La bibliotecaria polacca

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Ieri sono andato per la prima volta a prendere in prestito dei libri alla biblioteca della Ryerson University, una delle 4 università di Toronto, dietro casa mia. Avevano dei libri che mi servivano per la tesi, e che non si trovavano tutti alla mitica Robarts. Poiché sono uno studente graduate alla UofT, potevo prendere i libri gratuitamente anche alla Ryerson (faccio notare che si tratta di università privata, per cui è come se a Roma potessi accedere gratuitamente alla biblioteca della LUISS essendo iscritto alla Sapienza: esatto, non succede).

Ho dovuto fare la tessera della biblioteca Ryerson e così ho parlato con la simpatica bibliotecaria. Una donna di 55 anni circa, di origine polacca, con un accento fortissimo che mi consentiva di capire tutto ciò che diceva. Abbiamo parlato e lei mi ha detto che è emigrata in Canada 15 anni fa. La cosa sorprendente? Mi ha detto che quando arrivò qui, il Canada era almeno 20 anni indietro rispetto alla POLONIA! Da non crederci, gente. 20 anni indietro rispetto alla Polonia del 1995? Eppure la signora, che viene da Danzk, la città di Lech Walesa, era senza dubbio sincera. “Quando sono arrivata, dopo che ho dato un’occhiata in giro, mi sono messa a letto per una settimana a piangere. Poi, mi sono alzata”, ha detto.

Tornato a casa, ho raccontato la cosa alla compagna di viaggio, che mi ha detto: “Ci credo. Oggi sono dove sono grazie all’immigrazione”. Già, l’immigrazione. Per chi sa come sfruttarla, una miniera d’oro.

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Palinsesti, una recensione

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Questo saggio è un esempio di quanto poco scientifici possano essere i saggi di critica letteraria. L’autore si crogiola nella maestà del suo nome, permettendosi di scrivere considerazioni tipo:

“Il termine architesto, me ne accorgo un po’ tardi, è stato proposto da Louis Marin (Pour une théorie du texte parabolique, in Le Récit évangélique, Bibliotheque des sciences religieuses, 1974) per designare “il testo da cui deriva ogni discorso possibile, la sua ‘origine’ e il suo ambiente di instaurazione”. Più vicino insomma a quello che io chiamerò ipotesto. Sarebbe ora che un Commissario della Repubblica delle Lettere ci imponesse una terminologia coerente”. (3)

Sì, sarebbe ora che i critici letterari la smettessero di chiamare gli stessi concetti astratti con nomi diversi, sarebbe ora che chi pubblica successivamente a uno scritto che si ritiene importante al punto da citarlo nel proprio lavoro, si uniformasse a ciò che altri hanno già battezzato, e non aggiungesse nuove etichette tanto per fare il figo. Sarebbe ora che in un saggio si mettessero da parte espressioni ambigue come “pressapoco”, “forse”, “probabilmente” e condizionali ipotetiche di secondo grado nel momento in cui si offrono al pubblico delle cosiddette “leggi”.

Se riuscite a superare lo sterile crogiolamento dell’autore nelle sue prime pagine, Genette cerca poi di stabilire 5 relazioni transtestuali (intertestualità, paratestualità, metatestualità, ipertestualità, architestualità) che TEORICAMENTE dovrebbero aiutare lo studioso a definire e analizzare un testo per poterlo poi a sua volta definire parodia, pastiche, travestimento, caricatura, trasposizione, forgerie.

Il punto debole è che queste relazioni transtestuali, si ha la sensazione, potevano essere 3, 5 10 o 15, al buon cuore dell’autore. Perché, di base, se vogliamo dare un’importanza testuale alla fascetta con cui viene rilegato un volume, non capisco perché dovremmo trascurare la porosità della carta su cui viene stampato quello stesso testo, e magari anche, a questo punto, dedurre alcune fondamentali convinzioni geopolitiche sulla base del luogo dove la stamperia che ha dato alla luce il volume lo ha rilegato e fatto uscire dai suoi macchinari, e così via.

Al di là di queste considerazioni, gli esempi di Genette sono pensati per un pubblico francocentrico e non sono utili per chi non ha presente di cosa parlino i testi da lui citati come esempi di parodia, pastiche, travestimento, caricatura, trasposizione, forgerie.

Giudizio: 2 stelle su 5

Sondaggi politici

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In Canada, i sondaggi segnano unanimi una valanga socialdemocratica: l’NDP di Jack Layton dovrebbe passare dal 18% al 30%, ma i Conservatori continuano a guidare, passando dal 37 al 35%. Il paradosso? Col crollo del maggior partito d’opposizione, i Liberali, che finirebbero terzi col 22%, i Conservatori del primo ministro uscente rischia di avere la maggioranza in seggi al Parlamento di Ottawa, pur perdendo voti. Magie del maggioritario secco.

In Italia, il Sole 24 Ore, dopo Ballarò, indica che se si votasse oggi l’alleanza Pd-Sel-Idv avrebbe tre punti tre di maggioranza alla Camera. E potrebbe anche vincere al Senato. Senza alleanze innaturali con Fini. Alle amministrative ne vedremo delle belle. Magari la Moratti vince ancora, ma solo al ballottaggio. E Pisapia potrebbe fare la sorpresina, dice la mia sfera di cristallo.

Quasi comprato un nuovo appartamento

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Ci è mancato un pelo. Ventesimo piano, cucina nuova di zecca, bella vista sul centro città e il lago, un prezzo da favola, il bagno da rifare. Potevamo comprarlo in contanti mettendoci dentro tutto o quasi, ma alla fine siamo arrivati secondi. Però è stato bello sentire la nostra disponibilità a fare concordamente un passo così importante e ragionato. Penso che come coppia questo episodio ci abbia fatto crescere.

Lì dove Tondelli non arrivò

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Negli ultimi giorni ho compiuto 37 anni e sono così arrivato a un’età che il mio caro Tondelli non ha mai conosciuto. Strana sensazione, dopo aver letto praticamente tutto (mi riferisco ai suoi mille articoli giornalistici, non ai suoi libri, ovviamente) di lui. Arrivo ai 37 anni nel giorno in cui Tutta colpa di Miguel Bosé su Anobii.com ha raggiunto i 78 utenti, uno in più degli utenti che hanno Men on Men vol. 3 e dunque diventa il mio secondo testo più noto su quel sito. Se i rapporti hanno un senso, considerando che Angeli ha venduto 6600 copie e su Anobii è posseduto da 139 utenti, e Gay: diritti e pregiudizi ha venduto 1000 copie ed è posseduto da 44 utenti, per Bosé dovremmo essere vicini a quota 2000/2300 come vendite totali, considerando che quando Angeli e Gay sono usciti, Anobii.com non esisteva, e che dunque molti lettori non li hanno ancora inserito nel loro profilo anobiano. Calcoli spannometrici, chiaro. Ma non del tutto folli.

Al di là di questi calcoli, la cosa che mi fa piacere è che i miei lavori sono generalmente bene accolti dai lettori. Qui per leggere l’ultima recensione in ordine cronologico a Bosé. Angeli ha diviso molto, ma alla fine si è imposto a suo modo per essere un libro “che sembra Moccia ma non è”, e credo che la definizione gli stia a pennello. Non so quale editore pubblicherà il prossimo romanzo, Anelli di fumo, che secondo me è il lavoro più interessante, fino a oggi. Vedremo, tanto non c’è fretta.

In questi giorni sono poco presente sulla rete perché sto finendo la terza versione della tesi di dottorato.

G8 di Genova: il nostro Garage Olimpo

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Questo articolo è stato pubblicato ieri su Il Fatto Quotidiano.

“Fatti estranei al sistema giuridico dei Paesi occidentali”. Ecco come si può riassumere in un rigo le 700 pagine delle motivazioni della sentenza di condanna di secondo grado pronunciata dalla Corte d’Appello di Genova lo scorso 5 marzo 2010, e depositate il 15 aprile 2011, sulle torture che le cosiddette “forze dell’ordine” perpetrarono in seguito al G8 di Genova 2001.

I reati contestati agli imputati erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso d’autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Per questi reati la Corte d’Appello, presieduta dal magistrato Maria Rosaria d’Angelo dopo undici ore di camera di consiglio, aveva confermato il 5 marzo la sentenza di primo grado a carico di quattro imputati, mentre aveva dichiarato il non potersi procedere per prescrizione dei reati per altri 28 imputati. Nel dettaglio, la Corte d’Appello aveva condannato a un anno di reclusione l’ex vice della Digos di Genova, Alessandro Perugini (condannato in primo grado a due anni e tre mesi), un anno ad Antonio Del Giacco (due anni e tre mesi in primo grado), otto mesi ai suoi colleghi Sebastiano Pinzone (due anni), Enzo Raschellà e Luca Mantovani (un anno e dieci mesi). La corte aveva inoltre dichiarato prescritti i reati di calunnia, lesioni e arresto illegale, mentre erano rimaste in piedi le accuse di falso aggravato.

Le pene non prescritte sono state oltretutto condonate, poiché l’ordinamento italiano non riconosce il reato unico di tortura. Reato che esiste in molti altri ordinamenti europei e che avrebbe consentito ai magistrati di condannare in modo più pesante i colpevoli, e quindi di non veder condonata la loro sentenza. L’Italia ha ratificato una convenzione ONU del 1987 che vieta la tortura, ma in questi ventiquattro anni il Parlamento di Roma non ha mai approvato una legge che istituisca il reato di tortura. Solo il governo Prodi, nel dicembre del 2006, ha votato alla Camera una legge in questo senso, ma il ddl non è mai arrivato all’approvazione definitiva del Senato.

Leggendo le motivazioni della sentenza, che potete scaricare in calce a questo articolo, Perugini “aveva l’assoluta contezza dell’antigiuridicità delle condotte che, anche nella percezione intellettiva del pubblico ufficiale, vengono percepiti come fatti estranei al sistema giuridico dei Paesi occidentali, caratterizzato questo da principi insuperabili di garanzie all’integrità fisica e morale del soggetto e al diritto di non essere privati della libertà senza la pronuncia di un’autorità giudiziaria”.

Ripenso al recente proclama di Alberto Asor Rosa su Il Manifesto, in favore di un golpe in cui la “prova di forza che […] scenda dall’alto” sia affidata ai Carabinieri e alla Polizia e lo confronto con la lettura delle motivazioni della sentenza del G8. Scrivono i giudici: “Richiamarsi platealmente al nazismo e al fascismo, al programma sterminatore degli ebrei, alla sopraffazione dell’individuo e alla sua umiliazione, proprio mentre vengono commessi i reati contestati o nei momenti che li precedono e li seguono, esprime il massimo del disonore di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale”.

Sono questi i Carabinieri e la Polizia a cui davvero Asor Rosa pensa di poter affidare il comando di un golpe? Lascio ancora la risposta alle motivazioni dei magistrati: “Questo richiamo ai principi posti a fondamento dei regimi sterminatori razzisti non è solo condotta antitetica ai principi e ai valori costituzionali che sono stati elaborati e codificati proprio per erigere un baluardo giuridico contro i principi e i valori espressi da regimi abietti ma costituisce il più infimo grado di abiezione di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale della Repubblica italiana che ha prestato giuramento di fedeltà alla sua Costituzione”.

Per chi non conosca il film Garage Olimpo.