In morte di Robin Williams, Attore Totale

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Robin Williams (1951-2014) ha svezzato con la sua arte la generazione dei nati alla metà degli anni Settanta

Robin Williams (1951-2014) ha svezzato con la sua arte la generazione dei nati alla metà degli anni Settanta

Stop all the clocks, oggi è morta l’infanzia. Succede così che in una calda serata d’agosto vengo a sapere della morte, probabilmente per suicidio, del mio attore preferito: Robin Williams. Un attore che ha accompagnato artisticamente tutta la mia vita e, a giudicare dalle reazioni contrite sui social network in tutte le lingue del globo, anche quella di chi è nato a metà anni Settanta, e di due o tre altre generazioni sparse per i quattro angoli del pianeta.

Anche se il signor Williams era malato da tempo di depressione, mi piace pensare che in nessuna redazione fosse già pronto un suo coccodrillo, vale a dire uno di quegli articoli che i giornalisti preparano in previsione della morte di qualche personaggio noto di cui si sospetta l’avvicinarsi dell’ultima ora. Non penso che fosse pronto il coccodrillo di Williams intanto per la sua tutto sommato giovane età, appena 63 anni, e poi perché – scusate la banalità dell’immagine – Robin Williams con il suo sconfinato talento d’attore totale ha dato corpo al mondo dei sogni per uno o due miliardi di persone. E i sogni, si sa, non si vorrebbe mai vederli morire, meno che mai per mezzo delle proprie mani. Come scrisse a riguardo in modo perfetto Herman Hesse ne Il lupo della steppa: “Tutti i suicidi conoscono anche la lotta contro la tentazione del suicidio. In qualche angolino della mente ognuno di loro ha la convinzione che il suicidio è bensì una via d’uscita, ma in fondo un’uscita di soccorso piuttosto volgare e illegittima, e che è più nobile, più bello lasciarsi vincere ed abbattere dalla vita che dalle proprie mani.”

La morte di alcuni personaggi famosi del mondo dell’arte è una morte molto particolare. Quando ne veniamo al corrente, siamo inevitabilmente spinti a ricordare tutti i momenti della nostra esistenza in cui la data canzone o il dato film ci hanno colpito al cuore, ora regalandoci una risata stentorea, ora liberandoci da lacrime che, per qualche motivo, ci ostinavamo a non voler perdere. Robin Williams, dall’alto della sua immensa e formidabile carriera prima teatrale, poi televisiva e infine cinematografica, ha rappresentato per quattro decenni tantissimo per moltissimi. Il messaggio di cordoglio della famiglia Obama ha fermato questo macro-meta-significato della sua arte con un’immagine plurale e felice:

“Robin Williams è stato un aviatore, un medico, un genio, una tata, un presidente, un professore, un Peter Pan al grido di ‘Bangarang!”, e tutto il resto. Ma è stato un unicum. Atterrò nella nostra vita nei panni di un alieno, ma è riuscito a toccare ogni parte dello spirito umano. Ci ha fatto ridere. Ci ha fatto piangere. Ha dato il suo talento incommensurabile liberamente e generosamente a chi ne aveva più bisogno, dalle nostre truppe di stanza all’estero, agli emarginati sulle nostre strade. La famiglia Obama offre le proprie condoglianze alla famiglia di Robin, ai suoi amici, e a tutti coloro che hanno trovato la propria voce e il proprio verso grazie a Robin Williams.”

La locandina de "L'attimo fuggente" (Dead Poets Society, 1993), probabilmente il film capolavoro di RW

La locandina de “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society, 1993), probabilmente il film capolavoro di RW

E proprio questo è il lascito artistico incancellabile dell’attore: rimane e rimarrà vivo per altri cento anni, o forse più, nella memoria di uomini, donne e bambini di tutto il mondo. Ci rimarrà come il Mork di Mork e Mindy (60 milioni di spettatori a puntata nei soli Stati Uniti nel periodo 1978-1982), o forse come l’idealista professor John Keating nel capolavoro L’attimo fuggente. O magari come l’imprevedibile tata di Mrs Doubtfire – Mammo per sempre, o il radio giornalista Adrian Cronauer (personaggio realmente esistito) nell’ironico e tragico Good Morning, Vietnam, o, ancora, il saggio terapista Sean Maguire in Will Hunting – Genio ribelle, o il dottore-pagliaccio Patch Adams nell’omonima pellicola e in centinaia d’altri film e personaggi che hanno avvicinato ciascuno dei suoi spettatori a un momento di incanto e di sospensione mitica del tempo e delle questioni.

Poi, come accade sempre nella pornografica serializzazione d’una notizia che colpisce tanti per diversi giorni, verremo a sapere i lati di luce e quelli di ombra dell’essere umano Robin Williams. I suoi gesti di beneficenza, il suo impegno per l’amico Christopher Reeve divenuto quadriplegico, la sua dipendenza dalla cocaina e dall’alcool, i suoi diversi matrimoni e divorzi, il suo maledetto disturbo bipolare che lo ha, in ultimo, sopraffatto. Ma, soprattutto noi nati alla metà degli anni Settanta, noi che siamo stati letteralmente svezzati dalla magia di questo Immenso Attore al saluto di “nano-nano“, lo vogliamo ricordare salendo per un’ultima volta in piedi sul nostro banco, salutandolo al grido di “Oh Capitano, mio Capitano!“: grazie, signor Williams, per aver reso un po’ più ricca d’arte e di spirito la vita di un miliardo o due di esseri umani.

[Pubblicato sul Fatto Quotidiano il 12.8.2014)

La letteratura, l’amore, le lacrime nel terzo romanzo di Cristiana Alicata

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Altra bella copertina e progetto grafico di Maurizio Ceccato, che però a 'sto giro sbaglia la costina: titolo pressoché illeggibile, che si mimetizza nella libreria.

Altra bella copertina e progetto grafico di Maurizio Ceccato, che però a ‘sto giro sbaglia la costina: titolo pressoché illeggibile, che si mimetizza nella libreria.

Se ve lo siete perso sul blog de Il Fatto Quotidiano (dove commenta anche un campione di profondi bisognosi di terapia) ecco a voi la mia nuova recensione a un bel romanzo uscito da poco.

***

A cosa serve la Letteratura? Mi viene alla mente una risposta famosa di Sartre: “Il mondo può benissimo fare a meno della letteratura. Ma ancora di più può fare a meno dell’Uomo.” Io volo più basso di Sartre, e ho bisogno di molte più parole.

“Tu rimpiangi di non aver vissuto in tempo di guerra.” Davanti al mio silenzio avevi aggiunto una cosa lapidaria: “Avresti voluto vivere in un tempo in cui non si può scegliere e c’è una sola cosa da fare. E non riesci a dare ascolto alla banalità della vita. Non posso raccontarti cosa ho visto al bar questa mattina perché non lo consideri importante. Magari per me lo era, ma a te sembra che non te ne freghi nulla. – “Sono il salvadanaio dei tuoi pensieri”, ti avevo detto. “Tu non lo sai, ma io li conservo tutti. Qui”. E avevo indicato la fronta e tu avevi scosso la testa e sorriso vittoriosa. – “E’ il luogo sbagliato, infatti”, avevi detto [...]. (p. 148).

Questo è uno dei passi che ho trovato più toccanti del nuovo romanzo di Cristiana Alicata, Ho dormito con te tutta la notte (Hacca Edizioni, 2014, 14 euro per 204 pagine). Come recensore, fa piacere, ogni tanto, poter dire “l’avevo detto io”: quando, tre anni fa, avevo segnalato ai lettori l’alba di una scrittrice per il romanzo Verrai a trovarmi d’inverno, non mi ero sbagliato.

In questo nuovo lavoro – il terzo romanzo di Alicata – l’autrice sceglie la strada della letteratura introspettiva e crepuscolare. E’ la storia di una famiglia. Una famiglia che, al pari di tutte le famiglie che conosco, ha al suo interno problemi. Di comunicazione, di malattia, di infelicità, di incomprensione. Ma allo stesso tempo, al pari di tutte le famiglie che conosco, custodisce dentro di sé anche formidabili risorse: d’amore, di ricerca della propria felicità, di rispetto reciproco, d’altruismo. Il romanzo è raccontato in prima persona da una protagonista di cui non sapremo mai il nome. E’ una bambina nata alla metà degli anni Settanta, che racconta il suo percorso di formazione attraverso poche ma capitali figure: due amiche del cuore, i genitori, un nonno. Le amiche, Lucia e Sabrina, incrociano e incidono la sua esistenza e fanno un po’ da contraltare fantastico e sentimentale, quasi un’Alice attraverso lo specchio, alla realtà della famiglia. La famiglia, entità che nella cultura italiana è una monade da cui spesso tutto parte e in cui spesso tutto finisce, è composta da un fratello minore, una madre schizofrenica e un padre che tenta di tenere incollati i pezzi di un focolare spezzato dalla malattia.

La protagonista di Ho dormito con te tutta la notte decide a un certo punto di salpare da quel porto infetto che è la sua famiglia. E si mette a cercare, in un’odissea dei sentimenti e della psiche. Cosa cerca? Cerca la propria capacità d’amare. Di fermarsi in un punto. Di apprezzare il panorama. Di percepire e apprezzare l’odore: “Mi ha sempre stupito l’odore che hanno le famiglie. E’ l’odore della convivenza che le case trattengono, anche dopo la diaspora, lo restituiscono agli estranei in visita, lo conservano per chi torna. La casa dei tuoi possedeva quell’odore, per esempio. Un odore che mischia la polvere dei modellini di aeroplani di tuo padre e i suoi manifesti dell’URSS, al modo di cucinare di tua madre e ai suoi libri di letteratura inglese. Tu te lo porti addosso.” (p. 173) Cerca la possibilità di voltarsi verso il volto della donna amata e di sentirsi ordinare, in un imperativo d’amore: “Fermati. Fermati qui.

Fra gli elementi che si apprezzano di più di questo romanzo importante, c’è che il contesto saffico è raccontato con naturalezza, senza clamore. Alicata racconta un pezzetto di cosa può essere l’amore. Senza aggettivi, senza scandali. Niente di più naturale.

C’è una teoria un po’ bacchettona della critica letteraria e cinematografica che sostiene che il critico, per poter dare un giudizio obiettivo, deve restare del tutto distaccato dall’opera che recensisce. Non ho mai pensato che quella teoria avesse un gran valore. Ora, dopo essere arrivato alle lacrime all’ultima pagina di Ho dormito con te tutta la notte, sono sicuro di due cose: Cristiana Alicata è una grande scrittrice del nostro tempo. E io ho bisogno di compiere delle scelte. Ecco a cosa può servire la letteratura.

Teste di cazzo.

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anellidifum0:

Post da premio Pulitzer pubblicato da NonSiSeviziaUnPaperino. Condivido, of course.

Originally posted on non si sevizia un paperino:

Hanno 20 e 21 anni, ed erano in Siria per seguire progetti umanitari.  Si occupano di sanità e acqua. Non so che tipe siano. Magari sono pure antipatiche. Sicuramente sono diverse da me: io non andrei mai a fare del bene in culo al mondo, né l’avrei fatto a 20 anni: sono una merda ora, figuriamoci quando non avevo neanche un cazzo da fare tutto il giorno.

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Numeri tondi

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compilationAnellidifum0 ha compiuto da qualche mese 10 anni di vita. Io ho commentato su questa piattaforma poco più di 300 volte per un totale di quasi 900 post, visti da poco più di 2 milioni di contatti, suddivisi così: poco più di 400mila su WordPress, poco più di 1,6 milioni su Il Cannocchiale. Nel frattempo, su Anobii ho recensito 700 libri, su 1239 letti e 1459 inseriti nel mio profilo. Il tutto, nell’anno dei miei 40. Numeri tondi.

Aldo Busi: la vita di uno scrittore

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Come piacerebbe a lui, non c'è bisogno di didascalia.

Come piacerebbe a lui, non c’è bisogno di didascalia.

Come gli anellidi più attenti sanno, non amo il personaggio di Aldo Busi, meno che meno quello televisivo. Aggiungo anche che non lo trovo uno scrittore indimenticabile in quanto troppo ricercato e debordante di superbia. Penso però che questo autore – che tra l’altro di tanto in tanto mi fa l’onore di essere un anellide – sia una persona molto bella, dalle idee politiche radicali ed estremamente condivisibili, con una storia di vita da tirarsi giù il cappello e guardarsi la punta delle scarpe.

Ecco perché ho trovato utile e arricchente questo suo lunghissimo post. E’ uno sfogo, più che un articolo, in cui vien fuori una bella dose di genuinità; forse la migliore qualità di Busi, ma una qualità a cui spesso sceglie di rinunciare, purtroppo.