Università in Nord America, il Teaching Dossier

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Il logo della University of Toronto

Fra le tante differenze che dividono il mondo accademico italiano da quello del resto dell’Occidente, c’è un importante documento chiamato “Teaching Dossier” o dossier dell’insegnante. Si tratta di un portfolio, anzi, di un libriccino di 6/12 pagine, 20 con le appendici, dotato di una sua narrativa interna, che lo studente di dottorato arrivato alle ultime battute del suo percorso di ricerca deve mettere insieme per presentarsi sul mercato accademico. “Il dossier dell’insegnante contiene quei documenti e materiali che, collettivamente, danno al lettore un’idea del senso e della qualità della performance di un insegnante” spiega Peter Selding nel suo volume The Teaching Portfolio (Anker Publishing, 1991).

Non è un curriculum, come spiega Megan Burnett, assistant director del CTSI/TATP, l’ufficio pedagogico dell’Università di Toronto nelle sue note Preparing the Teaching Dossier (2010): “Nel CV non c’è menzione della propria filosofia come insegnante, non ci sono, o non ci dovrebbero essere, i dettagli minori di una carriera professionale, ma soprattutto il CV è uno sguardo sul passato, su ciò che si è fatto fino al momento in cui lo si spedisce, mentre il Teaching Dossier riassume nel dettaglio il proprio percorso professionale ma getta anche uno sguardo sui propri obiettivi futuri“.

In effetti, all’interno di un dossier dell’insegnante ci deve essere una sezione in cui si riflette su come si è agito in circostanze difficili, si prospettano soluzioni per le critiche ricevute dalle valutazioni degli studenti – che è un altro piccolo universo ignoto a chiunque insegni in un’università italiana. Le valutazioni degli studenti sono, al contrario, uno degli indicatori meritocratici di ogni insegnante in Occidente. Certo: si corre il rischio di ricevere dei pagellini bassi a causa di antipatie personali o perché non tutti gli studenti universitari sono consapevoli di quanto sia importante un loro giudizio ponderato sulla qualità professionale dei loro insegnanti. Il gioco vale però la candela, perché nella maggioranza dei casi gli studenti sanno ben valutare, e d’altro canto il rischio di antipatie personali sussiste nella vita per tutti, anche a parti rovesciate, per i loro professori al momento degli scrutinii.

Ma il documento principale del dossier dell’insegnante è, secondo molti, la “dichiarazione di filosofia pedagogica” o “Statement of Teaching Philosophy“, due pagine al massimo, in cui l’aspirante professore dichiara il suo credo come insegnante, sciorina la sua metodologia, ricorda uno o due aneddoti dei suoi anni di apprendistato come insegnante universitario durante il dottorato. In quelle due paginette va fatto, in altre parole, un ritratto di sé come insegnante e uno schizzo su come si immagina il proprio lavoro domani: ciò che si sa fare (le proprie competenze, affidandosi il più possibile a dettagli e dati oggettivi, ciò che si può fare, ciò che si vorrebbe mettere in pratica nel futuro).

In Nord America le università danno un’importanza crescente al dossier dell’insegnante al momento dell’assunzione di nuovi professori. Certo, un ottimo Teaching Dossier non è, di per sé, sufficiente a garantire a un candidato di finire “in finale”, ossia nella shortlist dei candidati che vengono invitati a tenere una lezione dimostrativa nell’università a cui puntano. Conta molto anche il livello della propria ricerca accademica, soprattutto in quelle università che si distinguono per la ricerca più che per l’insegnamento.

Tuttavia, a parità di articoli e volumi pubblicati, il candidato in grado di mettere insieme un libriccino dell’insegnante come si deve, si troverà favorito al momento dell’assunzione. Anche per questo spostamento d’attenzione sono finiti i tempi in cui le università americane applicavano il metodo “questa è l’acqua, vediamo se sai nuotare” per i loro insegnanti alle prime armi. Oggi, centri come il CTSI/TATP dell’Università di Toronto (che secondo Times Higher Education, proprio ieri è entrata tra le prime dieci migliori università mondiali nel settore delle materie umanistiche) hanno un peso crescente nella formazione degli insegnanti accademici, con l’organizzazione di centinaia di workshop, valutazioni uno-a-uno, lezioni di pedagogia, osservazioni in classe filmate, attestati pedagogici e approfondimenti di vario genere su come si organizza il lavoro dell’insegnante in un’aula di universitari.

Rapito da “Fort Book”

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Non è infinita (e cervellotica!) come la Biblioteca di Babele di borgesiana memoria, ma la Robarts Library di Toronto è uno dei principali motivi per cui nel 2006 ho scelto di trasferirmi in Canada per fare un Ph.D., un dottorato, in Italianistica. La Robarts è la terza biblioteca universitaria più ricca del Nord America (dopo Harvard e Yale) e mette a disposizione circa 17 milioni di libri, “qualcuno in più della Nazionale Centrale di Roma”, come disse il preside del mio Dipartimento, il prof. Francesco Guardiani, quando venni a chiedere informazioni sul programma, sei anni fa.

“Fort Book”, “il Pavone”, “il Tacchino”, “il Bunker”: sono solo alcuni dei nomignoli affibbiati a questo pianeta del libro in prestito che domina una parte del centro città, invero bruttino. D’altro canto anche l’aspetto architettonico della biblioteca non è, a mio avviso, dei migliori. A vederla da fuori si ha una strana sensazione, come di essere dinanzi all’astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Quando la guardi dall’esterno al tramonto, mentre le sue luci interne si accendono automaticamente, ti aspetti che ti giunga alle orecchie il celebre suono in cinque note del film di Spielberg.

La struttura in cemento – ideata dallo studio Mathers and Handelby negli anni Sessanta – si fa ancora più imponente e minacciosa mano a mano che ti avvicini, con la sua buffa forma di tacchino gotico-futurista alto 14 piani. Ma una volta dentro, ti rendi conto di essere davvero in un altro pianeta rispetto al bizantino sistema bibliotecario italiano, descritto a meraviglia da uno spassoso articolo del 1981 di Umberto Eco, “De Bibliotheca” (oggi in Sette anni di desiderio, 1983, 237-50). A distanza di trent’anni, e arrivati in pieno XXI secolo, posso confermare che in moltissime biblioteche italiane sopravvive ancora un assai ironico sistema a bigliettini colorati, qualcosa che farebbe commuovere Gutenberg, per il quale l’utente che vuole consultare un volume deve riempire un biglietto in triplice copia e lasciare matrici e figlie in un percorso a gimcana in stile Giochi senza frontiere, in cui però non ti puoi giocare il jolly.

Niente di tutto ciò alla Robarts: qui vige il classico sistema nordamericano a “open shelf”, o “a scaffale aperto”. Significa che gli studenti e i professori sono lasciati liberi di aggirarsi tra gli scaffali di Fort Book, al fine di prendere in mano e consultare tutti i libri che vogliono. I testi sono suddivisi per lingua (amplissima la sezione di letteratura italiana, dove, per dire, è possibile trovare romanzi minori di uno o due secoli fa, difficili da trovare anche in una seria biblioteca italiana), per autore e per genere, cosa che consente di avere sott’occhi non solo tutto quello che un certo autore ha pubblicato, ma anche tutto ciò che su di lui (o lei) è stato scritto in forma monografica.

Capita dunque, e spesso, di imbattersi in testi fondamentali di cui non si era al corrente – magari nascosti da un titolo non intelligente che la ricerca elettronica non era riuscita a selezionare – solo grazie alla loro strategica dislocazione fisica nella parete in cui si trova un testo base che si conosceva bene. Sono incontri fenomenali per un ricercatore o per uno studente, che fanno assomigliare la biblioteca a una sorta di bussola culturale, in grado di guidarti e di segnare dove sta il tuo reale Nord anche quando proprio sei convinto di saperlo già.

Il “Tacchino” è poi abbonato a una cosa come diecimila riviste scientifiche (con una emeroteca di oltre due milioni di pezzi) in modo da restare aggiornati anche sulle ultime fasi del dibattito critico internazionale per qualunque campo del sapere. Ogni studente, di dottorato o universitario, può prendere in prestito contemporaneo fino a 100 volumi (cento, avete letto bene) per tre settimane. Poi, se ha bisogno di ulteriore tempo, può allungare il prestito di altre tre più tre settimane, semplicemente con un click su internet, senza muoversi da casa.

La biblioteca è pensata per essere qualcosa di più di un servizio universitario: i suoi orari, in alcune fasi dell’anno accademico, non prevedono chiusura: le sale di lettura restano aperte 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana (da qui un altro soprannome buffo datole da qualche studente che, si dice, ci abbia dormito dentro una notte: Hotel Robarts), e in effetti i giorni di chiusura dell’istituzione durante l’anno si possono contare sulle dita di una sola mano. La Robarts, al pari di tutte le altre biblioteche della città, offre inoltre centinaia (in totale, sono alcune migliaia) di postazioni internet ad alta velocità, del tutto gratuite, e se non vi garba digitare dalle tastiere dei computer di tutti, potete sempre entrare col vostro portatile dotato di scheda wireless e navigare gratis. Anche per servizi di questo tipo la University of Toronto è tra le migliori università del mondo.

Ultimo, ma non ultimo, proprio qui alla Robarts Library Umberto Eco ha ideato parte del suo celeberrimo Il nome della rosa, ispirandosi tra l’altro per la pianta del castello del romanzo proprio alla struttura del Tacchino. Quando si dice entrare nella letteratura.

Il quarto anno del dottorato

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Insomma cari anellidi, il quarto anno del dottorato è un anno un po’ bizzarro. Perché da un lato sembrerebbe che la tesi sia di là dall’essere discussa (a proposito, ho consegnato quasi per intero i primi 3 capitoli, diciamo che sto al 35-40% del lavoro finale, e ricordo che qui il dottorato è previsto durare 5 anni, non tre), ma dall’altro sei costretto a cominciare a monitorare in modo pragmatico le offerte di lavoro per il dopo dottorato. Infatti, queste domande hanno una scadenza che anticipa in genere di 12 mesi l’inizio del lavoro vero e proprio. Quindi ecco la situazione bislacca: uno si sente ancora studente di dottorato, e magari si pregusta il poter stare tutto il quinto anno a “casa” – nel senso del luogo che ti ha ospitato e accolto per gli ultimi 4 anni – conoscendo ormai tutti i piccoli segreti di questa città e di questa università, tuttavia si trova a scrivere delle belle letterine in cui si propone di ricominciare da capo in un’altra città e in un’altra nazione (come nel mio caso, ma è abbastanza comune) e magari anche in un altro continente.

Per carità: c’è anche un aspetto positivo nel cambiare e nel ricominciare. Però hai una strana sensazione, del tempo che passa, di te che invecchi, delle cose che devi fare per cambiare (il trasloco, un nuovo dipartimento, nuovi colleghi, nuove amicizie, nuova città…) di quello che hai stretto fino a oggi (tanto, a essere sinceri) e di quello che ancora desideri stringere. Alla fine ti fai un esame di coscienza e valuti se stai tenendo bene il timone della tua vita, o se non hai magari perso la giusta messa a fuoco degli elementi fondamentali.

Oggi passeggiavo per Toronto, città cordiale che accoglie tutti e non sputa via nessuno, ma in cambio è un po’ anonima e piuttosto brutta. Ha però una sua fisionomia elastica: la città è abituata a osservare i suoi figli dai mille colori e dalle mille origini, osserva tutti e poi sorride. Aspettando che te ne riparti, per lidi auspicabilmente accoglienti alla stessa maniera.

Cosa significa “diversity” alla UofT

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Sebbene sotto scrittura di tesi, oggi sono andato a una lezione del mio corso THE500, che è stata una gran scelta. Il modulo di oggi parlava di Universal Design, ossia del progetto di inclusione che le università canadesi approntano per cercare di garantire a tutti gli studenti, in tutte le condizioni personali (non di prima lingua inglese, con impedimenti cognitivi, con impedimenti fisici, studenti-lavoratori, studenti-genitori, ecc.) la possibilità di seguire alla pari con tutti gli altri le lezioni universitarie. Sì, lo so, stanno avanti anni luce rispetto all’Italia, ma non più di 20 o 30AL.

Per farci capire il grado di diversità della nostra università, ci hanno chiesto di fare un quiz. Dovevamo dare delle percentuali e un numero, cercando di indovinare la composizione della popolazione studentesca della UofT. Ho azzeccato solo tre dati su otto, e sbagliando sempre in difetto. Come a dire: questa università è MOLTO più pluralista e ricca di diversità di quello che io pensavo, e il bello è che io pensavo di essermi tenuto largo… Ecco i dati reali:

Percentuale di studenti la cui prima lingua non è l’inglese: 44%

Percentuale di studenti che hanno un papà con meno della laurea: 39%

Percentuale di studenti che hanno una mamma con meno della laurea: 44%

Percentuale di studenti del I anno di laurea che si prendono cura di altre persone a casa: 47% (familiari, figli, sposi, ecc.)

Percentuale di studenti del IV e V anno di laurea che si prendono cura di altre persone a casa: 45%

Percentuale di studenti che non sono cittadini canadesi: 19%

Circa 2000 studenti hanno una disabilità cognitiva o fisica (su 100.000)

Percentuale di studenti che hanno un reddito minore di 50.000$: 44%