L’importanza dell’istruzione

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Insomma, al corso sull’insegnamento virtuale e misto (che sarebbe la traduzione italiana dell’espressione anglofona molto più comune “blended and online teaching”) hanno deciso di partire col darci, o dovrei dire ripeterci, una solida base teoretica circa l’importanza dell’istruzione e le varie scuole di pensiero sull’apprendimento (comportamentale, costruttivista, cognitivista e connettivista). Alcune delle cose lette sono già sentite, altre ancora sono addirittura già insegnate a mia volta, ma in generale il corso mi pare strutturato bene, in modo solido. Mi piace anche l’integrazione di video, letture, test, reazioni personali che sono state messe in campo.

Uno dei video di questo lunedì è ricavato da una TEDxNYED, vale a dire una conferenza TED (Technology Entertainment Design) per gli educatori che si tiene nella città di New York. Lo speaker è il sor Goerge Siemens, di cui potete leggere qui il profilo. Anche se questo genere di Conferenze TED spesso lasciano il tempo che trovano e producono scarsi se non nulli avanzamenti scientifici, è pur vero che ogni tanto i conferenzieri riescono a parlare in modo ispirato e ispirante. Buona visione!

Il Tempio della Letteratura

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Tempio della Letteratura di Hanoi, o Tempio Bai Duong, circa 1070 e.c.

Tempio della Letteratura di Hanoi, o Tempio Bai Duong, circa 1070 e.c.

Sempre all’interno delle mie lezioni sulla Storia del Vietnam, oggi ho scoperto che uno degli elementi costitutivi del villaggio vietnamita è il “Tempio della Letteratura“. Il più famoso di tutti è quello costruito ad Hanoi nel 1070 per volere dell’imperatore Ly Thanh Tong che lo dedicò a Confucio, nell’intento di rendere omaggio a eruditi e letterati. Si tratta infatti di una costruzione eminente e polifunzionale, posta di solito al centro del villaggio. Qui alcune foto degli interni. All’interno di questo grande tempio si istruivano i ranghi più alti dell’amministrazione pubblica vietnamita, si conservavano i testi di letteratura e poesia e gli archivi delle corti ma, soprattutto, questi templi servivano a ricordare per l’eternità i nomi di coloro che avevano ottenuto un dottorato. Ebbene sì, dal momento che per la civiltà vietnamita e confuciana l’istruzione e la coltivazione del sé hanno un ruolo preminente, chiunque arrivi a ottenere il massimo grado d’istruzione, il Ph.D. appunto, era meritevole di essere ricordato per l’eternità. Come? Scrivendo il loro nome su delle lapidi di pietra custodite appunto all’interno del Tempio della Letteratura.

Inutile dire che in una simile società, dove all’istruzione accademica è data tanta centralità, la punizione per chi barasse (copiando un esame o, Confucio non voglia, qualche pagina della propria tesi) in campo accademico era molto più che esemplare. Non solo l’espulsione immediata dall’università, ma addirittura l’ignominia eterna su di sé e sulle generazioni successive della propria famiglia, alle quali non sarebbe più stata consentita l’iscrizione in università.

Un tantinello eccessivo, forse, però è chiaro che nel contesto di una società in cui l’onore e il rispetto verso il più istruito, il più anziano, il più saggio è pressoché tutto… forse si può capire.

Altro elemento interessante, la piramide gerarchica della società confuciana e vietnamita: a capo di tutto, naturalmente, l’imperatore. Subito dopo gli studiosi. Poi i militari, quindi i contadini, gli artigiani e – ultimi – i commercianti, ritenuti addirittura dei parassiti in quanto che profittano dal lavoro degli altri e non producono niente. Da notare il livello altissimo dei contadini, responsabili del compito prezioso di sfamare la nazione. Più so di questa società vietnamita, più mi piace, devo dire.

Before Common Era

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Insomma da alcuni giorni sto seguendo le lezioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Ottawa, dove mi hanno offerto una sontuosa borsa di studio per fare ricerca sulla storia degli italiani a Ottawa. Mentre seguivo una di queste belle lezioni (incidentalmente, sulla Storia del Vietnam) la prof – cazzutissima e grandiosa – quando cita una data e la colloca “before” o “after” (e fin qui tutto bene)… “COMMON ERA“.

Eh già. Io, cresciuto troppo a lungo in ambiente italico-cattolico, mi aspettavo il “normale” riferimento a Cristo. Ma naturalmente, se uno spiega la Storia di uno stato non cristiano come il Vietnam, per quale motivo dovrebbe usare quel riferimento cristiano? Ecco che vengo a scoprire che gli storici laici, nel mondo, preferiscono questa forma: “Before/After Common Era”, con l’anno zero della common era (in italiano pare si dica Era Volgare, ma io preferisco Era Comune) con l’anno zero della sbagliata nascita di Cristo che tutti però crediamo sia nato nell’anno zero…

Che fatica aggiornarsi, per noi blogger della vecchia guardia

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Insomma, come vi sarete accorti a meno che abbiate problemi di vista, Anellidifum0, dopo non so quanti anni di una grafica minimalista, da oggi cambia colori e stile. Vi piaceva di più quella di prima, semplice semplice? Vi piace di più questa, colorata e più allegra? Scrivete pure ciò che ne pensate nei commenti, tanto poi la nuova grafica rimarrà questa lo stesso… no, scherzo, capace pure che ora ne cambierò diverse in un periodo relativamente breve.

Il vero problema, per noi che teniamo un blog dal 2004, ossia da ben 10 anni signori, è che Internet si è fatto sempre più complesso e tecnologico negli ultimi anni, e noi che abbiamo una vita anche al di là dello schermo, abbiamo nettamente perso traccia di tutti i cambiamenti. Se già il passaggio dal Cannocchiale a WordPress fu alquanto traumatico per diversi di noi, sono ormai molti anni che WordPress, al pari delle altre maggiori piattaforme da blog, offre una miriade di servizi di vario tipo, di cui noi blogger anziani sappiamo poco o nulla.

Per spiegarvi quanto indietro sono rimasto io, potrei dirvi che non ho ancora afferrato il funzionamento dei feed, e meno che meno quello dei reader. Anzi, se qualcuno di voi sa cosa sia Netvibe, e come funzioni, me lo dica, perché ormai sono arrivato a farmi un profilo Netvibe nel tentativo di seguire i miei blogger preferiti, ma non so nemmeno come funzioni di preciso. So solo che da quando non uso più la mia barra dei blog che leggo più spesso, ho sostanzialmente smesso di seguire i post dei blog che, un tempo, leggevo tutti i giorni. Certo, i social network sono i principali responsabili, ma anche la nostra personale pigrizia ha fatto il resto. Morale, oggi ho fatto un po’ di pulizia nella mia barra dei blog che seguo, scoprendo cose sconvolgenti, come per esempio il fatto che Larvotto, più che un blogger uno stile di vita filosofico, un guru dei miei trent’anni, come blog non esiste più e se oggi voglio un po’ di fuffa docg, devo rifarmi sul suo profilo Tumblr, se non mi sbaglio. Son cose, gente.

A ogni modo, per farvela breve, questa nuova grafica di Anellidifum0 dovrebbe avere il pregio di mettervi in condizione agevolata per seguire i miei sproloqui. E non dimenticatevi di commentare quando vi viene di farlo, perché un blog con pochi commenti non è davvero degno di questo nome. Quindi: cerchiamo di combattere tutti la pigrizia, io posterò più frequentemente, come già fatto nelle ultime settimane, ma voi anellidi vi impegnate a commentare più spesso di quanto abbiate fatto di recente. E buona lettura, come sempre.

L’omofobia delle piccole cose

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E’ sempre difficile rendersi conto di quanto si è omofobi. Perché per essere omofobi non è necessario arrivare a insultare o sputare in faccia a una persona gay, né, ovviamente, è necessario commettere crimini violenti contro un uomo gay, bisessuale, o una donna lesbica. No, l’omofobia si può individuare da piccoli atteggiamenti, apparentemente innocui, che in realtà esprimono un disagio interiore nei confronti di chi è omosessuale o del fatto che si parli apertamente di omofobia.

Prendiamo ciò che è accaduto fra ieri e oggi tra i commenti del mio ultimo post sul Fatto Quotidiano. Devo anche specificare che questo post non può essere pubblicato sempre sul sito del Fatto, perché hanno una (giusta e comprensibile) politica che impone di non citare in nuovi post commenti dei lettori, per evitare “di alimentare polemiche da parte dei commentatori citati e in generale della community.”

Ieri ho pubblicato una lettera aperta di Guido Allegrezza al sindaco di Roma, Ignazio Marino. Nel cappello del post ho richiamato due recenti fatti di cronaca nera romana, il suicidio per depressione di un gay 21enne, e l’omicidio di un gay 28enne. Ho poi ricordato che Roma, come città, è teatro da molti anni di omicidi o suicidi di persone gay, al punto che già nel 2002 Andrea Pini pubblicò un libro intitolato “Omocidi“, la cui descrizione, aggiungo qui, recita “In Italia i delitti contro i gay sono molto più numerosi di quanto si creda.

Ebbene, diversi commentatori sono intervenuti rivendicando che il mio post, pubblicato nel pomeriggio del 9 gennaio, non parlasse di un caso di cronaca avvenuto alcune ore dopo, nella sera del 9 gennaio, sempre a Roma. Si tratta dello stupro di una ragazza di 24 anni, avvenuto nel cuore della Capitale, fra via Frattina e via Bocca di Leone. Altri invece hanno contestato l’uso del termine “omocidio” che, come spiegato nel post, è un neologismo di un qualche successo, dal momento che è adoperatoda un decennio e più anche come titolo di alcuni libri.

Ora, se io fossi in grado di scrivere dei fatti di cronaca che avvengono nel futuro e non nel passato, non farei il blogger, ma leggerei il futuro. Il punto però è: ma se il mio post parla di una lettera di un militante gay indirizzata al sindaco di Roma, per quale motivo c’è chi commenta in modo gratuitamente feroce “Se la ragazza non era gay mi sa che non è una problematica ne dell’autore ne di marino.” Come si può pensare che se un blogger parla di un fatto, automaticamente significa che non gli interessa parlare d’altro?

Un’altra lettrice scrive: “I delitti contro i gay fanno notizia, lo violenza su una donna , evidentemente, no.” Ma davvero siamo messi così male, in Italia? Davvero esistono ancora donne che pensano che le violenze sulle donne sono nascoste dalla stampa italiana? A me pare che, al contrario, la stampa italiana dia molto risalto a tutte le notizie che riguardano violenza sulle donne, come giusto che sia, per altro. Certamente c’è una quota significativa di violenze sommerse, nel senso che non vengono denunciate e quindi la stampa non ne parla. Ma lì il problema è a monte, non nella valle giornalistica.

Un terzo commentatore scrive: “i gay 21enni suicidi negli ultimi mesi sono stati due…e tutti gli altri suicidi non gay?” Ora, che il suicidio sia un fenomeno potenzialmente di tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale, è un’ovvietà. Ed è anche vero che il tasso dei suicidi in Italia stia aumentando a causa della crisi economica. Lo dicono i dati Eurispes. Gli stessi dati confermano che sia nello storico che nel solo dato del 2013, gli omosessuali si suicidano più degli eterosessuali, in rapporto al loro numero. E in ogni caso, in un post che cita una lettera di un attivista gay al sindaco di Roma, è parso di buon senso ricordare gli ultimi due casi di cronaca nera che hanno riguardato nella scorsa settimana, cittadini romani gay. Se la prima reazione è “e come mai non parli degli altri suicidi non gay”, c’è qualcosa che non va in chi commenta così.

Il tentare di sminuire, il chiedere di parlare d’altro quando si tratta di omofobia o di suicidi od omicidi gay, sono tutti piccoli esempi di omofobia. Sono segnali di insofferenza verso il fatto che si affronti questo tema in modo aperto ed esplicito. Meglio che dei suicidi e degli omicidi dei finocchi non si parli sulla stampa: ci sono cose più importanti di cui uno può e deve leggere. Ebbene, io non la penso così. E dico, candidamente, ai miei commentatori di farsi un esame di coscienza. Di domandarsi come mai un innocuo post su una lettera aperta al sindaco Marino, in cui si chiedeva null’altro che un discorso istituzionale di solidarietà verso i gay che hanno subito violenza, abbia scatenato commenti così poco empatici, poco civili e poco dignitosi.

DAJE! Anche dal Canada

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pierluigi-bersani-186236_tnCaro Pierluigi, sono uno dei tuoi moltissimi elettori acquisiti. Non ti ho votato manco mezza volta alle primarie, né a te, né al sor Cuperlo, ma quando sei diventato il segretario del partito che pensavo di votare, ti ho votato con fiducia, anche se non condividevo alcune tue impostazioni e idee. Però, che dirti, sei uno di quei politici che mi hanno sempre dato un certo senso di sicurezza. Perché c’hai una bella storia politica personale che ispira serietà, e perché so, sempre dalla tua storia, dalle leggi che ti sei immaginato quando eri ministro dell’Industria, dalle riforme che hai saputo far approvare, che sei un politico onesto e anche molto competente. Di questi tempi, una rarità.

Di recente, non ho condiviso la tua linea sui diritti civili, e nemmeno quella sugli F-35. Non mi è piaciuto il modo insieme remissivo e signorile con cui ti sei presentato ai parlamentari del M5S, e non sono sicuro che aver proposto loro di sostenere un governo di minoranza del PD basato su 8 punti che potevano avvicinare i due movimenti sia stata una mossa giusta, in quel momento. Non ho apprezzato affatto il “no” alla candidatura Rodotà, ho letteralmente odiato sia lo sgambetto dei 101 che la ricandidatura di Napolitano al Quirinale, e non parliamo poi della scelta delle larghe intese con Berlusconi prima e Alfano poi, voluta appunto da Napolitano.

Quindi non son poche le cose che ci dividono, in politica. Eppure resta il fatto che io di te mi fido molto, perché penso che anche quando persegui una strada per me sbagliata, lo fai perché ci credi davvero e pensi sia giusta. Non ci sono motivazioni dietrologiche o convenienze. Tu, ci credi. E per i tuoi errori, per i quali ti sei giustamente dimesso: solo chi non fa, non sbaglia mai. Ora ti stai riprendendo da un’operazione delicata, alla capoccia. Non vedo l’ora che tu possa leggere queste poche righe per poterti dire: DAJE, PIERLUì, alla romana. Un “DAJE!” che viene da un romano, uno stomaco in fuga nel freddo canadese.

Con molto affetto, un compagno.