16 anni fa l’assassinio di Matthew Shepard

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Tratto dalla newsletter della Matthew Shepard Foundation.

matthew_shepardToday marks 16 years since the day we lost Matt Shepard. I know from the conversations I’ve had with many of you that those terrible days in October 1998 echo in your memories: where you were, how it felt, the fears, the outrage and the questions you were left with.

In a cold October not so long ago in a sparse and misunderstood place, one of the few things that a senseless act of violence could not take from Matthew Shepard was his honor. In living openly as himself, Matthew encountered a terrible force that countless thousands like himself have faced before and since. The force of hatred. He lost his life to it. But he and we did not lose what was true about him – he had honored himself by being authentic, and honored those few of us fortunate enough to have known him, by being honest.

The Foundation began from the kindness of strangers donating time and money in Matthew’s honor. We continue to thrive because supporters like you make generous contributions time and time again.

The Shepards visit workplaces across the country and urge a fair opportunity for all to work and succeed regardless of difference. They speak to students in every corner of America and they meet with teachers to make sure their schools also teach the value of diversity. They call for the freedom to marry, an end to religious and racial prejudice, and more resources to not merely prosecute hate crimes, but prevent them.

With and in honor of your support, the Foundation has grown and become more powerful. Our nation’s diplomats now draw on us to train future activists in Mexico, lend support to beleaguered LGBT people in Russia and Jamaica, and dispel cultural myths in Singapore.

Our online youth community, Matthew’s Place, has nearly quadrupled this year in its reach and crossed all boundaries in the types of diversity it fosters – honoring religious belief, trans voices, asexuals.

And even if you are on the other side of the globe producing the Laramie Project on a small stage, our staff will find you, and will help you turn a few hours of performance into an enduring, affirming conversation in your community about how everyone can Erase Hate.

In the coming year we will grow further with all of your help. We are launching an aggressive program to ensure the federal hate crime law that bears Matt’s name lives up to its full potential to protect people from violence driven by their mere identity. Thousands of our law enforcement agencies nationwide under-report their local hate crimes or do not report at all. Resources are lacking in training and in educating the public about the law, and the scourge of crime it seeks to address. We have a plan to fix that and we ask for your support for it.

This work has blossomed beyond our imagining because we have inspiring founders, and you, fueling the work.

Our work can only continue with your support. A donation of just $20, $50 or $100 will help sustain our work in memory of Matthew. Your generous gift makes our work possible, so please give today.

Yours truly,

Jason Marsden

USA, la Corte Suprema respinge il ricorso contro le nozze per tutti

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Con un tratto di penna della Corte Suprema americana, gli Stati in cui il matrimonio è legale per tutti passano in una notte da 19 a 30 su 50. La Corte Suprema degli Stati Uniti, infatti, ha deciso ieri di non pronunciarsi rispetto ai ricorsi contro il matrimonio per tutti presentati da cinque Stati americani tradizionalmente conservatori: Indiana, Utah, Oklahoma, Virginia e Wisconsin.

Questa decisione, che corrisponde al respingimento dei ricorsi, dà così ragione agli avvocati delle coppie dello stesso sesso che nei mesi passati avevano fatto causa contro una legge degli Stati d’appartenenza che limitava la definizione di “matrimonio” in senso novecentesco, all’unione di un uomo con una donna. Tribunali locali avevano accolto il ricorso degli avvocati delle coppie gay e avevano proceduto a dichiarare incostituzionale il bando contro i matrimoni per tutti, basandosi su precedenti pronunce della Corte Suprema. I Parlamentini degli Stati avevano allora presentato ricorso in Corte Suprema contro la sentenza del Tribunale locale, chiedendo che fosse il Tribunale supremo a stabilire una parola definitiva. Con questo respingimento del ricorso dei cinque Stati, la Corte Suprema ha implicitamente dichiarato incostituzionale il bando contro i matrimoni per tutti non solo nei cinque Stati ma anche in altri sei dove una simile legge era in vigore, rendendo de facto legale le nozze per tutti in 30 Stati.

Il resto, sul blog de Il Fatto Quotidiano.

NEMLA 2014

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E così anche quest’anno sono stato alla conferenza della NEMLA, accompagnato stavolta dalla compagnia di viaggio. Città piccola, questa volta: Harrisburg, Pennsylvania, ma non del tutto anonima, visto che fu anche la capitale degli USA nel 1812, quando i canadesi bruciarono la Casa Bianca, per intenderci. Città bruttina, ma è vero che l’abbiamo visitata poco e male, presi come siamo stati dalle sessioni della conferenza. Si sono rivisti un po’ di vecchi amici, se ne sono incontrati di nuovi, si è sopportato il barone nepotista di turno – inopinatamente invitato a parlare della sua rivista che impiega anche 5 anni a pubblicare gli articoli approvati – venuto a leggere un contributo al tempo stesso troppo lungo e troppo privo di sostanza. Bellissima la reazione della plenaria: al termine della sua ora e mezza di inutile lettura infarcita di banalità e ripetizioni, è stato accolto da un silenzio di quelli che fanno più rumore di una contestazione a suon di uova marce. Non una mezza domanda, nonostante il chair della plenaria insistesse per trovare almeno un quesito dal pubblico.

Come capita spesso, sono state le occasioni conviviali quelle che mi hanno fatto riflettere di più. Con considerazioni, riflessioni, il peso di scelte fatte da altri, che presto saranno inevitabili anche per me, e che tuttavia non possono lasciare indifferenti. O almeno non lasciano indifferente me. Situazione strana, il vivere a 40 anni stando ancora sulla soglia, con un piede qui e uno lì, e sapere che il momento di dover scegliere qualcosa di radicale si sta avvicinando a grandi passi.

Per ora si rimanda il giorno della scelta. Ma si sente il profumo – o la puzza – di uno di quei bivi esistenziali che metà basta.

Se Dallas non rimane una telenovela

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indexInsomma, la notizia di oggi è che sono finito in shortlist per un’università del Texas. Che per carità, è sempre una bella notizia da celebrare, chi lo mette in dubbio. Epperò. Il Texas, diotassista, inteso con e senza apostrofo.

Oltretutto, la cosa entra in frittata con la possibilità di far domanda per la cittadinanza canadese, che sarà richiedibile dal 19 luglio 2015 se non esco dal territorio del Gigante del Nord da qui a quella data. E per ogni giorno che metto piede fuori dal Paese, la data in cui potrò far domanda per il passaporto della Foglia d’Acero s’allontana in modo algoritmico, a causa di un delizioso sistema di conteggio del ministero dell’immigrazione canadese che pare ideato con un concorso fra burocrati specializzati nel rendere complicate le cose aritmeticamente semplici. Un sistema così arzigogolato che anche quelli del ministero, a un certo punto, hanno rinunciato a spiegarlo sul loro apposito sito.

Una roba tipo: nel gioco dell’Oca della cittadinanza, sei arrivato alla casella Permanent Residentship. Bravo! Ora, con soli ulteriori 1095 giorni di permanenza su territorio canadese, potrai far domanda per la Citizenship. E se per caso hai vissuto 10 anni in Canada prima di ottenere la PR? Niente paura: puoi conteggiare fino a 4 anni prima del raggiungimento della PR. Però, però: ogni giorno di questi 4 anni vale mezza giornata. E siam stati buoni, che si poteva fare che ogni giorno valeva solo una mattinata, o una mezza serata. Quindi, è come se potessi conteggiare solo i precedenti 2 anni solari all’ottenimento della PR. E però, golosone che non sei altro, se per caso sei stato in Canada per tutti e 4 gli anni precedenti, e dunque ti cacci in tasca 1460:2 = 730 giorni, ecco che per ottenere i tuoi 1095 non bastano mica altri 1095-730= 365 giorni. No, no, no. Troppo comodo. Dovrai comunque far trascorrere 2 anni dal momento dell’ottenimento della PR. Ma questi due anni sono effettivi o solari? Mistero della fede, ma mi sa tanto che non sono solari manco per il ciufolo. Sono anni canadesi, con quella faccia un po’ così che abbiamo a Ottawa.

Ecco, tutti questi bei calcoletti vanno a farsi benedire nel caso che uno debba trasferirsi all’estero per lavoro. A quel punto, entra in gioco uno di quei termini temporali in stile mutuo da page. Hai tipo 5 anni per rientrare in Canada e passare sti hazzo di due anni su suolo canadese e quindi fare domanda di cittadinanza. Sennò perdi tutto e torni alla casella “chiedere la PR” con tanti saluti ai soldi spesi fin qui in domande e bolli (non ho fatto i conti precisi, ma siamo sui 1500, anche 1600, come diceva quello).

Tutto questo per andare a vivere dove? Nello Stato dei Bush? E dire che avevo appena finito di vedere quel capolavoro di film che è Bernie, ambientato nell’Est Texas. Lo consiglio a tutti, così potrete ridere meglio alle mie spalle, in caso mi assumano in quei lidi.

Università nord americana: ogni pro ha un contro

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Insomma, dopo 7 anni di insegnamento nelle università nord americane penso di essermi fatto un’idea abbastanza precisa di come funzionano alcuni meccanismi. Senza dubbio c’è una maggiore meritocrazia generale, rispetto all’Italia. Ma questo non significa certo che in USA o in Canada vengano assunti sempre e solo i più meritevoli: i piccoli nepotismi, le clientele politiche, le scelte da piccoli uomini, che poi si rivelano spesso se non sempre dei formidabili boomerang sul piano della fama internazionale, della capacità di ricerca scientifica e di attrazione di studenti brillanti del dato dipartimento che assume non i migliori, esistono ovunque.

Ok, non con la stessa intensità con cui esistono in Italia, ma esistono. Restringendo il discorso ai dipartimenti di Italianistica, che di solito in Nord America si chiamano di “Italian Studies”, è purtroppo vero che in alcuni di essi si è teso a ricreare una little Italy anche per quanto riguarda raccomandazioni sporche, omertà e quelle famose “conventicole” parassitarie di cui ci parlava uno dei protagonisti del bel film Caterina va in città.

Cosa sono le raccomandazioni sporche? Beh il sistema anglosassone funziona, di norma, per raccomandazioni pulite, alla luce del sole: i professori che hanno lavorato con te – non importa se tu eri solo un dottorando o già un ricercatore – sono chiamati quasi sempre a esprimere il loro sostegno a una tua candidatura di lavoro per una nuova università tramite una lettera di referenza. Queste lettere, di norma, non sono nemmeno accessibili ai singoli candidati che le richiedono, sono spedite direttamente dal tuo referente all’università che chiede la referenza, per cui potenzialmente il proprio referente potrebbe anche affossare il candidato nel suo scritto di – a quel punto – finto sostegno. Naturalmente, non succede mai, o quanto meno molto poco spesso. Se si ha un’opinione negativa del candidato che chiede una lettera di referenza, gli si inventa una scusa e la lettera non la si scrive proprio. Se si è persone corrette, almeno.

Le raccomandazioni sporche sono invece quelle di solito non scritte, ma espresse oralmente, in modo che non rimangano tracce. Mettete che io sia un preside che è stato eletto a preside per pochi voti, magari contro un candidato sulla carta più prestigioso di me, e che alcuni di quei voti siano arrivati dai miei studenti di dottorato. La cosa che mi preme di più è far sì che i miei voti non volino via, ossia che il mio dipartimento assuma, come ricercatori o lecturer, il più alto numero possibile di miei studenti di dottorato. Ecco che, magicamente, può darsi che una mia studentessa di dottorato che non ha ancora il titolo di Ph.D. in tasca riesca a vincere sopra candidature ben più oggettivamente solide e strutturate, di gente che non solo ha già conseguito il titolo, ma magari ha anche delle buone pubblicazioni accademiche e ha dimostrato di avere talento anche nell’insegnamento, perché magari è anche un pedagogo e ha valutazioni degli studenti molto buone. Il comitato di ricerca, dove io che son preside ho già una voce non indifferente, terrà conto della raccomandazione orale, che magari sarà giustificata col fatto che la mia studentessa “la conosciamo tutti”, “sappiamo che ha un buon carattere”, “si applica tanto”, eccetera eccetera. Perché mai rischiare e assumere il candidato più titolato ma ignoto? Ed ecco che il gioco è fatto e la raccomandazione sporca consolida un ambiente accademico già malato.

Nel prossimo post parleremo di cosa sono le valutazioni degli studenti, e di come, anch’esse, nascondano pro e contro.