccia o una bottiglia di plastica o una busta di plastica (figurarsi una deiezione canina) per le strade. Non ci sono. Nemmeno nei vicoli secondari. A Leeds non ci sono nemmeno sui lungofiumi dove si va solo a correre e immagino che gli spazzini passino forse una volta al mese: ne deduco che più che avere un efficientissimo sistema di nettezza urbana, è la gente che proprio non sporca. La stessa cosa vale per queste strade centrali di Londra, con la sensibile differenza che Londra ha 8,6 milioni di abitanti e 19 milioni di turisti annui, mentre Leeds no. Per altro, il dato è preso dall’Evening Standard e segna un boom demografico di Londra come non si vedeva dal 1939, che pone la capitale britannica sopra anche a New York quanto a residenti.

Per ultimo, una nota sui passanti. Ho avuto l’impressione che la gente fosse generalmente vestita in gran tiro, ma non per qualche motivo speciale, semplicemente perché quella è la mise per andare al lavoro. Tutti molto eleganti, con delle belle scarpe inglesi assai ricercate, con colori che si sposavano insieme senza problemi (maggioranze di toni scuri per gli uomini, di marroni per le donne). Capelli curati e tagliati di fresco, pochi tatuaggi per le persone sopra i 35 (ma era un giorno fresco ed erano pochi i ragazzi in maglietta e basta), virtualmente tutti con uno smart phone di ultima generazione in mano o all’orecchio. Moltissime le borse di cuoio italiano, le ventiquattro ore di pelle. Orologi chic, unghie ben curate per le donne. La componente gay è ovviamente benissimo presente ed è molto, molto serena e consapevole di vivere e lavorare nel cuore del cuore del mondo, nella capitale del pluralismo, della libertà, della postmodernità, del benessere non solo occidentale, e dei diritti civili. E’ un tipo di gay che sembra uscito da un libro di Bret Easton Ellis: firmatissimi, eleganti, curati, snob, chic. Ogni tanto trovi anche il gay radical-chic, quello intellettuale, ma sono meno frequenti.

In definitiva, Londra nel 2015 fa apparire Ottawa per quello che è (e che si è sempre pensato che fosse): una paciosa, insulsa e gelida cittadella di provincia, appena fondata e del tutto ignara del jet set mondiale. Roma, invece, nel confronto appare come una sporchissima capitale mediterranea del secondo mondo, dove pochi sono davvero molto benestanti, forse perfino del livello di Londra, e moltissimi sono lì che fanno le valigie per emigrare in cerca di miglior fortuna. Verso dove? Ma verso Londra, ovviamente.

Befana a Londra

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london_2423609kCom’è come non è, domani la compagna di viaggio e io si va a Londra. Ufficialmente per un colloquio di lavoro, più probabilmente solo per visitare l’unica città inglese che è saldamente nel 21° secolo, o forse già nel 22°. L’ultima volta sotto il Big Ben risale a moltissimi anni fa, e infatti non ricordo proprio quando fosse: possibile il 1999? Già all’epoca, Londra non mi aveva conquistato e l’avevo soprannominata “un luna park per adulti”. Da allora pare che la città abbia fatto il possibile per avvicinarsi quanto più possibile alla mia definizione un po’ cattivella, e nel suo skyline ha aggiunto la ruota panoramica e una specie di enorme supposta che, in teoria, dovrebbe essere un grattacielo molto stiloso.

Prossimamente su questi schermi vi racconterò la mia impressione del 2015 nei confronti di una delle città più discusse del momento. Stay tuned.