Dentro il rizoma, oltre il rizoma

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Devo dire che purtroppo Marco ha ragione. Mi piacerebbe molto pensare che anche nel mondo shakerato e puntiforme di oggi un Pier Vittorio Tondelli sarebbe in grado di unire i puntini suoi e della sua tribù, ma credo proprio che sia diventato non possibile.

Siamo finiti in un’epoca rizomatica molto più di quanto prevedevano Deleuze e Guattari, un’epoca in cui il gusto si è di fatto individualizzato in modo estremo e sono ormai moltissimi – probabilmente troppi – i giovani che si sono trasformati da consumatori in produttori culturali, grazie a un video caricato su Youtube o uno scritto pubblicato sul proprio blog. Se da un lato vedo gli aspetti positivi di questa miriade di esplosioni culturali, dall’altro mi pare evidente che non è possibile antologizzare nulla, perché qualunque tentativo sarebbe sicuramente parzialissimo e incompleto a un livello fastidioso. Se già Un weekend postmoderno era un libro non-libro chiaramente esploso, scrivere Un weekend metamoderno sarebbe un’azione sterile.

Alla fine cosa resterà di tutta questa messe? Che vita avranno, per dire, i miliardi di post, alcuni senza dubbio di profondo valore, che si affastellano nelle centinaia di milioni di blog di tutta la rete?

Favoloso articolo di Leonardo Bianchi contro gli editoriali di Giovanni Sartori

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Una delle cose che meno mi piacciono della mia vita in Canada, specie da quando hanno chiuso Il Corriere Canadese con la sua quotidiana distribuzione metadonica de La Repubblica in versione ridotta, è che non mi sento più al passo con le polemiche giornalistiche italiche. Oddio, nel caso dei Tre Editoriali di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera, devo ammettere, non ne avrei probabilmente saputo nulla uguale. Per fortuna esiste internet e dentro ci trovi articoli di grande pregio come quello di Leonardo Bianchi sul sito Valigia Blu.

L’articolo di Bianchi è perfetto: non solo nella maestria con cui sciala la sua vis polemica, ma soprattutto nella precisione e puntualità con cui cita brani dei Tre Editoriali e li analizza per ciò che letteralmente dicono. Ecco una lettura che vale assolutamente la pena fare, ed è per me una gran sorpresa scoprire nel più bravo dei costituzionalisti italiani viventi un animo da persona così malamente disinformata e così partigiana nel suo riflettere.

Da leggere, assolutamente.

Tondelli e il camp: la caserma frocialista di Pao Pao

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Sia giubilo in tutto il regno e anche in diverse repubbliche, come dice un amico mai stato tanto magro. E’ uscito il mio articolo accademico sull’uso della strategia camp nel romanzo di Tondelli Pao Pao, per la prestigiosa rivista canadese Quaderni d’italianistica. Per leggerne un estratto, potete cliccare qui.

Approfitto per lanciare un sondaggio: quanti di voi hanno letto Pao Pao? E vi è piaciuto o no?

Lettera a un pischello suicida

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Beh insomma, non siamo–non sono–riuscito a raggiungerti.

Non siamo–non sono–riuscito ad arrivare alla tua capoccetta e alle tue mani belle agili, con la pelle che puzza ancora di latte e seghe, le unghie smozzicate, prima che ci arrivasse l’infamia di questo Belpaese omofobico e razzista. Tipo che ti sei ucciso venti ore fa, e io l’ho saputo addirittura con un giorno intero di ritardo, leggendo su Facebook lo stato di altri dieci o cento contatti che riportavano la notizia del tuo volo dal terrazzo condominiale di una periferia romana brutta a cominciare dal nome, a Torraccia. Là dove quello che conta davvero per “stare in comitiva” è l’ultimo modello di smart phone, lo scooter alla moda col motore rifatto, il jeans di marca e magari, chessò, il cappelletto della Ferrari originale da 30 euro. Così è successo che hai combinato er macello: giù dal balcone, stroncando una vita non finita, quasi nemmeno iniziata. Ti sei ucciso per di più chiedendo scusa. Scusa di te, del frocio che sei mentre lo scrivevi, del frocio che eri dopo che t’eri buttato di sotto. Ci pensi? Ammazzarsi chiedendo scusa. Pare una figura retorica da manuale di critica letteraria: un ossimoro, una contradicto in adiecto. Ti sei spappolato sul selciato, fra le altalene e lo scivolo, per far vedere a tutti che il coraggio non ti mancava, forse, ma soprattutto perché non ne potevi più di giocare al sorcio con tutti questi gatti sadici intorno. Stanco di fare quello che deve smentire, negare, allontanare da sé il sospetto, dissimulare. Che deve andare in palestra, che deve giocare a calcio, che deve saper controllare un corpo che gioisce e si esprime un po’ a cazzo, come sacrosanto a 14 anni, in modo meraviglioso quanto inopportuno.

Ebbè, vedi. Quando pischelli come te decidono di farla finita per i motivi che tu hai spiegato, siamo alla fine noi che abbiamo – tutti – fallito. Sì, ok, lo Stato. La Scuola. La società. La famiglia. Come no. Ma soprattutto noi che abbiamo fatto o che facciamo politica, anzitutto: dal Parlamento all’ultimo dei consigli rionali. Con le nostre battaglie e i nostri perfettamente inutili compromessi. I nostri bicchieri mezzi pieni. Il nostro procedere per piccoli passi. Non siamo stati in grado di costruire un Paese appena appena decente. Dove sia possibile, chessò, essere negri e non vedersi buttare addosso delle banane per esprimere un dissenso, o dove sia possibile essere negri e non morire su una spiaggia italiana, a coronamento del sogno e del bisogno di una vita. Dove sia possibile essere donne e non crepare a picconate in testa per mano dell’uomo appena mollato. Dove sia possibile perfino essere froci, o bisessuali, o traveste, o transessuali e campare se non proprio belli felici, almeno sereni, anche in una periferia di cemento e merda come Torraccia. Abbiamo fallito anche noi che abbiamo costruito la cosiddetta comunità GLBT. Perché le nostre chiassose e divisissime associazioni hanno saputo a mala pena aprire delle riserve indiane, chiamarle appunto “villaggio” però in inglese che è la lingua cool, e dimenticarsi dei luoghi della realtà. Dimenticare Torraccia, prima ancora che Venezia.

E infine, caro il mio pischello 14enne–che ancora non mi è chiaro se potevi essere ancora mio fratello minore, o se forse non saresti potuto già essere un mio figlio–abbiamo fallito noi che scriviamo. Noi che pubblichiamo libri, riviste, articoli, post nei blog, saggi accademici. Noi che dipingiamo bellissimi quadri. Noi che infiocchettiamo brutte rime. Noi che scribacchiamo canzoni o canzonette o, quando va male, programmi per la radio-tv. Noi che inventiamo storie, trame e personaggi. Noi, il mondo degli scriventi, quelli con la tastiera cieca. Quelli che si sono presi, come incarico individuale, il compito difficile di raccontare di altri mondi veri o di finzione, più belli e felici di tutte le Torracce di Roma e d’Italia. Mondi che sono il mantello dei superpoteri dei pischelli come te. Noi, tutti insieme, con tutto il nostro verboso universo di letterine nere su bianco, non siamo riusciti a raggiungerti e irretirti prima di quel terrazzo condominiale con le nostre storie sciocche e romantiche, ma tanto utili, a volte. Tutto il nostro senso dell’umorismo, tutto il nostro cinismo in dosi curative, la nostra piccola fiammella di un mondo appena appena decente dietro l’angolo non sono serviti ad afferrarti per un braccio, a dirti: “Ma piantala, pisché”. A tratteggiarti un mondo dove si possa essere adolescenti e finocchi a testa alta, o per lo meno sapendo bene in quale libro infilare la capoccia quando–fuori, per strada–non sembra far altro che piovere timore e amarezza.

La vediamo, sai, la vertigine di quella tua ultima visuale. Il vento caldo, la strizza nello stomaco. La disperazione. Il senso di totale inutilità. La voglia di lasciarsi andare a riempire quell’abisso. Ci siamo passati sai, chi più, chi meno. E anziché di lasciarci cadere, abbiamo cominciato a scrivere. Per salvare noi stessi. Per salvare te. Per dare un senso, per offrire uno spiraglio. Perché uno spiraglio c’è, sempre. E chi mette le mani in faccia al vuoto intorno se lo deve ricordare. Salvati scrivi leggi esci incontra chiedi chatta telefona messaggia abbraccia bacia e lasciati abbracciare. Respira, lotta, vivi.

Legge sull’omofobia, la relazione di Giulia Di Vita (M5S)

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Pubblico il testo integrale della relazione di Giulia Di Vita (M5S) sulla legge sull’omofobia perché, purtroppo, dice cose oggettive e condivisibili. Di mio, avevo fatto presente al relatore del PD (Scalfarotto), fra i commenti al suo blog, alcuni paradossi che andavano realizzandosi nel progetto finale di questa legge. Paradossi che, onestamente, lo stesso Scalfarotto ha riconosciuto esistere e di cui si è lamentato, ma nel senso di dire: Questo è il rospo più grande che ho dovuto inghiottire per ottenere l’ok di Scelta Civica e del PDL.

Il punto è che per questa importantissima legge, in Parlamento esisteva una maggioranza PD-SeL-M5S-Scelta Civica che aveva immaginato una versione davvero ottimale del testo di legge. Il PD, spero e suppongo non per volontà di Scalfarotto, ha preso la decisione politica di cambiare quel testo e quella maggioranza, per arrivare alla versione paradossale di oggi, votabile anche dal PDL. Una prece sopra.

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La relazione di Giulia Di Vita (M5S)

Signor Presidente, colleghi rimasti ancora in Aula, siamo finalmente giunti in Aula con questo testo che qualcuno ha il coraggio di chiamare «proposta di legge contro l’omofobia» perché, insomma, ormai l’abbiamo capito: qui si gioca con le parole. Assistiamo giornalmente all’arte di dire il nulla ma con mille belle parole. Ma che sia una legge vuota è comunque riconosciuto, oltre che da stuoli di associazioni LGBT, giustamente preoccupate, perfino da organizzazioni internazionali come Amnesty International – immagino che tutti i colleghi abbiano ricevuto la lettera appello in casella postale – e anche dai suoi vivi sostenitori, il PD in primis, seguiti a ruota come sempre da SEL, come è stato tra l’altro affermato precedentemente, che ripetono ormai da settimane come un mantra (un mantra che, tra l’altro, non abbiamo ancora capito se serve a convincere i cittadini o se stessi): «In Aula la legge verrà migliorata. Abbiamo gli emendamenti pronti e li presenteremo».

Ma che strano. Proprio quegli stessi emendamenti che il MoVimento 5 Stelle ha presentato in Commissione giustizia, come Regolamento recita, perché pare proprio che nelle Commissioni si possa lavorare alle proposte di legge, illustrarle, discuterle, emendarle, votarle. Qualcuno oserebbe addirittura dire che le Commissioni servono proprio a questo. Pazzesco! E invece no. Volete sapere come si fanno le leggi in realtà, quelle poche poi di iniziativa parlamentare? Le leggi, in realtà, si fanno nei corridoi, per telefono, chiacchierate fra pochi, finti o verosimili colpi di scena, teatrali prese di posizione, provocazioni. Insomma, in poche parole, gioco di accordi. Tutto qui dentro si basa e va avanti a furia di accordi. E non avremmo niente da ridire se gli accordi o i tanto ricercati compromessi puntassero al meglio e, anzi, è proprio questo il nostro obiettivo. Ma qui dentro non c’è assolutamente modo di realizzarlo.

Davanti ad ogni nostra richiesta di confronto e collaborazione, almeno su temi fondamentali come questo, non ci è stata data nessuna alternativa, nemmeno uno straccio di «contentino», che ne so tipo approvare il meno invasivo dei nostri emendamenti. No, niente! La via è sempre soltanto una: assecondare in toto i vaneggiamenti del PD, proprio come ha fatto SEL, nei suoi giochetti con il PdL, in nome del bene della legge. Ed eccolo il bene della legge. Siamo passati da una proposta di legge buona, che aveva il consenso di PD, SEL, MoVimento 5 Stelle e Scelta Civica, a una versione bizzarra, ma ancora salvabile, con il consenso di PdL, PD e SEL, ad una vuota e indecente, con il consenso di PdL, SEL, PD e Scelta Civica. Questo l’egregio traguardo dei professionisti della politica e dell’arte della mediazione. Un ottimo risultato, complimenti (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

Ma, raccontiamolo l’iter di questa proposta di legge. Il PD, nella persona di Scalfarotto, primo firmatario, ci invita a firmare una proposta di legge contro l’omofobia – quella lo era davvero – che senza esitazione abbiamo appoggiato, anche perché la stessa identica l’abbiamo presentata noi in Senato. Firmano anche SEL e Scelta Civica. Già se ci facciamo quattro conti siamo già ben oltre la maggioranza del Parlamento. La proposta approda, poi, in Commissione giustizia, grazie all’impegno serrato del PD, che di questo ringraziamo vivamente. Ma qui cominciano i guai. Comincia tutta una serie di contrattazioni, ovviamente non in Commissione ma in altre sedi, che ha portato a una prima bozza di testo unificato, così dall’oggi al domani, senza che noi firmatari della proposta di legge fossimo stati almeno avvisati e che ci ha messo subito in allarme, a partire dalla strana coppia di relatori. Ma, mai e poi mai avremmo pensato che si sarebbe potuto andare ancora più giù di così. Ancora non avevamo visto niente.

Probabilmente sarò ingenua e sprovveduta, però avevo pensato per un attimo che, vista l’unione di intenti tra PD, SEL e MoVimento 5 Stelle sulla proposta originale, questa avrebbe potuto vedere la luce subito, senza tanti impedimenti, magari affinando addirittura qualche aspetto. Niente di più sbagliato, ovviamente. Anzi, abbiamo assistito all’esatto contrario. Abbiamo ascoltato, ad esempio, la storiella che ci è stata anche qui ripetuta che dice: «È importante l’unanimità del Parlamento per dare un messaggio forte alla popolazione, un messaggio di unità di fronte alla nazione su questi temi», il che avrebbe giustificato il gioco al ribasso sulla pelle dei cittadini. Che dire, punti di vista.

Ma, poi, l’unanimità a tutti i costi è forse garanzia di qualità? Non è piuttosto un’immensa ipocrisia che probabilmente sotto nasconde qualcosa (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle)?
Pare che gli italiani siano ancora così ingenui da non capirlo? Ma ancora il bello deve arrivare. Dopo aver sentito la storiella dell’importanza dell’unanimità del Parlamento, il giorno dopo assistiamo ad una scena che, se non fosse tragica, potrebbe essere addirittura divertente: ci siamo ritrovati in Commissione il PDL che presenta circa 300 emendamenti ostruzionistici sul testo base concordato col PD! Alla faccia dell’unanimità! Ma almeno vi eravate sentiti? A quel punto era fatta, l’unica carta da giocare rimasta per il PD eravamo noi e il nostro sostegno per tornare alla proposta di legge originale! E invece No! E ancora no! Anche senza scuse si continua imperterriti ad accontentare le voglie di chi questa legge proprio non la vuole.

Il momento del voto degli emendamenti poi è stato sublime: tutti i nostri sono stati bocciati con orgogliosi voti contrari di PD e SEL, tranne qualche eccezione, c’è chi si è astenuto per pudore. E anche lì abbiamo sentito altre strane storie del tipo «ma noi siamo d’accordo con voi, i vostri emendamenti sono sacrosanti per questo votiamo »no«. Voteremo »sì« in Aula, non vi preoccupate». Questi dettagli in TV o nelle interviste non li sentiamo mica. Perché come potere spiegare alla gente che si è d’accordo ma si vota «no»? Oppure che si hanno i numeri per dare agli italiani la potenzialmente migliore legge del mondo, ma si preferisce di no? Me ne rendo conto è difficile da spiegare. Insomma, per farla breve davanti ai miei occhi si è palesato il passaggio dalla campagna elettorale alla realtà: parole forti, gay pride, slogan tra gli applausi scroscianti e le speranze di tanti cittadini si infrangono come schiuma contro lo scoglio del palazzo.

Togliendo le maschere di questo teatrino, caro Presidente, c’è solo una verità da dire, ovvero che questo Parlamento con questi rappresentanti non è ancora pronto per dare agli italiani ciò che si meritano. Il PD se avesse voluto non avrebbe nemmeno avuto bisogno dei nostri voti e l’avrebbe di sicuro fatto se il PD esistesse davvero. Lo dico con sincera amarezza Presidente, perché almeno in questa battaglia sui diritti universali dell’uomo io ci credevo davvero. Quelle che alcuni chiamano le correnti del PD sono dei veri e propri partiti a sé stanti che non riescono a convergere nemmeno su temi di tale rilevanza e urgenza.

E infine voglio che sia molto chiaro che a noi non è mai interessato mettere la bandierina su questa o su quella proposta, prova ne è il fatto che abbiamo firmato senza remore la proposta del PD e che per settimane abbiamo pregato il PD di portare avanti la proposta di legge del PD. È stato davvero inaccettabile questo comportamento, ma ci siamo adattati. Siamo stati gli unici a lottare contro gli stessi paladini dei diritti LGBT di questo Parlamento, per ottenere prima il meglio, poi il dovuto, poi almeno il sufficiente, per poi sentirci rivolgere per giunta assurdi ricatti morali tipo «eh ma se vi astenete la gente potrebbe pensare che voi siete omofobi, poi lo spiegate voi ai vostri elettori» oppure «state attenti che poi passa che la legge è stata approvata da PD e PDL e voi, che tanto tenete ai diritti, resterete fuori dai giochi». Tanto, basta scrivere nella rubrica della legge la parola omofobia e l’articolo di giornale esce facile.

A chi importa se omofobia nell’ordinamento giuridico italiano non significa nulla, perché non è prevista nemmeno una definizione e non ci sono precedenti? Ma alla fine che siano pure altri a prendersi il merito di una buona, basta che sia buona, proposta di legge, chi se ne importa. Quello che conta è dare ai tanti cittadini vittime di violenza omofoba una tutela seria. Vorrei ricordare che si parla di circa cento casi all’anno in Italia. È nostro dovere assicurare loro quello che i cittadini LGBT in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Portogallo, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e perfino Grecia già hanno, quello che avete millantato per anni in campagna elettorale, in TV, nei giornali, nei dibattiti.

I nostri emendamenti al testo di legge li conoscete già ormai, tra qualche giorno avrete la possibilità di votarli, così come avete promesso non a noi, ma ai vostri cittadini. Oppure presentateli voi, noi non avremo alcun problema a votarli favorevolmente, sempre che anche quelli non siano, ancora una volta frutto del compromesso al ribasso. Noi siamo sempre qui, non abbiamo bisogno di accordi o alleanze per votare ciò che è giusto senza sconti, e lo facciamo per il ragazzo dai pantaloni rosa, per Luigi e Nicolas, Valentina e Rachele, Matteo, Paolo, Valentino, Estrela, Juan Carlos, Louis, Samanta e tutti coloro, tra cui molti adolescenti, costretti ancora oggi a vivere nella paura, sapendo di non poter contare nemmeno sulla protezione dello Stato a cui appartengono.