Più diplomi che mura di casa

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E’ arrivato il mio settimo diploma. Il primo non italiano. Mancano solo le mura di casa a cui appenderli, poi è fatta.

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L’omofobia di Rosy Bindi

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Il post seguente è stato rifiutato dalla redazione de Il Fatto Quotidiano con la seguente motivazione: “Ciao Sciltian,
ti ringrazio per averci provato, ma purtroppo il problema rimane. […], ma si tratta di una questione tecnica. se noi scriviamo Rosy Bindi è malata di omofobia, poiché siamo una testata giornalistica con un codice deontologico , Rosy Bindi ci querela. Quindi sentiti pure libero di pubblicare il post nel tuo blog, che è soggetto a regole diverse.

Non condivido la motivazione di questa piccola censura, perché è mia opinione che chi dice le frasi dette da Rosy Bindi (e riportate nel pezzo) è omofobo de facto, e una eventuale querela serve semmai a sancire la cosa anche a livello di Tribunale. Non è che se un giornale evita di scriverlo, quella persona diventa non omofoba. E’ solo l’ennesima dimostrazione di quanto indietro sia la società italiana sul tema dell’omofobia, redazioni dei giornali di opposizione inclusi. Ai miei lettori decidere se il pezzo in questione è da censurare o no. S.G.

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Un partito che voglia dirsi “democratico” può permettersi di avere un presidente omofobo nel XXI secolo? In Europa occidentale la risposta è no. La riflessione vale anche per un partito che voglia dirsi “liberale” o “conservatore” e senta la necessità di tenere alta la distanza dalla Destra reazionaria o filonazista.

L’on. Rosy Bindi è malata di omofobia e dimostra questa sua patologia nel momento in cui dice frasi agghiaccianti tipo quella che l’ha resa celebre in Canada e nel resto d’Occidente: «Il desiderio di maternità e di paternità un omosessuale se lo deve scordare. […] Non sarei mai favorevole al riconoscimento del matrimonio fra omosessuali: non si possono creare in laboratorio dei disadattati. È meglio che un bambino cresca in Africa.» (12 marzo 2007). Cinque anni dopo Bindi dimostra di non aver imparato nulla dai propri errori. Per rispondere all’ennesima barbarie omofobica proveniente dal segretario coi fili del Pdl, Angelino Alfano, l’ex ministro del governo Prodi ha dichiarato a Sky: «La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la Costituzione. Ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo». (11 marzo 2012)

Sulla vistosa contraddizione giuridica della sentenza n.138 2010 (15 aprile) della Corte Costituzionale che ha di fatto subordinato la Costituzione al Codice Civile, si è di recente espresso il giurista Persio Tincani in un ottimo intervento su Micromega e a quello rimando quando la poco onorevole Bindi tira in ballo la Costituzione. Ricordo solo che il Codice Civile italiano è stato scritto in epoca fascista e che proprio in tema di matrimoni alcuni suoi articoli sono dovuti essere abrogati (la cosiddetta “defascistizzazione” del Codice) perché apertamente razzisti, come il 91, che difendeva la purezza della razza italica dai matrimoni “misti”.

Ma il problema qui è nella patologia espressa dalla signora Bindi. Parlo proprio di “patologia” perché intendo il termine “omofobia” secondo l’affermata definizione usata da Martin Kantor: una manifestazione di sessuofobia dovuta al fatto che i genitali sono anatomicamente vicini agli organi escretivi, motivo per cui gli omofobi provano schifo o disgusto verso ogni atto sessuale, specialmente orale e anale (1998, 13-6). In questo senso, l’omofobo può odiare qualunque atto sessuale, sia esso eterosessuale o omosessuale. Gli omofobi, secondo Kantor, soffrono di un disturbo emotivo, sono individui in perenne conflitto fra i loro desideri segreti che guidano le loro paure manifeste.

Pochi omofobi e pochi sessuofobi ammettono di essere omofobi o sessuofobi e su questo Rosy Bindi non fa eccezione. Alcuni fra loro citano a sproposito le Sacre Scritture (vedere il capitolo “Dio odia i finocchi” del saggio Gay: diritti e pregiudizi per approfondire il tema) come motivo della propria omofobia, altri citano (sempre a sproposito, vedere in particolare gli artt. 3 e 29) la Costituzione italiana. La realtà è, sostiene Kantor, che citano la Bibbia perché sono omofobi, e allo stesso modo, aggiungo io, citano la Costituzione perché sono omofobi.

La società italiana, culturalmente, è una delle più omofobe dell’Occidente e i motivi di questo fatto non sono in realtà chiarissimi. Diversi studiosi indicano l’influenza che il cattolicesimo ha avuto per millenni sulla penisola come una delle maggiori cause di questa anomalia italiana. Il sociologo Marzio Barbagli ha dedicato vari studi a questa peculiarità della società italiana e l’ha collegata alla mancata parità fra uomo e donna che persiste in Italia più che nel resto d’Occidente sotto tutti i punti di vista, dall’economico al culturale. In un’intervista a Repubblica ha affermato: “Siamo ancora una società fortemente eteronormativa (la pretesa della cultura eterosessuale di interpretare se stessa come esprimente tutta la società, inclusa quella parte che eterosessuale non è, nda) che tollera di più ma non accetta ancora, e questa contraddizione è lo scoglio da superare, forse più dell’intolleranza manifesta.

Che la società italiana sia arretrata sul tema dei diritti civili rispetto all’Occidente è un fatto indiscutibile. Chi però riveste ruoli di rilievo nell’agone politico non può permettersi di essere a sua volta vittima di situazioni di ignoranza, di patologia o di semplice discriminazione. Basterebbe sostituire il termine “ebreo” al termine “omosessuale” dalla frase di Bindi del 2007 per rendere chiaro che chi incita alla discriminazione e al mantenere lo statu quo d’ineguaglianza contro le persone GLBT non ha spazio nelle società moderne occidentali, men che meno all’interno di un partito che si richiama a principi di solidarietà e di uguaglianza sostanziale.  Onorevole Bindi, glielo chiedo come cittadino italiano prima ancora che come intellettuale: sul tema del diritto al matrimonio per tutti, si aggiorni o si dimetta dalla politica italiana.

L’ultima parola su Lucio Dalla

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ImmagineMolti anellidi hanno seguito lo scambio fra Aldo Busi e me sul Fatto Quotidiano e sul blog Altriabusi, riguardo alla ennesima presa di posizione controcorrente di Busi. Ora che un po’ tutti in Italia hanno detto la propria, io aggiungo qui una mia ultima riflessione: se Lucio Dalla, dall’alto della sua IMMANE popolarità, non fa coming out per portare i suoi 2 centesimi (che magari sarebbero stato 200, visto l’ascolto di cui godeva a vari livelli, non solo tra il popolo) alla causa GLBT, chi lo deve fare? Gli adolescenti di 13 anni? Suvvia. Dalla ha fatto malissimo a nascondere la sua vita sentimentale, a nascondere il suo orientamento sessuale, perché lui poteva e doveva alzare un dito e diventare l’Elton John italiano, visto che lo era già su altri livelli. Il punto è che ha deciso di NON FARLO, e ha fatto male lo ripeto, ma che vogliamo fare, glielo rimproveriamo il giorno del suo funerale, da morto? Non direi sia utile, se non a far parlare di chi lo rimprovera.

Omofobia all’italiana

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E’ proprio un anno bisestile, perché, per una volta, ha ragione Annunziata: è una grande ipocrisia della Chiesa e della società italiana presentare al funerale di Lucio Dalla in chiesa il  suo ex compagno come “il suo più stretto collaboratore”, quando – a quanto pare, e ho personalmente verificato due fonti diverse – tutti sapevano che fosse il suo compagno. Anche Marco Alemanno stesso, che si lascia presentare non come il suo compagno non ci fa una gran figura, ma siccome il giovane uomo è sconvolto dal dolore, è probabile che non si sia nemmeno accorto di come lo hanno presentato (e non c’è la benché minima ironia o sarcasmo, in queste mie righe: il dolore di Marco Alemanno è ben visibile a tutti). Diciamo che siamo dinanzi all’ennesimo caso di omofobia/ipocrisia all’italiana, e amen.

Tuttavia, questo non è in contraddizione con quanto da me rimproverato ieri a Busi, perché lui ha aggredito Dalla, la sua vita e la sua opera, da morto, mentre ribadisco che avrebbe dovuto dire quelle cose – in parte condivisibili – a Dalla vivo, non a Dalla in bara. A Busi devo una replica, che arriverà non appena ho tempo (ho una scadenza accademica oggi, non me la sto tirando: si lavora).

Lucio Dalla, in memoria

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Come per Lucio Battisti, l’opera di Lucio Dalla è stata la colonna sonora della mia famiglia da ancor prima che io nascessi. E, penso, la sua opera è stata la colonna sonora della famiglia di tutti gli italiani oggi vivi. Innumerevoli sono le canzoni che hanno segnato stagioni della vita dei Gastaldi. Una fra le cento che ricordo con commozione e che so cantare da cima a fondo è L’anno che verrà. Cantandola ancora una volta a squarciagola, saluto la morte di uno dei massimi menestrelli del XX secolo.