Il più grande palleggiatore del mondo
17 giugno 2013 § Lascia un commento
Luca Tarantelli e la forza della scrittura
11 giugno 2013 § Lascia un commento
Rigore scientifico. Ricerca storica. Passione. Armonia. Sentimento. Sono queste le folgoranti qualità del saggio Il sogno che uccise mio padre. Storia di Ezio Tarantelli che voleva lavoro per tutti (Rizzoli 2013, 18 euro, 274 pp.) scritto dal figlio Luca, a 28 anni di distanza dall’assassinio a opera delle Brigate Rosse nel parcheggio della Facoltà di Economia dell’Università “Sapienza” di Roma, il 27 marzo 1985.
Luca Tarantelli riesce nell’aspetto più difficile: unire il racconto storico a quello privato, ma senza uscire dai margini della ricostruzione scientifica. “Mio padre però non c’era più: era stato sostituito da una narrativa pubblica che lo presentava come un un eroe [...] Così, nemmeno il dolore fu più mio: la sua morte era diventata una questione di Stato [...] e questo mi espropriò della possibilità di elaborare il lutto. [...] Quei diciassette proiettili conficcati nel suo torace rendevano la sua morte un evento intenzionale, un dolore provocato espressamente [...] Non è la stessa cosa la perdita di un padre in un incidente, o per una malattia, piuttosto che per un omicidio.” L’autore, usando il portentoso strumento della scrittura e mettendo a frutto quelli che si percepiscono come anni di terapia dolce e intelligente, in queste pagine riesce finalmente a elaborare il lutto e a trovare la serenità di mettere insieme un testo che dovrebbe essere fatto leggere nelle scuole.
Tre anni di lavoro duro e doloroso, ma necessario per ricostruire anzitutto una cornice su almeno quattro livelli. Il primo livello è quello della cornice storica di un’Italia spaccata fra rossi e neri uniti solo dalla P38. Il secondo livello è quello della ricostruzione – in un linguaggio piano e umanistico – delle delle intuizioni economiche spesso geniali di Ezio Tarantelli. Il terzo livello è quello della cornice personale, ricavata dal figlio attraverso una attenta e ponderata selezione di interviste ad amici, colleghi, studenti e parenti di Ezio. Impressionante la lista di personalità oggi famose a livello internazionale che hanno avuto a che fare con l’economista romano: da Carlo Azeglio Ciampi, che cura un’affettousa prefazione, a Guido Carli, dal Nobel Franco Modigliani ad Aris Accornero, solo per citarne alcuni.
La quarta cornice è relativa alla dinamica dell’assassinio, che come mi ha confermato l’autore in un breve incontro romano “Non è e non vuole essere il centro della storia“. Luca me lo spiega con una metafora calcistica, e anche nella scelta di questo parallelo popolare viene fuori tutta la sua dolcezza e il suo desiderio di essere comprensibile a un pubblico il più vasto possibile: “E’ come se in una partita di calcio sul 4 a 3, a venti minuti dalla fine, entra un giocatore avversario che in tackle spezza le gambe a un giocatore della tua squadra. Lo racconti, certo, ma racconti anche ciò che è successo nei settanta minuti precedenti: quella è la partita.” Molto bello anche l’intreccio con quel po’ di autobiografia che Luca dischiude, fra macro e microstoria, mettendo in parallelo gli eventi della storia d’Italia con la sua esperienza di studente del liceo Tasso di Roma negli anni Novanta.
In questo saggio l’autore ci prende per mano e ci fa conoscere suo papà – chiamato così per la prima volta solo a pagina 236; prima si riferisce a lui come “Ezio”, “Tarantelli”, “l’economista romano”, e molto più raramente, “mio padre”. Ne vien fuori un uomo anzitutto sorridente, ottimista, brillantissimo studente e poi ricercatore di Econometria nelle due Cambridge, un marito innamorato della sua bella moglie, con un’automobile lurida e scassata, un papà amorevole, che sgonfia gradualmente i braccioli del figlio piccolo per insegnargli a nuotare senza dargli l’ansia del fatto che si compie. Luca, di questo papà così bello, non ne fa però un’apologia. Tratteggia in modo netto i difetti dell’uomo pubblico: un impolitico, anche molto ingenuo, sicuro di doversi esporre sulla stampa, in tempi politici che puzzavano di polvere da sparo, perché “la gente ha bisogno di capire“.
Ezio vedrà invece le sue idee distorte e usate da una classe politica (soprattutto del Pci, il partito che pure Tarantelli votava) e sindacale (la Cgil) non in grado o addirittura nolente di seguire le sue intenzioni. Il suo “sogno”, che gli causerà quelle 17 pallottole in petto, rimane tale: irrealizato, distorto. Ezio, come spiega Accornero, voleva “alleggerire il peso della scala mobile [...] nella prospettiva però di restituire ai lavoratori quel che era stato loro levato, qualora non si registrasse un aumento dell’occupazione.” (182). Il punto centrale era che Tarantelli voleva legare gli scatti trimestrali della scala mobile non più ai dati del passato dell’inflazione, ma a quelli previsti per il futuro: un concetto che avrebbe messo nelle mani del sindacato la possibilità di determinare la politica economica dello Stato.
Col senno di poi sappiamo che Ezio Tarantelli aveva visto giusto. I problemi da lui indicati, e che voleva evitare, si sono puntualmente verificati e poi accentuati, dal “salto generazionale” al problema dei salari. Uno dei tanti treni persi dal sistema Italia. Nel sangue.
Uscito anche su Il Fatto Quotidiano.
Grazie Roma…
10 giugno 2013 § Lascia un commento
Fuori i rossi da Hollywood! Nuova edizione
10 giugno 2013 § Lascia un commento
Se per caso nove anni fa vi siete persi l’uscita del mio saggio Fuori i rossi da Hollywood! Il maccartismo e il cinema americano, Lindau ha deciso di ripubblicarlo nella sua collana dei grandi successi “I quarzi”. La copertina è molto più carina oggi e il prezzo è pure di 4 euro più basso di quello del 2004. Che volete di più? Probabilmente un secondo libro sul maccartismo. Che c’è, pubblicato da Effepi, e si intitola Assalto all’informazione. Il maccartismo e il giornalismo americano. Perché qui quando si studia un fenomeno lo si fa a fondo.
Esseri messi malissimo
6 giugno 2013 § 3 commenti
Insomma oggi passeggiavo per le strade del Trieste e m’imbatto nei seguenti manifesti elettorali:
Vabbè, qualità della foto a parte (e se vedeste il mio clavicembalo telefonico, c’è da stupirsi che possa far foto e addirittura mandare file per bluetooh), io direi che quando un partito è costretto a usare il nome del Presidente della Regione del partito avversario per invitare i propri elettori a votare Alemanno, sta messo malissimo. Poi mi verranno a spiegare che c’è un omonimo di Nicola Zingaretti nelle liste per Alemanno sindaco e che DI CERTO non si riferivano al Presidente della Regione, e tuttavia… lascio a voi il giudizio.
Diciamo che fanno il paio con i manifesti con la foto del cane che recitano “Per Marino questa è una cavia, per Alemanno è una vita”.
Due a zero e palla al centro, via.
La macchina del tempo esiste, ed è la provincia veneta.
5 giugno 2013 § 4 commenti
Ieri ho ricevuto una mail da Matteo Pegoraro. A me la cosa era sfuggita, ma Matteo Pegoraro si è candidato a sindaco di un paesino del Veneto che si chiama Solesino, in provincia di Padova. Fin qui, nulla di che. Solo che il nostro Matteo candidandosi ha fatto coming out e ha detto, credo in conferenza stampa, di essere gay. Ecco, se Matteo fosse stato di Roma, avrei potuto scrivere anche a commento del suo coming out pubblico “Fin qui, nulla di che.” Il punto è proprio che il sor Pegoraro ha fatto coming out a Solesino, paesello del padovano, capito? Cosa che permette a noi tutti di scoprire che la macchina del tempo esiste ed è stata inventata nella alacre provincia veneta.
Lascio la parola a Matteo per descrivere la prima ondata di reazioni:
L’essere gay a Solesino (Padova) è forse come esserlo in un paesino del meridione, dove tutti conoscono tutti e la mentalità si amalgama tra il conformismo e il machismo. È un paese di circa 7200 abitanti, un po’ sganciato dal resto del mondo, dove raramente chi ci vive si permette di uscire fuori dagli schemi e dove i valori della famiglia tradizionale sono talmente radicati da non essere minimamente messi in discussione. È un paese con molti anziani, che tramandano una tradizione senza dare troppe opportunità a qualcuno di cambiarla o proporne una visione diversa. Quando mi sono candidato sindaco, un giornale locale – Il Mattino di Padova – ha intitolato gli strilloni”Sono gay e mi candido a Sindaco” e in poche ore i quotidiani erano esauriti. Il titolo del pezzo era “Il primo candidato a sindaco di Solesino è un omosessuale”. Il giorno dopo in piazza tutti mi scrutavano con aria indagatoria, qualcuno lanciava qualche occhiata, qualcun altro sorrideva timido e accennava a un saluto, i più fingevano di non far caso alla cosa. Nei bar parlavano già che se fossi stato eletto avrei portato il gay pride, i matrimoni gay e legalizzato le adozioni, in un’ottica abbastanza assurda e ben poco realistica, ma che determinava commenti e scongiuri. Dopo qualche giorno ricevevo a casa una busta chiusa da un certo don Ferdinando, cappellano dell’ospedale di Monselice, un paese vicino, dove mi si diceva che come gay, candidandomi a sindaco, stavo rovinando il nome di Solesino, che ero anormale e non potevo pretendere di essere considerato come tutti gli altri uomini. Allego la lettera, anche se è in dialetto veneto qualcosa si capisce. Sul retro mi si diceva che sto commettendo peccato mortale, come abortire, uccidere o rubare ai poveri. Decisi di lasciar perdere, ma il giorno del mio compleanno (l’11 aprile) mi chiama una ragazza della mia lista dicendo che in alcuni parrucchieri e bar del paese stanno distribuendo quella lettera, dattiloscritta, agli avventori. Molti mi dicono di non cogliere la provocazione, e lasciare fare, non denunciare nulla, ché altrimenti “la cosa del gay si accentua”. Scelgo di andare avanti continuando semplicemente a essere me stesso, e alla fine alle elezioni portiamo a casa 601 voti e un posto in consiglio comunale. Qualcuno dice “è bravo ma è gay”, qualcun altro è arrabbiato, qualcun altro deluso perché non abbiamo vinto. Ecco i vari volti dell’essere gay – e candidato sindaco – a Solesino!
Per voi che amate i documenti originali, vi pubblico anche le foto della lettera ricevuta da Matteo:
E questa è la seconda facciata:
Ora io non so come avreste reagito voi, ma io ho reagito scrivendo a Matteo una email a mia volta, che ricopio qui sotto:
Matteo,
io trovo tutto ciò molto interessante e folcloristico. Anche la lettera del prete esprime un’omofobia relativamente innocua, non dettata da cattiveria ma, come dici tu, da una forza della tradizione che probabilmente morirà solo quando tutte le persone di quella generazione saranno morte. Fossi in te gli risponderei con una lettera aperta sui giornali locali, invece. Una lettera cordiale e sorridente, magari facendogli scoprire che il peccato di Sodoma e Gomorra era (secondo legioni di teologi e uomini di chiesa) la non ospitalità verso gli stranieri, o mettendo in risalto tutte le assurdità incluse nell’antico testamento, o facendo presente di quanto l’omosessualità esista da prima di Tognazzi e il Vizietto (tipo l’antica Grecia?) e di come, proprio ne Il Vizietto, questo fosse costituito dalle scappatelle eterosessuali di Tognazzi, che era un bisessuale e infatti gli capita di mettere incinta una sua ex moglie e quindi di avere un figlio inaspettato. La provincia veneta è spesso una sorta di viaggio indietro nel tempo; te ne rendi conto anche da questo reperto fantastico di lettera scritta a clavicembalo scrivano, con le correzioni a mano e l’aggiunta a penna… conservala fra le cose più care, perché quando sarai padre o addirittura nonno di figli avuti con un tuo prossimo o attuale compagno, magari per surrogata o adozione, sarà molto divertente mostrar loro un simile orpello.
Molti auguri e continua così,
Sciltian













