Pride recensisce “Anelli di fumo” (il romanzo!)

Standard

E’ uscito il numero di marzo di Pride (qui per leggerlo online) e a pagina 26 ci trovate questa bella recensione di Valerio Lanzani:

Screen Shot 2015-03-04 at 5.52.04 PMInsomma, il romanzo continua a piacere, e pure tanto…

“La trama milanese e quella romana progressivamente si intrecciano, fino a un fatidico otto dicembre in cui più di un nodo viene al pettine e sembra di stare nella scena madre di una commedia del miglior Monicelli.”

A questo punto mancate solo voi: i lettori. Gente, forza col passaparola, su, da bravi. Come ai tempi di Angeli da un’ala soltanto, vi voglio. Qui per comprare l’e-book, qui per comprare la copia cartacea con tanto di autografo.

Se poi volete candidarmi allo Strega à la Ferrante, io non mi offendo e non la faccio difficile: ci vado, alla premiazione di Nicola Lagioia.

Nel libro di Carla, Valerio vive

Standard

unnamed-6Nel salotto di casa nostra possono accadere ogni giorno mille situazioni diverse. Situazioni che, per convenienza, chiamiamo “domestiche” e ci conducono a pensare a piccoli e grandi fatti quotidiani, che parlano di famiglia, d’affetto, di piccole liti da niente, al limite di solitudine davanti alla tv. Il salotto della maggior parte delle case degli italiani, verso l’una, sa di odore di pranzo e sottofondo di telegiornale. Il 22 febbraio 1980, nel salotto di casa sua in Via Monte Bianco 114 a Roma, all’ora di pranzo il 19enne Valerio Verbano veniva ucciso a colpi di pistola col silenziatore, davanti agli occhi della madre e del padre, legati e immobilizzati. I tre giovani ragazzi che lo uccisero non sono stati mai trovati e non si sono mai consegnati. Esistono sospetti, vox populi, certo, ma giustizia non è stata mai fatta. L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei tanti fatti di sangue degli Anni di Piombo rimasti impuniti. Una stanza buia che contribuisce alla mancanza, in Italia, di un percorso di riconciliazione nazionale simile a quello prodotto in Sud Africa, dove si è stabilito per i responsabili dei crimini dell’apartheid, per lo meno di barattare la verità per l’impunità.

Aprendo il memoriale scritto da Carla Verbano, la mamma di Valerio, con il collega Alessandro Capponi, Sia folgorante la fine (Rizzoli, 2010, 15 euro) a conferma che ciò che si assorbe da bambini rimane dentro di noi per sempre, mi sono tornate alla memoria le scritte sui muri della Roma dei primi anni Ottanta: i disperati, inutili “Valerio vive” e i minacciosi, crudeli “10-100-1000 Valerio Verbano“, ovvero i due diversi modi in cui alcuni compagni e alcuni camerati ricordavano quell’assassinio.

Sono molti i meriti di questo libro di Carla Verbano. Anzitutto la delicatezza del tono, scelta consapevole e generosa dell’autrice. Non credo, infatti, esista nulla di peggio che perdere un figlio perché qualcuno lo uccide di proposito, e davanti ai tuoi occhi, mentre tu non puoi reagire in nessun modo.

Nel momento in cui Carla decide di raccontare cosa accadde quel febbraio e di ricostruire il contesto della Roma dei primi anni Ottanta, sarebbe stato comprensibile incanalarsi in un tono di rancore, di tragedia, di desiderio di vendetta. L’autrice, invece, sceglie binari che lei chiama “marziani”: quelli della quotidianità, del dolore vissuto, accettato ed esposto come fosse un orologio al polso: dopo un po’ non ti accorgi più che c’è, eppure è lì e non lo togli nemmeno per andare a dormire. Accettazione, ma non rassegnazione: quella no, non c’è in queste pagine che si rivolgono in più punti al lettore con tono di confidenza intima per parlare in realtà agli assassini del figlio: “Via Monte Bianco 114, quarto piano, uscendo dall’ascensore a sinistra. Ma tanto la strada la conoscono. Qualcuno verrà, forse uno solo di quei tre, ma so che verrà. Sensazioni, certo. Gli devo dire una cosa, quando sarà.” (193).

Il resto della recensione sul sito del Fatto Quotidiano.

Terrorismo: ‘Colpo alla nuca’ di Lenci insegna ancora molto

Standard

Colpcolpoo alla nuca è un titolo a effetto ma è anche ciò che letteralmente ricevette l’architetto Sergio Lenci quando fu assalito da un commando di Prima Linea all’interno del suo studio, il 2 maggio 1980: una pallottola sparata in testa, che non lo uccise ma non gli poté più essere tolta e ne segnò la vita in modo irreparabile. Colpo alla nuca è anche il titolo che Lenci diede al suo potente memoriale, pubblicato da Editori Riuniti nel 1988 e ristampato dalle Edizioni Il Mulino nel 2009. L’opera di Lenci è stata la prima del suo genere e ha ispirato anche un famoso film di Mimmo Calopresti, La seconda volta.

Analizzando i memoriali scritti da ex terroristi o dalle loro vittime, sappiamo che i primi hanno avuto una eco maggiore presso il pubblico italiano, almeno fino a pochi anni fa. Questo si spiega in parte col fatto che il racconto di un ex “cattivo” attira più la curiosità del lettore rispetto al racconto di una vittima. Ma è innegabile che rispetto alle vittime i terroristi hanno goduto di una maggiore attenzione mediatica e di un più forte potere di ascolto presso l’opinione pubblica e le stesse istituzioni italiane.

Il memoriale di Lenci, invece, è uno di quei testi che meriterebbe un ben maggiore successo di pubblico. L’autore cerca una risposta semplice ma impossibile da ottenere: perché fu scelto lui come bersaglio da colpire. Per questo, nel suo testo, il racconto dei fatti copre solo i primi due capitoli (pp. 25-42). Gli altri sette sono tutti tesi al ragionamento o, per dirla con Lenci, le “riflessioni e interrogativi che a me sono sembrati importanti” (p. 21).

Qui il resto dell’articolo.

Anelli di fumo, la recensione de Il Fatto Quotidiano

Standard

Andrea Pomella ha letto Anelli di fumo, e gli è piaciuto:

Confesso di provare una certa insofferenza per i romanzi che vengono definiti “generazionali”, ossia quei romanzi che tentano di restituire in un colpo solo i tratti e le manie di una categoria di persone unite da un comune dato statistico: l’età anagrafica. Sciltian Gastaldi ha da poco pubblicato un romanzo, Anelli di fumo (edito da Transeuropa), che inizia così: “La tua generazione è quella nata con due canali Rai. Quella cresciuta con i primi cartoni giapponesi trasmessi in Italia: Capitan Harlock, Goldrake, Heidi, Lady Oscar, Daitarn III e Candy Candy. Quella dei primi telefilm americani […]”.

Appena ho iniziato a leggerlo mi sono detto: “Ecco un romanzo generazionale”. Di più, mi sono detto: “Ecco un romanzo dichiaratamente generazionale”. E subito ho visto innalzarsi di fronte a me una parete pregiudiziale all’apparenza insormontabile. Il romanzo di Gastaldi, in effetti, è innegabilmente il ritratto di una generazione, una polifonia di voci che racconta le vicende di un gruppo di quasi quarantenni alle prese con una società in crisi di valori (un’altra idiosincrasia che ho è per l’espressione “crisi di valori”) e con strategie per colloqui di lavoro, aperitivi, amori surrogati, tentazioni da cervelli in fuga. Insomma, tutto il corredo che riproduce il giovane emerito attuale che della gioventù conserva il grado e le prerogative pur non possedendone più i requisiti materiali. Eppure, nella scrittura di Gastaldi c’è qualcosa che di solito non c’è nei canonici romanzi generazionali, e lo spunto per definire questa cosa me lo ha dato lui stesso a pagina 63 del libro, quando scrive: “Mi rammento di come i disegnatori della serie Jenny la Tennista accennavano i visi dei personaggi di sfondo: una serie di maschere tutte uguali, fatte di due tratti al massimo”.

Qui per il resto della recensione.

Anelli di fumo, la recensione di Satisfiction

Standard

Maria Caterina Prezioso ha letto per Satisfiction Anelli di fumo è le è piaciuto:

“Ciò che non siamo in grado di cambiare, dobbiamo almeno descriverlo” Rainer Werner Fassbinder questo è quello che ci suggerisce Gastaldi in apertura di Anelli di Fumo. Aggiungerei che abbiamo il dovere di descriverlo. E in questa ottica drammaturgica Sciltian Gastaldi ha colpito nel segno. Sapientemente e con leggerezza ci pone di fronte una storia asimmetrica. La storia di una generazione (quella dei trentacinquenni o su di lì) che hanno visto tutto e hanno assimilato poco  di quel tutto. Giacomo Leopardi che, grazie a Mario Martone con il film “il giovane favoloso”  oggi è tornato tanto di moda sussurrava “I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto”.
Questo romanzo racconta con apparente frivolezza la storia di un gruppo di ragazzi-adulti alla prese con il lavoro (che non c’è) con l’amore (che non arriva e quando arriva svanisce avvilito dall’incapacità di divenire un sentimento adulto) con le speranze (che muoiono dentro prima di nascere compiute). Questi ragazzi-adulti aspettano, ma aspettano cosa? Un riscatto, una promozione, un lavoro a tempo indeterminato, un figlio, un imperativo?! Ecco forse  aspettano un imperativo, qualcosa che li obblighi a dominare la propria esistenza e dare un taglio con qualcosa che si è disintegrato all’interno della struttura sociale italiana.

Qui per il resto della recensione.