Di vita e morte. Il rumore delle radici.

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Ieri è stata una giornata speciale. Ieri era un anno che papà Gaetano non c’è più. E la sorellide ha scritto la sua preghiera laica. Difficile da leggere per quanto è semplice e bella.

Ieri è stato un giorno di massima crisi. Che si è risolta oggi. Perché, ancora una volta, il potere delle parole scritte valica le durezze, i fraintendimenti, le incomprensioni della vita.

Ieri è stato un giorno di lacrime e silenzi.

Oggi è un giorno di lacrime e speranze e propositi.

Domani sarà un giorno di rumori, forse di urla, e di radici.

Perché alla fine la vita cos’è, se non il rumore di chi amiamo?

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Credersi la fonte dell’oggettività

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Oggi ho scoperto che è possibile arrivare a 35 anni e pensare di essere la depositaria dell’oggettività. Cioè, è possibile per una persona di buona cultura, abituata ahimé a interpretare la vita come se tutto fosse misurabile su un foglio a quadretti, ritenere che la propria impressione su qualunque cosa sia corrispondente al dato di fatto oggettivo, privo di “bias”, privo di condizionamenti. Con buona pace di concetti elementari per gli umanisti, quale “interpretazione”, “ermeneutica” ma anche il concetto stesso di “filosofia”.

Se esistesse una persona in grado di rappresentare sempre e solo la più pura oggettività, probabilmente sarebbe un occhio supremo. Una specie di dio, onniscente e onnivedente. Un osservatore supremo che non esprime alcun proprio condizionamento. E’ imbarazzante doverlo scrivere, ma ogni e ciascun punto di vista, da parte di chiunque, è SEMPRE partigiano e parziale. Perché per quanto ci si sforzi di mettere da parte qualunque commento esplicito o implicito, assumendo il tono di voce più neutrale possibile e la postura del corpo più neutrale possibile, la semplice scelta delle parole – e ancor prima – la scelta stessa dell’argomento da riferire a uno o più ascoltatori, esprimerà una parzialità. Perfino una macchina fotografica è parziale: a seconda di dove la collochiamo, essa fotograferà la realtà da quella determinata posizione. Mettendo in primo piano alcuni elementi, sullo sfondo altri. La collocazione della macchina fotografica è un fattore di influenza e di parzialità, come ben sanno i registi cinematografici, gli operatori, i fotografi e chiunque abbia una minima dimestichezza con gli oggetti che servono a fotografare la realtà, a riprodurla nel modo più identico al reale possibile.

Concetti ovvi, uno penserebbe. Non per tutti, però. Non per tutti. Proprio non per tutti.

Monti e Obama alla Casa Bianca, il video

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Pochi giorni fa, l’ottimo Lorenzo Onorati diceva in un suo commento su Facebook: “Il 9 febbraio Monti andrà alla Casa Bianca a incontrare Obama. Se ci andasse Bersani non saprei cosa aspettarmi” (all’incirca diceva così, perdonate le virgolette non proprio fedeli). E io, di rimando, riflettevo: “Se c’è stato Silvio Berlusconi, penso che anche Bersani farebbe la sua porca figura.” E infatti è una cosa che credo fermamente: Bersani ha una sua elevata dignità quanto a uomo di Stato, lo si è visto quando era ministro dell’Industria del governo Prodi. Non so quale sia il suo livello in politica estera, né se sia un fine conoscitore di lingue straniere, magari pronunciate con la z emiliana.

E tuttavia, va riconosciuto, Mario Monti alla Casa Bianca è come il cacio sui maccheroni. A mia memoria non ricordo un’accoglienza così politicamente calorosa e rispettosa da parte di un presidente americano nei confronti di un primo ministro italiano. E non ricordo nemmeno un discorso in inglese così fluido e preciso da parte di un nostro primo ministro. E nemmeno mi pare del tutto consueto la conclusione in italiano fatta dal nostro Monti, un segno di forza politica, perché Obama non aveva la traduzione simultanea all’orecchio e infatti alla fine fa una battuta come a sdrammatizzare la realtà che non ha afferrato una parola.

Il tutto, in questo bellissimo raw video di 12 minuti pubblicato da USA Today. Da non perdere.

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Neve, il minimo della decenza (in millimetri)

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Romani, tirate fuori le pale e liberate la città!” così ha detto il sindaco Alemanno dopo l’eccezionale nevicata del 3-4 febbraio. Viene il sospetto che il temporaneo sindaco della Capitale volesse dire “le p-a-l-l-e“, perché a naso quanti saranno i romani provvisti di pale antineve a casa, secondo voi? Con quella piccola aggiunta di consonante in più, in effetti l’esortazione del sindaco ha tutt’un altro sapore, perfettamente in linea con ciò che si aspetta la classe dirigente capitolina dal popolo romano dinanzi a una nevicata in febbraio, un evento naturale che solo a Roma può diventare roba da interessare la Protezione civile, scomodare termini inappropriati quali “calamità naturale” (e che è successo, un terremoto con maremoto stile Messina 1908? No, peggio: è nevicato in febbraio) e da paralizzare la città (chiusura dell’aeroporto di Fiumicino, blocco dei treni, scuole, uffici pubblici, mezzo coprifuoco in centro, periferie isolate, trasporti pubblici bloccati, negozi chiusi con lunghe file di cittadini dinanzi ai pochi esercizi aperti: manco ai tempi della guerra).

La dichiarazione di Alemanno fa il paio con quella del – si fa per dire, siate clementi – onorevole Maurizio Gasparri, il quale ha trovato il responsabile del caos totale in cui è piombata la capitale del settimo paese più industrializzato (?): “l’emergenza neve è colpa del Tg3, se ne occupi la Vigilanza” cito testuale dal Facebook dell’onorevole Flavia Perina, che aggiunge un suo commento alla dichiarazione gasparriana: “Questi so’ matti.” Relata refero, beninteso, anche se in effetti nel nome di Bianca Berlinguer i più acuti potrebbero leggere, tra le righe, una qual certa responsabilità della nevicata.

Così, mentre Alemanno e Gasparri magari s’incontreranno (sarà necessaria una Commissione d’inchiesta? Può essere) per un adeguato ripasso delle tabelle di comparazione fra millimetri (di acqua) e centimetri (di neve), giugendo a delle scoperte inebrianti sulla quantità di neve che il Capo della Protezione civile Gabrielli aveva preannunciato sarebbero caduti sulla città, io me la voglio prendere per una volta contro quei lettori del mio precedente post, che forse cercando di difendere il glorioso operato del sindaco Alemanno (vedere a riguardo il bellissimo finto Cinegiornale Luce del 2010, in calce, a testimonianza che poi le nevicate di febbraio non sono cosa così inaudita a Roma), si sono messi a parafrasare quanto avevo scritto ieri.

Il mio parallelo fra come Toronto e Roma affrontano una forte nevicata, infatti, non aveva il fine di dire: così facciamo a Toronto, così dovreste fare a Roma. L’articolo, esplicitamente, diceva che nessuno immaginava di fare un paragone sulla quantità di risorse che le due città possono mettere sul piatto per contrastare la neve. Si diceva: questo è l’optimum di Toronto, città maggiore della sesta potenza industriale, in grado di stanziare fino a 55 milioni di dollari annui per rendersi praticabile durante l’inverno. Possibile mai che a Roma, dove certo nevica molto meno di frequente, ci si debba arrendere alla paralisi completa della città e delle sue attività industriali e lavorative sia quando nevica che quando piove? Perché quello che si contesta in questi articoli non è solo la mancanza totale di organizzazione del Comune per fronteggiare una forte nevicata in febbraio. Si contesta la completa impreparazione a tenere Roma città aperta sia quando piove molto che quando nevica un po’. E’ questo il nocciolo. Alemanno, con le sue esortazioni a tirar fuori “le pale”, sta facendo passare Roma dal neorealismo al surrealismo.

Un velo pietoso, infine, su quei lettori che hanno espresso pareri del tipo “Se nevica e prendi l’auto, te la vai a cercare” o, ancora peggio, “Se sei debole, zoppetto o anziano è ovvio che te ne stai a casa”. Cari signori, vi ricordo che la maggior parte della gente che prende l’auto lo fa per necessità o per lavoro, non per mero divertimento personale. Ecco perché questo capita anche quando è nevicato. E ricordo anche che i tempi dell’eugenetica nazistoide sono finiti, e che fra i doveri di un’amministrazione comunale c’è – sissignori – anche quello di garantire l’agibilità e il trasporto a tutti i cittadini che desiderano uscire di casa, proprio a cominciare da quelli più deboli, “zoppetti o anziani” o magari in sedia a rotelle, aggiungo io. Certe luminosità andatevele a scrivere nei vostri blog, grazie.