Se l’umorismo è un mezzo per imparare meglio

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Ero lì tutto impegnato a leggere per il mio corso sul blended learning, quando mi imbatto nella seguente affermazione:

Emotions are inseparably linked to task motivation and persistence, and, therefore, to critical inquiry. In our model, emotional expression is indicated by the ability and confidence to express feelings related to the educational experience. It has been noted that critical thinking is facilitated by the socio-emotional support of others (Brookfield, 1987). Two examples of emotional expression that bring people together in a community are the expression of humor and self-disclosure.
Humor, specifically, has been identified as a contributive factor to social presence and subsequently to learning. Gorham and Christophel (1990) note that humor is like an invitation to start a conversation; it aims at decreasing social distance, and it conveys goodwill. Eggins and Slade (1997) postulate a connection between humor and critical discourse, in that, “the construction of group cohesion frequently involves using conversational strategies such as humorous banter, teasing, and joking. These strategies allow differences between group members to be presented not as serious challenges to the consensus and similarity of the group” (p. 14).

Cioè praticamente io quando insegno applico il meglio della teoria della presenza sociale (social presence) senza nemmeno saperlo. Di più, io applico la Roman Theory of Social Presence, dal momento che uso sempre una tipica ironia romana, verso i miei studenti. Chi mi ama e chi non mi capisce proprio, devo dire…

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Governo Renzi: mi pare un buon inizio (poteva andare molto peggio)

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Temevo francamente che avrebbe dovuto concedere di più agli alleati di Destra. E’ andata piuttosto bene, alla fine, con tante donne giovani e uno sbilanciamento fra Toscana ed Emilia Romagna. Ecco i nomi dei ministri del primo governo Renzi:

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: Graziano Delrio (PD)

ministro degli Esteri: Federica Mogherini  (PD)
ministro dell’Interno: Angelino Alfano (NCD)
ministro della Giustizia: Andrea Orlando (PD)
ministro della Difesa: Roberta Pinotti (PD)
ministro dell’Economia e delle Finanze: Pier Carlo Padoan
ministro dello Sviluppo economico: Federica Guidi
ministro dell’Agricoltura: Maurizio Martina (PD)
ministro dell’Ambiente: Gianluca Galletti(UDC)
ministro delle Infrastrutture e trasporti: Maurizio Lupi (NCD)
ministro del Lavoro e Politiche Sociali: Giuliano Poletti
ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca: Stefania Giannini (SC)
ministro dei Beni culturali: Dario Franceschini (PD)
ministro della Salute: Beatrice Lorenzin (NCD)

Senza portafoglio:

ministro delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento: Maria Elena Boschi (PD)
ministro della Semplificazione e Pubblica Amministrazione: Marianna Madia (PD)
ministro per gli Affari Regionali: Maria Carmela Lanzetta (PD)

Emigro o no? Quando è meglio restare

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Poche ore fa ho ricevuto un commento a questo mio post da parte di Fabiana, persona che non conosco, e che descrive così la sua situazione: lei e il marito hanno in Italia due contratti a tempo indeterminato, ma il marito è stato contattato da una ditta di Toronto che lo vorrebbe assumere per premiare un software open source da lui inventato, che hanno scoperto in rete. Fabiana premette di non parlare una parola d’inglese e sa che all’inizio sarebbe disoccupata. Mi chiede: partire o no?

Ecco la mia risposta.

Ciao Fabiana, sia mia moglie che io vi consigiamo di rimanere in Italia con i vostri due lavori a tempo indeterminato. Vari i motivi, vediamoli brevemente insieme:

1) i contratti a tempo indeterminato sono una rarità tanto in Canada quanto in Italia. Se non ci sono segnali concreti di bancarotta o chiusura per altri motivi delle ditte per cui lavorate, voi non avete bisogno di andare a rischiare il certo per l’incerto in un’altra cultura, lontana da casa, della quale tu non parli nemmeno la lingua.

2) La scelta che avete davanti, lo capisci da te, è probabilmente la più importante della vostra vita. Significa: vuoi rimanere a vivere nel tuo paese, circondato da amici e parenti, avendo la possibilità di capire tutto ciò che ti viene detto in italiano sempre, anche quando non è detto a te (prendi un autobus e ascolta: se la gente parla nella tua lingua dovresti essere in grado, anche di spalle e senza vedere chi parla, di capire età, estrazione sociale, sesso, provenienza regionale degli sconosciuti che parlano; immagina che parlino in inglese, ora: anche dopo 10 anni di studio della lingua, ti dice bene se riesci a capire una parte di ciò che hanno detto, e basta), oppure vuoi diventare un emigrante per il resto della tua vita? Perfino in Canada, una delle terre più accoglienti, gli emigranti di prima generazione vivono nei margini. Magari ci stanno benissimo, ma certo non quanto stavi bene nel tuo paese con un buon lavoro.

3) La vita dell’emigrante non è semplice. Si emigra soprattutto per necessità, per esigenze personali o d’amore, per uscire da una frustrazione, per ricominciare da zero. E però paghi un prezzo non piccolo: ti senti sempre diviso in due, fra il dove sei in quel momento e il dove vorresti essere invece. Se hai genitori in Italia, saranno anziani, e li potrai vedere solo 1 o 2 volte l’anno. Ti perderai ogni loro importante compleanno. E perderai anche i compleanni o anniversari o matrimoni o funerali di persone a cui tieni molto, eventi ai quali saresti andata se fossi vissuta in Italia. Se avete animali domestici, dovrete darli via, perché le pratiche per il loro spostamento sono complesse e costose, e si dovrebbero ripetere a ogni viaggio.

4) Il tempo atmosferico e il cibo. Per quanto Toronto non sia affatto la peggiore città del mondo dove vivere quanto a tempo atmosferico e cibo, non c’è nessun paragone possibile con le città del Centro e Sud Italia. Un solo esempio: ti piace il vino rosso? In Italia puoi trovare delle buone bottiglie a 3 euro, 3,5 euro. A Toronto il minimo sono 8-9 dollari, e si tratta di vini non eccezionali.

5) Non sarà certo il vostro caso, ma hai pensato a cosa potrebbe succedere se vi licenziaste, emigraste in Canada e poi divorziaste per qualunque motivo? Ti troveresti in un Paese straniero, disoccupata o con un lavoretto precario, e avendo lasciato il tuo contratto a tempo indeterminato in Italia. Saresti probabilmente costretta a tornare in Italia, ma da disoccupata.

L’emigrazione in Canada, cara Fabiana, è per chi in Italia non ha alternative. Non ha un lavoro, o ha un lavoro che sta per finire per l’ennesima volta. Per chi è rimasto solo, e può raggiungere una nuova vita, magari un nuovo amore, o un nuovo figlio adottivo, in Canada. Non è per chi ha contratti di lavoro a tempo indeterminato e non ha mai pensato di fare un passo così grande. Datemi retta: rimanete dove siete, non ve ne pentirete se i vostri lavori non si interromperanno.

I padri costituenti canadesi

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macdonald-chro-1867bMi piace quando uno storico sa inquadrare in poche righe l’essenza e la diversità di un gruppo di padri costituenti (quelli canadesi) rispetto a un altro gruppo di padri costituenti (quelli statunitensi). Donald Creighton, storico liberale e sostenitore di un Canada unito e forte, a discapito dei poteri delle province e delle varie minoranze che lo compongono, parlando di chi condusse nel 1867 il Canada alla costituzione della Confederazione, li dipinge così, in un pezzo assai famoso e molto citato:

They were mid-Victorian British colonials who had grown up in a political system which they valued. and which they had not the slightest intention of trying to change by revolution. For them the favourite myths of the Enlightenment did not possess an even quaintly antiquarian interest … They would have been skeptical about both the utility and the validity of abstract notions such as the social contract and inalienable rights of man … God, not government, these British Americans believed, could alone effect the regeneration of mankind. But government, within the limits of the humanly possible, must unquestionably be sovereign. (The Road to Confederation. The Emergence of Canada, 1863 – 1867.)

Uno-due Di Battista/Augias: Invasioni barbariche da bocciare

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Ho finalmente visto la doppia intervista di Bignardi a Di Battista e Augias. Analisi tecnica: le domande a Di Battista, sostanzialmente, sono mancate. La clip su di lui mirava a farlo apparire come un ragazzino che ogni tanto infila una parolaccia. L’atteggiamento di Bignardi era da chi si ritiene superiore, più consapevole e acuta di un parlamentare. Lontani dal giornalismo che piace a me. Insistere sul padre fascista mi è sembrato inutile, dal momento che per fortuna in Parlamento non siede il padre.

Lo scoop: Di Battista è stato un bravo e amato catechista ed è molto credente, francescano, da quanto capisco. Fino a qui alla Bignardi do un 5, perché si è lasciata scappare l’occasione di fare un’intervista stringente al personaggio del momento.

La cosa grave è stata aver preparato il commento a Di Battista con la scusa dell’intervista successiva ad Augias. Che ha straparlato di fascismo inconsapevole, mentre continuo col sostenere che l’operato del M5S non ha niente a che vedere con il fascismo. E’ che in Italia si è perso del tutto il senso delle parole. Su Augias però va detto: lui il senso delle parole lo conosce. E siccome è un intellettuale, sembra che abbia parlato con la tessera del PD più che col cervello. Giudizio complessivo su Le invasioni barbariche: 4-.

Ben venga l’e-pedagogy, purché si mantenga ferma l’importanza della valutazione da parte dello studente

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Scusate per il titolo che non è un titolo per quanto è lungo, ma sono rimasto molto colpito dalle conclusioni di questo articolo scritto da Bobby Elliott riguardo a “E-pedagogy & E-assessment”. L’articolo, in due parole, presenta le novità alla base della cosiddetta e-pedagogia, vale a dire la pedagogia che si sta sviluppando dalla presenza del web 2.0 nelle nostre vite. Per chi avesse bisogno di rinfrescare cosa sia il web 2.0: è il termine che descrive l’internet di seconda generazione, incentrato sull’abilità di ciascun utilizzatore a interagire e condividere informazioni online; un sito web che non prevede interazione, tipo questo mio vecchio, è un esempio di web 1.0; un blog che prevede lo spazio dei commenti previa registrazione potrebbe essere considerato un esempio di web 1.5; mentre una pagina di Facebook dove tutti possono pubblicare non solo commenti ma anche contenuti audio e video, è un esempio di web 2.0.

Ok, tornando a Bobby Elliott: al termine del suo pezzo conclude in questo modo:

For example, a “traditional” assessment task relating to History might ask students to describe the rise of Nazism in Germany in the 1930’s. The evidence would be an essay, produced alone, under controlled conditions without reference to notes or other support materials. The equivalent “assessment 2.0” task would set the broad area of investigation (the rise of Nazism) but allow each student to choose a specific topic (such as the support given to the Nazi Party by US corporations). The assignment would be done collaboratively, in groups set by the teacher, with each member of the group choosing a specific sub-topic to research (such as the Nazis’ use of IBM computers [sic]). The evidence would be in the form of a group blog, where each member of the team would post their findings (which would include hyperlinks to webpages, audio and video material) and the assessment would involve an element of self- and peer-assessment (along with teacher assessment). Unlike the essay, the blog may not require students to make any conclusions beyond reporting their findings via the blog, on the basis that any conclusions reached by the average 16 year old about such a complex period in history are likely to be superficial. This would contrast with the traditional approach, which would require a structured essay that is effectively an academic paper written by a child – and one greatly inferior to that found on Wikipedia (unless it was copied from there). [Sottolineatura mia]

Ora, a parte che non mi risulta che i 16enni siano normalmente studenti universitari (e il pezzo si riferisce a questi), c’è da dire che per come la vedo io non ha importanza che il saggio accademico scritto dal 16enne sia di basso valore accademico assoluto.

L’obiettivo di questo genere di compito non è, per ora, la pubblicazione su una rivista accademica. E’ l’allenarsi a usare la mente a introdursi in un mondo (quello della storia del nazismo, nel caso dell’esempio presentato), a capirne alcuni aspetti (l’influenza e l’appoggio delle corporazioni USA nei confronti del partito nazista), ad approfondire selezionati elementi (l’uso delle apparecchiature meccanografiche dell’IBM nei meccanismi di conteggio e addizione amministrativa dei campi di concentramento da parte dei nazisti) a confrontare e comparare diverse fonti fra loro e, QUINDI, a valutare, tramite proprie conclusioni, un fenomeno storico. Se togliamo la compnente della valutazione, o della conclusione, o del soppesare individualmente la conoscenza acquisita, togliamo una porzione molto significativa del processo educativo.

Allora mi domando: che tipo di cittadino vogliamo formare? Perché al dunque questa è la domanda che sta dietro a ogni forma di istruzione. Uno che si limiti a sapere dove trovare determinate informazioni, o uno che sappia dove trovarle, ne approfondisca un contenuto e, dopo aver letto almeno due o tre fonti diverse, offra una valutazione personale del fenomeno, in modo che si alleni a valutare, a criticare, le circostanze socio-politiche attorno a lui? A me interessa la seconda che ho detto. A voi?

Ma Pd e M5S condividono la stessa arroganza

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Dario quando parla di politica dice spesso cose di buon senso, facili da condividere. Come in questo caso.

Il lato fucsia della forza

In questi giorni sono nel mirino dei piddini, che mi accusano di chiare aperture a Grillo e al suo partito – aspetto con ansia il momento in cui verrò tacciato dagli stessi di squadrismo e di propensione al fascismo – e allo stesso tempo da certa militanza grillina, che mi etichetta come servo del potere, alleato alle banche, alle mafie e tutta quella roba lì.

Premettendo che se fossi della casta non starei a perdere il mio tempo a rodermi il fegato per un’Italia migliore e non lavorerei in una scuola pubblica per 1300 euro al mese (quando ci sono, con contratto da precario), e aggiungendo che non credo affatto che il voto al M5S sia antidemocratico, cercherò di sintetizzare il mio pensiero andando per punti.

1. Non votare Grillo non significa necessariamente votare Pd o Forza Italia. Personalmente credo che non voterò fino a quando il quadro istituzionale non…

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