I wish you enough

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Recently, I overheard a mother and daughter in their last moments together at the airport as the daughter’s departure had been announced. Standing near the security gate, they hugged and the mother said: “I love you and I wish you enough.” The daughter replied, “Mom, our life together has been more than enough. Your love is all I ever needed. I wish you enough, too, Mom.” They kissed and the daughter left.The mother walked over to the window where I sat. Standing there, I could see she wanted and needed to cry.I tried not to intrude on her privacy but she welcomed me in by asking, “Did you ever say good-bye to someone knowing it would be forever?” “Yes, I have,” I replied. “Forgive me for asking but why is this a forever good-bye?””I am old and she lives so far away. I have challenges ahead and the reality is the next trip back will be for my funeral,” she said.When you were saying good-bye, I heard you say, “I wish you enough.” May I ask what that means?” She began to smile. “That’s a wish that has been handed down from other generations. My parents used to say it to everyone.” She paused a moment and looked up as if trying to remember it in detail and she smiled even more. “When we said ‘I wish you enough’ we were wanting the other person to have a life filled with just enough good things to sustain them”. Then turning toward me, she shared the following, reciting it from memory,”I wish you enough sun to keep your attitude bright.I wish you enough rain to appreciate the sun more.I wish you enough happiness to keep your spirit alive.I wish you enough pain so that the smallest joys in life appear much bigger.I wish you enough gain to satisfy your wanting.I wish you enough loss to appreciate all that you possess.I wish you enough hellos to get you through the final good-bye.”She then began to cry and walked away.They say it takes a minute to find a special person. An hour to appreciate them. A day to love them. And an entire life to forget them.

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Preso in prestito da uno status Facebook di un conoscente.

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Perché farne un film? Perché fare cinema?

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C’è stata una sorta di riunione di sceneggiatura, oggi, in casa Gastaldi. Non propriamente una classica riunione di sceneggiatura, perché hanno partecipato persone che hanno vissuto situazioni e anni che ora cerchiamo di portare sullo schermo. A un certo punto una delle persone intervenute mi ha chiesto: “Perché pensi di farne un film?” Ho risposto la verità, che poi è anche la risposta al perché si fa cinema. Per permettere alla gente di non dimenticare. Per sapere. Per illustrare. Per far vedere. Per onorare la memoria di chi non c’è più. Quando si parte da fatti veri, si scrive un film o un romanzo storico per permettere a chi non c’era di assistere, di immaginare, di farsi un’idea e magari poi, in altra sede, di approfondire. Non è semplice: noi partiamo obbligatoriamente da fatti traumatici per raccontare una vita bella e niente affatto traumatica. La sfida è questa: raccontare la normalità, anche quando è tranciata in modo non naturale, trasmettendo allo spettatore il concetto che dietro un assassinio, dietro un nome che diventa pubblico, c’è un privato, una famiglia, un’intimità, assolutamente in linea con il quotidiano più nostro, meno eclatante. La cosa difficile per chi scrive per il cinema è rendere ciò che è banale e quotidiano interessante per uno spettatore che, di partenza, non sa, o sa pochissimo. Ma è disposto a sapere di più. E’ una sfida che, dopotutto, serve anche a far capire come dietro agli uomini pubblici, si celino sempre storie private, scelte di tutti i giorni, aneddoti, tick, ingenuità, ottimismi, comuni a tutti. Dietro ogni personaggio c’è una persona. Che magari si mordicchia le dita, o si stropiccia le orecchie.

La grande bellezza

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Con il mio consueto ritardo sui film italiani di quest’anno, ho visto La grande bellezza. Film importante, con un eccesso di cartoline romane di sicura presa, specie all’estero. Si poteva fare di meglio: si poteva avere una sceneggiatura più densa, con una trama più strutturata. Si tratta però di una di quelle rare pellicole che hanno saputo suscitare un dibattito a livello nazionale, con schiere di estimatori che hanno gridato al capolavoro, e squadre di denigratori che sono inorridite, mettendone in risalto tutti i limiti e le mancanze. Diciamo allora che La grande bellezza non sembra un capolavoro. E tuttavia presenta qualità notevoli per chi ama il cinema. Fotografia superlativa, colonna sonora da ricordare (fra le altre canzoni, “A far l’amore comincia tu” nella versione remixata da Bob Sinclair, apre la scena di un party romano molto ye-ye sulla terrazza dinanzi al Colosseo, con tanto di trenini e donne in disfacimento tenute su da chirurghi estetici e fallimentari iniezioni di botox) tecnica registica di grande gusto, anche se decisamente poco sperimentale a base di carrelli, panoramiche e piani sequenza probabilmente un po’ troppo lunghi.

Sorrentino è bravo, a tratti bravissimo, ma si sente che si dimena nel confronto con il se stesso de Il divo. Quello è il film su cui in molti abbiamo sussurrato: capolavoro. Adesso, è naturale, ogni nuovo film del regista è paragonato a Il divo, in una maledizione felliniana ben conosciuta. E La grande bellezza, diciamocelo, non è proprio all’altezza de Il divo, sebbene stia incontrando all’estero un favore enorme. Per quale motivo? Perché il regista sa perfettamente quali sono gli ingredienti che gli americani soprattutto si aspettano da un film italiano per sostenere che sia “perfetto”. E Sorrentino li mescola, con assoluta maestria, confermando però uno stereotipo che ormai danneggia il cinema italiano contemporaneo proprio perché lo costringe in un angolo identitario di un’epoca che non è certo quella di oggi. Da qui viene anche l’errato paragone fra La grande bellezza e La dolce vita, quando in realtà il film felliniano che andrebbe usato come paragone è Otto e mezzo, con la sua continua, estenuata ricerca psicologica del senso della vita per l’artista.

Sorrentino ci porta per mano in una serie di sequenze patinate per dimostrare una tesi banale e sentita tante di quelle volte da risultare ormai noiosa, stantia: la decadenza della sinistra, la decadenza della borghesia italiana, la decadenza della città di Roma, e ovviamente la decadenza della borghesia di sinistra e romana… anche se va detto che la risposta che il personaggio principale, Jep Gambardella, dà a Stefania, la scrittrice radical chic nei panni della lidiaravera della situazione, è qualcosa di folgorante, forse la migliore battuta di tutta la sceneggiatura: in un breve monologo, Jep ristabilisce un punto di verità sulle scelte di vita fatte da Stefania e risponde così al suo lungo monologo auto-incensante. Una risposta talmente ben piazzata e recitata da Servillo in modo così convincente e low profile, gettato con noncuranza sul collo della sua amica, da lasciarla senza parole e costringerla semplicemente ad abbandonare la scena.

Toni Servillo, si è detto. Naturalmente anche in questo film è un interprete straordinario, perfettamente calato nella parte dell’intellettuale da un solo romanzo, pubblicato in gioventù, che però gli ha garantito la fama dello scrittore, del punto di riferimento per questo triste circo di personaggi in cerca di autore e di trama. Jep è oggi un nottambulo perdigiorno, che si interroga sulla vacuità dell’esistenza attraverso l’assai discutibile tecnica della voce della coscienza, riversata sullo spettatore come una voce narrante. La recitazione di tutto il cast è in ogni caso l’aspetto forte della pellicola. Sono tutti perfetti, occorre dirlo, e questo ne fa un filmone. E’ perfetto Carlo Verdone nei panni di Romano, un autore teatrale infine sconfitto dalla grande città e che per ciò decide di tornare a cinquant’anni al paesello; è perfetta Sabrina Ferilli nei panni di Ramona, una stagionata ballerina sexy che continua nei suoi spettacolini erotici per pagarsi un’operazione, forse un cancro, che però viene mal gestita dalla sceneggiatura. E’ perfetta Iaia Forte, la cui napoletanità e i cui occhi continuano a recitare per default in modo sublime. E’ perfetta perfino Serena Grandi, nei tragici panni di se stessa.

La grande debolezza della grande bellezza è proprio nella sceneggiatura di Umberto Contarello, che forse qui ha avuto l’occasione per fare il salto di qualità dopo una carriera di oneste sceneggiature per la televisione, ma l’ha mancata. Perché quel che manca a questo per altro bel film, è proprio la trama, il raccontare una storia, la creazione di intrecci fra personaggi certamente ben disegnati anche se un po’ troppo archetipici quando non proprio stereotipizzati.

Non per un pubblico vasto, fuori dall’Italia, ma Sorrentino è riuscito a illustrare ancora una volta gli ultimi giorni di Pompei all’ombra del Colosseo, e questo gli va senza dubbio riconosciuto. Colpisce la totale assenza di gente sotto i 40 anni, anche nei personaggi secondari. Una società romana cocaino-caino-borghese, di sinistra puzzettara e pseudo artistica, legata a un partito comunista che non esiste più, proprio a partire dall’egemonia culturale sul cinema.

La Bibbia del Belli

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belli

Sto leggendo uno dei libri più belli di poesia dialettale: La Bibbia del Belli. Vita complessa e sfaccettata quella del poeta romano. Non è vissuto in tempi facili e ha dovuto più d’una volta adeguarsi al cambiare del vento, pur cercando di mantenere una sua coerenza interiore. Ne son venute fuori delle raccolte di sonetti da applauso. Alcune pubblicate in vita, come queste, altre postume. Una delle più belle? Senza dubbio anche la più famosa:

La creazzione der monno

L’anno che Gesucristo impastò er monno,
Ché pe impastallo già c’era la pasta,
Verde lo vorze fà, grosso e ritonno,
All’uso d’un cocommero de tasta.

Fece un zole, una luna e un mappamonno,
Ma de le stelle poi dì una catasta:
Su ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno:
Piantò le piante, e doppo disse: “Abbasta”.

Me scordavo de dì che creò l’omo,
E coll’omo la donna, Adamo e Eva;
E je proibbì de nun toccaje un pomo.

Ma appena che a maggnà l’ebbe viduti,
Strillò per dio con quanta voce aveva:
“Ommini da vienì, sete futtuti” »

Professionalmente, il 2014 sarà un anno interessante

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Questo 2014 si preannuncia interessante, dal punto di vista professionale. Anzitutto, Tutta colpa di Miguel Bosé diventerà uno spettacolo teatrale con Fabio Canino. Proprio in questi giorni stiamo ultimando la commedia e devo dire che il testo mi entusiasma. Poi, sempre verso la seconda metà del 2014 uscirà il mio nuovo romanzo, Anelli di fumo, con uno dei due editori che sono in sinergia su questo progetto. In ogni caso sarà un editore di cui potrò andare fiero, e non accade poi così spesso di poterlo dire ad alta voce. Vediamo.

Quindi si lavora al trattamento e forse anche alla sceneggiatura di un film su Ezio Tarantelli, l’economista ucciso dalle BR. Questo è, per ora, solo un sogno, ma già il fatto di poterci lavorare con Luca e sua mamma è per me un bel motivo di vanto. Verso fine 2014 o primi mesi 2015 potrebbe essere pubblicata la mia tesi di dottorato su Tondelli, o meglio il saggio tratto da essa. Il tutto, insieme al lavoro a Ottawa e al possibile lavoro che verrà fuori da qualche altra università, speriamo canadese, al fine di proseguire il percorso per richiedere la cittadinanza canadese.

Dita incrociate per me, please!

Il sindaco di Roma, Marino, in favore di matrimoni e adozioni per tutti

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L’avevo detto io che un sindaco come Ignazio Marino avrebbe fatto a poco a poco la differenza. Prima col piano di pedonalizzazione dei Fori, ora dicendo parole di estrema chiarezza sul tema dei diritti civili:

(ANSA) – ROMA, 11 DIC – Ignazio Marino torna a parlare di matrimoni e adozioni gay. E questa volta il sindaco di Roma, in trasferta in questi giorni in America, lo fa ospite in diretta dell’Huffington Post Live. “Se due persone si amano si devono sposare – ribadisce Marino – Molte persone sono rimaste sorprese da quello che ho detto ma io non vedo quale sia il problema. Sulle adozioni gay nel tempo ho cambiato idea e ora sono favorevole. La cosa piu’ importante e’ l’amore che puoi dare ai tuoi figli”. E al conduttore della trasmissione che mostra le luminarie di via del Corso scelte quest’anno per le feste natalizie parlando di ‘bandiera rainbow’ – simbolo usato dai movimenti omosessuali e Lgbt – Marino risponde: “Non tutti sono contenti ma penso che Roma debba diventare la citta’ dei diritti”. (ANSA).

Il corriere canadese torna in edicola

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Ne parliamo col nuovo direttore, Francesco Veronesi. Dove? Sul Fatto Quotidiano, ovviamente. Notizia che interesserà soprattutto gli italiani in Canada, ma anche gli italiani in Italia che desiderano fare uno stage giornalistico all’estero o che mirano a un contratto di praticantato giornalistico.