Quando si odia il lettore: Seminario sulla gioventù, di Aldo Busi

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Nella postfazione a questo importante romanzo del Novecento italiano, Massimo Bacigalupo ha scritto:

“Questa narrazione semiautobiografica che alterna aneddoti, incontri, congiungimenti di corpi, di dialoghi, di intuizioni, divagazioni fa pensare a Luis-Ferdinande Céline, e forse più al narratore che vive alla giornata di Henry Miller, di cui Busi ha il narcisismo ma non l’ottimismo whitmaniano: le sue relazioni (omo)sessuali risultano inevitabilmente spiacevoli e degradanti, non sono mai oggetto di delectatio morosa come nella scrittura pornografica (e in Miller), hanno bensì una certa meccanicità senza sbocchi, da aneddoto abortito, sono gesti isterici e fantastici di cui ridere, discorso, non realtà. Alla vena diciamo neorealista e a quella dell’io picaresco e narcisista se ne può aggiungere una terza, quella del racconto manierista dallo stile ricercato di cui la letteratura dell’omosessualità offre molti esempi.”

Mi trovo d’accordo con Bacigalupo: il romanzo d’esordio di Busi è in effetti un romanzo di formazione dove esiste anzitutto una forma di narcisismo parossistico che trasmigra addirittura in una narrazione insieme picaresca e postmoderna, con un uso del linguaggio senza dubbio colto, ma vittima di un cesello manierista che imita una letteratura di secoli andati, con l’oggettivo problema di risultare particolarmente artificiosa, ampollosa e inadatta a una sensibilità da lettore di questi tempi.

Busi scrive un romanzo iper-compiaciuto, ricco di personaggi e di sottotrame, complesso e articolato, nel quale respinge a tutta forza i lettori che, incauti, si avviano lungo le sue pagine. Il messaggio dell’autore è chiaro: qui voi, o stolti, non ci potete arrivare. E infatti le uniche parti sinceramente godibili di questo pesantissimo tessuto dalle trame così orlate e riprese sono quelle dove all’autore scappa la volontà di allontanare il disprezzato lettore ed emerge la sua voce sincera, da scrittore di povera fine Novecento. Ma il lettore, calviniamente, ha qui il dovere più che il diritto di saltare pagine e capitoli, di stuprare questo testo nel modo che più gli aggrada. E dunque del romanzo, consiglio la lettura dei soli capitoli “Diario di un barista” e “Altri pantani”, dove il carattere autobiografico è più evidente, così come la voce originale di Busi è più comprensibile e, diciamocelo, godibile.

In generale, è stata una vera sofferenza arrivare alla fine di questo libro. Sarà forse un mio limite di lettore, però rimango dell’idea che si scriva per farsi (intel)leg(g)ere e non per allontanare. E’ inutile denunciare contrarietà verso la mise-en-abîme calviniana e borgesiana per poi riprenderla, sottotraccia, lungo tutto il romanzo. Uno strumento narrativo o piace e si usa, o non piace e non si usa. Usarlo disprezzandolo non fa che attirare incomprensione, se non proprio fastidio.

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11 pensieri su “Quando si odia il lettore: Seminario sulla gioventù, di Aldo Busi

  1. Una domanda forse un po’ idiota: ma questo blog tratta soprattutto di letteratura omosessuale?
    C’è un perchè di fondo o è solo perchè interessa appieno il gestore del blog?
    Grazie…

  2. Questo post dà per scontate due cose: che il livello di comprensione del lettore medio è basso, e che un buon libro per essere tale deve adeguarsi a questo livello. La prima cosa è probabilmente vera, ma ipotetica e in qualche modo paternalistica: insomma inutile alla critica letteraria. La seconda è a dir poco assurda. Per vari motivi. In primo luogo, non si capisce perché uno scrittore debba tenere conto di un ipotetico lettore medio, appunto perché è ipotetico ma anche perché uno scrittore ha il diritto di rivolgersi anche a un pubblico di nicchia: ogni libro trova la propria strada verso il suo pubblico, e se questo pubblico non è esteso ma ristretto, be’, questo non ha niente a che vedere con il valore del libro. Sappiamo anzi che più spesso sono i libri più letti a essere quelli di qualità più scadente, proprio perché la qualità scadente per lo più non offre difficoltà alla lettura e quindi risulta più “facile”, proprio quella facilità di lettura che si auspica in questo post. Certo non voglio dire che un buon libro deve essere per forza “difficile” da leggere. Ma la qualità, che lo si voglia o no, è complessa, e la letteratura di qualità si costruisce attraverso una complessità di scrittura che, è vero, rende a sua volta più complessa (“difficile”, se vogliamo usare questo aggettivo) la lettura: ma la ricompensa che se ne ricava alla fine è tanto maggiore. Non intendo dire che se un libro è difficile da leggere è automaticamente buono, sia chiaro: per complessità di scrittura non intendo uno stile gratuitamente complicato, che sarebbe solo affettazione; la buona letteratura può usare anzi uno stile del tutto piano, costruito su una sintassi semplice e un lessico non troppo esteso, che sottendono però livelli di lettura che magari non arrivano a tutti i lettori, sicché qualcuno riesce a afferrare solo questo livello di superficie: ma l’errore sta proprio nel ritenere di doversi limitare al minimo comun denominatore di questa superifice. E comunque la scelta dello stile di un autore non deve essere pregiudizievole al giudizio: bisogna piuttosto vedere se lo stile è funzionale al contenuto: solo quando non ci sia un rapporto significativo tra i due si può avanzare una critica. Ma che uno stile complesso sia sempre da avversare per il “lettore di questi tempi”, chiunque esso sia (come avere la pretesa di saperlo?), è puro delirio. Scrittori complessi ma di indubbia qualità come Arbasino, Gadda, Landolfi (e quindi Busi) sarebbero dunque da rigettare perché difficili per il vasto pubblico? Si può essere d’accordo con l’affermazione che si scrive “per farsi (intel)leg(g)ere e non per allontanare”, ma non bisogna cercare di avvicinare necessariamente tutti, bensì un proprio pubblico, della cui portata numerica uno scrittore deve essere giustamente indifferente – almeno se mira a una propria autenticità e non alle vendite. Infine, posso capire che tu abbia una diversa idea di letteratura (lo si capisce dai tuoi scrittori prediletti e dal tuo stile di scrittura), ma sostenerla denigrando con argomentazioni gratuite idee di letteratura a te estranee non aiutano né a affermare la tua letteratura prediletta né a portare avanti un dibattito costruttivo. Poi, permettimi la pefidia, da parte di uno che scrive è poco elegante affermare ciò che dici nel titolo del tuo post: è come affermare che l’unico lettore amato è il tuo. Io direi invece che forse si odia di più il lettore quando lo si considera un cretino che non può capire più di tanto, di certo non più di quanto capiamo noi…

  3. Ciao Endimione, grazie del lungo commento ragionato, rifletterò su ciò che hai detto.

    Naturalmente non ho la pretesa di lanciare leggi valide per tutti. La misura del mio metro è relativa solo a me stesso e al mio grado di partecipazione con un testo. In un paese dove la media di libri letti all’anno è uno (nel senso di 1 libro all’anno), io ne leggo un’ottantina e sono quindi considerato un lettore forte. Alcuni autori considerati complessi, come Gadda, li amo molto perché riesco a vedere con chiarezza il loro progetto intero, e posso apprezzarlo. Altri, come Arbasino o Busi, invece no. Ho l’impressione – magari sbagliatissima – che dove non arrivo io, non arrivino a maggior ragione coloro che leggono un libro all’anno. E se mi dispiace che la gente legga in media un solo libro all’anno, mi urta anche che alcuni scrivano in un modo così complesso da costituire un invito alla non lettura. La realtà è senza dubbio sempre complessa, ma perché certa letteratura vuole essere più complessa della realtà? Questo non lo capisco, mi pare un inutile esercizio di stile, nemmeno divertente. Il post quissù è, tutto sommato, uno sfogo per una forte delusione dopo aver letto un romanzo a cui tenevo. Credo che traspaia un notevole trasporto e penso che ogni scrittore sa di non potere/volere piacere a tutti, ma in cuor suo vuole senza dubbio arrivare a non lasciare indifferente nessuno. In questo, Busi c’è riuscito in pieno. Proverò a leggere libri meno difficili di Busi, per vedere se è proprio un autore che non mi si addice, o se invece in altre opere più alla portata di tutti, posso divertirmi e capire anche io. A presto, e ancora grazie.

  4. Caro Anelli, se si parla di gusti e approcci personali, non ho niente da eccepire, naturalmente. Il problema per me sorge quando idee personali assumono carattere normativo, un invito su “come dovrebbe essere” qualcosa per tutti. Tu hai un’idea della letteratura molto democratica, fatto di per sé molto bello. La mia opinione è però che non si dovrebbe sacrificare la qualità alla democraticità: per rendere democratica la letteraura (l’arte) bisognerebbe fornire a tutti gli strumenti per apprezzare anche le opere più complesse, non costruire opere semplici che possano essere apprezzate da tutti senza problemi, perché così non si va da nessuna parte. Tieni conto che la storia della letteratura, dell’arte, della cultura è sempre andata avanti in un modo: grandi innovatori propongono idee rivoluzionarie che sono “difficili”, e a questi seguono scrittori/artisti/pensatori che sono come un’onda normalizzatrice che porta al grande pubblico questo carico di innovazione (esempi: quanti hanno letto Kafka o Proust? Pochi, eppure se si parla di “un’esperienza proustiana” o “kafkiana” tutti capiscono; dicevi di Arbasino, che non apprezzi: ma anche una tondelliana come Silvia Ballestra diceva di ispirarsi allo scrittore di Voghera: la portata del suo apporto, che di per sé è destinato a pochi, trova sbocchi in un pubblico più ampio attraverso altri scrittori). Insomma tutti hanno diritto di cittadinanza, a mio avviso, nella letteratura, purché siano rispettati livelli minimi di qualità. Sacrificare la qualità dell’opera alla democraticità della sua fruizione non può funzionare: in ogni caso c’è SEMPRE un pubblico potenzialmente più ampio che potrebbe fruire un’opera, ma a molte di queste persone non interessa, e noi non dobbiamo per forza propinargli quest’opera purgando il linguaggio, in pratica tramite un’autocensura mirata. Dobbiamo avere fiducia che la qualità, magari per vie traverse, troverà il suo giusto sbocco.

  5. Endimione, sì, mi sa che quel che dici è convincente, ma in effetti io non è che predicassi l’estinzione delle scritture complesse, le stigmatizzavo solo secondo la mia opinione. Come a dire: io penso che scrivere a quel modo sia respingente per moltissimi, ma va da sé che altri (te, per esempio!) non lo trovino affatto respingente ma semmai stimolante. Ed è verissimo quanto dici sull’importanza delle avanguardie e di chi poi è in grado di ripetere e magari banalizzare quella loro innovazione. Io, nel mio piccolissimo, penso di essere pienamente nel gruppo dei banalizzatori.

    Solo una riflessione su Ballestra e lo stesso Tondelli: tutti e due prendono a piene mani dal tavolo dello stile arbasiniano, e però lo fanno in modo inverso rispetto al più famoso cittadino di Voghera (con buona pace di Valentino ;-). Arbasino enumera, elenca, cita e ricita cultura alta per giocare con una minutissima élite culturale assai alta, in grado di capire i suoi giochi e i suoi rimandi, e di goderne.

    Quindi Arbasino gioca alto per giocare con gli alti, e degli altri non si cura proprio. Tondelli e Ballestra, invece, usano gli strumenti di Arbasino per citare basso e popolare, per estendere il campo del sapere di un lettore medio o medio-basso verso un sapere un po’ più ampio. In questo senso, Arbasino si cura di sfruculiare un’élite di iniziati, anzi, di iniziatissimi alla cultura d’élite, di cui probabilmente già sanno tutto o possono intuire tutto. Tondelli si cura invece di coltivare una piccola massa per divulgare una cultura magari un pochino di nicchia (penso agli Smiths, a Joe Jackson) ma tutto sommato già serenamente popolare. In due parole: Arbasino gioca a stuzzicare chi è già addentro al mondo dei libri da quel dì, mentre Tondelli mira a far entrare nel mondo della letteratura (e del cinema, della musica pop…) chi era rimasto fuori. Ciascuno di noi ha le sue preferenze, io preferisco Tondelli e la sua operazione di massa.

  6. Be’, su quest’ultimo tuo commento non posso che essere d’accordo. Quando si parla di preferenze personali ognuno è re e il suo desiderio è legge. Ognuno, per far valere la legge del proprio gusto nel territorio della propria lettura, deve poter trovare i libri adatti a sé, perciò deve esserci tanto Arbasino quanto Tondelli. Sicché, per tornare al titolo del tuo post, non è che Busi odia il lettore: semplicemente ha un lettore diverso dal tuo (o da te). Con questo, ti auguro buon anno!

  7. Aldo B. qui sopra, se sei Aldo Busi, non c’era bisogno di offendersi tanto. Si scrive per se stessi e per il lettore. Si può piacersi tanto, piacere tanto ad alcuni, e piacere poco ad altri. A me questo tuo lavoro non ha convinto per i motivi spiegati nel post, ma come personaggio politico ti stimo profondamente: sei uno dei pochi che dice cose che penso anche io.

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