Se la temperatura percepita è di -40°C

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Via, diciamocelo: occorre andarsene in un posto un po’ meno freddo. Del tempo di oggi a Ottawa, e di come vestirsi quando fuori ci son MENO QUARANTA SOTTOZERO, ne ho parlato sul Fatto Quotidiano.

Il corriere canadese torna in edicola

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Ne parliamo col nuovo direttore, Francesco Veronesi. Dove? Sul Fatto Quotidiano, ovviamente. Notizia che interesserà soprattutto gli italiani in Canada, ma anche gli italiani in Italia che desiderano fare uno stage giornalistico all’estero o che mirano a un contratto di praticantato giornalistico.

Rapito da “Fort Book”

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Non è infinita (e cervellotica!) come la Biblioteca di Babele di borgesiana memoria, ma la Robarts Library di Toronto è uno dei principali motivi per cui nel 2006 ho scelto di trasferirmi in Canada per fare un Ph.D., un dottorato, in Italianistica. La Robarts è la terza biblioteca universitaria più ricca del Nord America (dopo Harvard e Yale) e mette a disposizione circa 17 milioni di libri, “qualcuno in più della Nazionale Centrale di Roma”, come disse il preside del mio Dipartimento, il prof. Francesco Guardiani, quando venni a chiedere informazioni sul programma, sei anni fa.

“Fort Book”, “il Pavone”, “il Tacchino”, “il Bunker”: sono solo alcuni dei nomignoli affibbiati a questo pianeta del libro in prestito che domina una parte del centro città, invero bruttino. D’altro canto anche l’aspetto architettonico della biblioteca non è, a mio avviso, dei migliori. A vederla da fuori si ha una strana sensazione, come di essere dinanzi all’astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Quando la guardi dall’esterno al tramonto, mentre le sue luci interne si accendono automaticamente, ti aspetti che ti giunga alle orecchie il celebre suono in cinque note del film di Spielberg.

La struttura in cemento – ideata dallo studio Mathers and Handelby negli anni Sessanta – si fa ancora più imponente e minacciosa mano a mano che ti avvicini, con la sua buffa forma di tacchino gotico-futurista alto 14 piani. Ma una volta dentro, ti rendi conto di essere davvero in un altro pianeta rispetto al bizantino sistema bibliotecario italiano, descritto a meraviglia da uno spassoso articolo del 1981 di Umberto Eco, “De Bibliotheca” (oggi in Sette anni di desiderio, 1983, 237-50). A distanza di trent’anni, e arrivati in pieno XXI secolo, posso confermare che in moltissime biblioteche italiane sopravvive ancora un assai ironico sistema a bigliettini colorati, qualcosa che farebbe commuovere Gutenberg, per il quale l’utente che vuole consultare un volume deve riempire un biglietto in triplice copia e lasciare matrici e figlie in un percorso a gimcana in stile Giochi senza frontiere, in cui però non ti puoi giocare il jolly.

Niente di tutto ciò alla Robarts: qui vige il classico sistema nordamericano a “open shelf”, o “a scaffale aperto”. Significa che gli studenti e i professori sono lasciati liberi di aggirarsi tra gli scaffali di Fort Book, al fine di prendere in mano e consultare tutti i libri che vogliono. I testi sono suddivisi per lingua (amplissima la sezione di letteratura italiana, dove, per dire, è possibile trovare romanzi minori di uno o due secoli fa, difficili da trovare anche in una seria biblioteca italiana), per autore e per genere, cosa che consente di avere sott’occhi non solo tutto quello che un certo autore ha pubblicato, ma anche tutto ciò che su di lui (o lei) è stato scritto in forma monografica.

Capita dunque, e spesso, di imbattersi in testi fondamentali di cui non si era al corrente – magari nascosti da un titolo non intelligente che la ricerca elettronica non era riuscita a selezionare – solo grazie alla loro strategica dislocazione fisica nella parete in cui si trova un testo base che si conosceva bene. Sono incontri fenomenali per un ricercatore o per uno studente, che fanno assomigliare la biblioteca a una sorta di bussola culturale, in grado di guidarti e di segnare dove sta il tuo reale Nord anche quando proprio sei convinto di saperlo già.

Il “Tacchino” è poi abbonato a una cosa come diecimila riviste scientifiche (con una emeroteca di oltre due milioni di pezzi) in modo da restare aggiornati anche sulle ultime fasi del dibattito critico internazionale per qualunque campo del sapere. Ogni studente, di dottorato o universitario, può prendere in prestito contemporaneo fino a 100 volumi (cento, avete letto bene) per tre settimane. Poi, se ha bisogno di ulteriore tempo, può allungare il prestito di altre tre più tre settimane, semplicemente con un click su internet, senza muoversi da casa.

La biblioteca è pensata per essere qualcosa di più di un servizio universitario: i suoi orari, in alcune fasi dell’anno accademico, non prevedono chiusura: le sale di lettura restano aperte 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana (da qui un altro soprannome buffo datole da qualche studente che, si dice, ci abbia dormito dentro una notte: Hotel Robarts), e in effetti i giorni di chiusura dell’istituzione durante l’anno si possono contare sulle dita di una sola mano. La Robarts, al pari di tutte le altre biblioteche della città, offre inoltre centinaia (in totale, sono alcune migliaia) di postazioni internet ad alta velocità, del tutto gratuite, e se non vi garba digitare dalle tastiere dei computer di tutti, potete sempre entrare col vostro portatile dotato di scheda wireless e navigare gratis. Anche per servizi di questo tipo la University of Toronto è tra le migliori università del mondo.

Ultimo, ma non ultimo, proprio qui alla Robarts Library Umberto Eco ha ideato parte del suo celeberrimo Il nome della rosa, ispirandosi tra l’altro per la pianta del castello del romanzo proprio alla struttura del Tacchino. Quando si dice entrare nella letteratura.

A un metro da un aquilotto

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Oggi sono andato in dipartimento e, mentre uscivo, mi sono imbattuto dentro al campus in un aquilotto – il primo della mia vita che non tifasse Lazio – dalla testa bianca, che aveva tra gli artigli il cadavere ormai rigido di uno scoiattolo nero. Mi sono bloccato a tre metri di distanza, l’aquilotto m’ha notato e s’è messo in agitazione. Ha spiccato il volo verso il primo albero, riuscendo ad alzarsi con una certa fatica, ché lo scoiattolo rigido doveva essere pesante per lui. S’è aquilottato (avessi scritto “appollaiato” magari s’offendeva) sul ramo più basso e lì dopo un po’ s’è messo a banchettare della sua preda. Io mi sono avvicinato fino a un metro e mezzo e ho scattato delle foto con il mio scrauso telefonino, che se riesco vi farò vedere. Devo dire che gli aquilotti hanno un che di imperiale. Bello. M’ha ricordato che, tutto sommato, sono pur sempre nel selvaggio Canada.

Se la guardia privata di banca si mette a fare la maglia…

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Pubblicità della Toronto Dominion Bank mirata sulla clientela GLBT. Le due persone che si abbracciano sulla poltrona verde sono due uomini (non so se si vede date le dimensioni dell'immagine).

Dopo un volo di nove ore piene, fatto con 100 km/h di vento contrario, sono tornato a Toronto. Prima di una partenza e di un ritorno non sono mai di buon umore: considerare due luoghi come “casa” ti fa sentire a metà ovunque tu sia, e questa strana sensazione la puoi rendere anche a livello materiale, per esempio con la divisione dei libri. Per una legge di Murphy, il libro che ti serve da consultare a Roma è sempre nella tua casa di Toronto e viceversa. Per fortuna a Toronto abbiamo delle signore biblioteche, e quindi amen. Però volete mettere poter sottolineare la propria copia o, in caso di rilettura, potersi andare a leggere le proprie glosse? Impareggiabile.

Comunque, ieri sono tornato in Canada dopo ben 90 minuti di attesa per far controllare il passaporto. Il controllo in sè è stato quasi fulmineo, solite due domande di prassi e dogana passata, ma a certi che avevano sembianze mediorientali gli contavano i peli del buco del culo e immagino che i dialoghi delle guardie con i malcapitati fossero del tipo “Qui abbiamo 66 peli, mentre sul passaporto dice solo 64, come la mettiamo?”

Il giorno dopo, ho subito dovuto tenere una lezione ai miei studenti e poi ho dovuto fare una serie di incombenze tipiche da ritorno. Passando in banca, ho trovato un ragazzo sui 25 anni, asiatico ed evidentemente finocchio, che sedeva sulla sedia dove abitualmente siede la guardia privata della mia filiale. La guardia è una signora sui 45-50 anni, etero. Il ragazzo era tutto impegnato con dei ferri da calza a cercare di cominciare un lavoro a maglia, e la scena era abbastanza buffa. Dopo qualche minuto, la guardia s’è avvicinata al tipo e, in modo molto amichevole e sorridente, gli ha preso i ferri e gli ha mostrato come inziare il primo nodo del lavoro, intrecciando il filo della matassa attorno a un ferro. Il ragazzo ha emesso tutta una serie di urletti ed esclamazioni del tipo “Oh ma è fantastico! Oh ma come fai questa cosa? Oh ma insegnami! Oh ma fammi vedere!” e i commenti dei canadesi in fila erano del tipo: “Ecco, adesso la banca dovrà pagarla per il doppio lavoro!” e giù risate. Il tutto s’è svolto in un clima ridanciano e molto amichevole. Guardando la scena, e commentando di mio, ho pensato che in Italia non sarebbe proprio possibile vedere una scenetta del genere. Anzitutto perché le guardie, in genere, da noi sono solo uomini. Poi perché hanno un atteggiamento molto freddo e distaccato – quando non sono attaccati al loro telefonino, nel marasma della noia – che forse è anche giusto e appropriato, dal momento che in definitiva sono guardie armate che devono vigilare sulla sicurezza dentro alla filiale, e devono anche evitare che un eventuale malintenzionato gli rubi la pistola per poi fare la rapina con quella stessa pistola! Va anche detto che le banche canadesi hanno delle entrate normali, come qualunque altro negozio, non la scannerizzazione della pupilla che a momenti ci ritroviamo in Italia, e anche la guardia privata non si vede sempre. In questo caso, era molto più interessata al lavoro a maglia che a vigilare… sarà che la filiale è nel cuore del Gay Village? Secondo me poteva capitare in qualunque altra zona di Toronto.

Il quarto anno del dottorato

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Insomma cari anellidi, il quarto anno del dottorato è un anno un po’ bizzarro. Perché da un lato sembrerebbe che la tesi sia di là dall’essere discussa (a proposito, ho consegnato quasi per intero i primi 3 capitoli, diciamo che sto al 35-40% del lavoro finale, e ricordo che qui il dottorato è previsto durare 5 anni, non tre), ma dall’altro sei costretto a cominciare a monitorare in modo pragmatico le offerte di lavoro per il dopo dottorato. Infatti, queste domande hanno una scadenza che anticipa in genere di 12 mesi l’inizio del lavoro vero e proprio. Quindi ecco la situazione bislacca: uno si sente ancora studente di dottorato, e magari si pregusta il poter stare tutto il quinto anno a “casa” – nel senso del luogo che ti ha ospitato e accolto per gli ultimi 4 anni – conoscendo ormai tutti i piccoli segreti di questa città e di questa università, tuttavia si trova a scrivere delle belle letterine in cui si propone di ricominciare da capo in un’altra città e in un’altra nazione (come nel mio caso, ma è abbastanza comune) e magari anche in un altro continente.

Per carità: c’è anche un aspetto positivo nel cambiare e nel ricominciare. Però hai una strana sensazione, del tempo che passa, di te che invecchi, delle cose che devi fare per cambiare (il trasloco, un nuovo dipartimento, nuovi colleghi, nuove amicizie, nuova città…) di quello che hai stretto fino a oggi (tanto, a essere sinceri) e di quello che ancora desideri stringere. Alla fine ti fai un esame di coscienza e valuti se stai tenendo bene il timone della tua vita, o se non hai magari perso la giusta messa a fuoco degli elementi fondamentali.

Oggi passeggiavo per Toronto, città cordiale che accoglie tutti e non sputa via nessuno, ma in cambio è un po’ anonima e piuttosto brutta. Ha però una sua fisionomia elastica: la città è abituata a osservare i suoi figli dai mille colori e dalle mille origini, osserva tutti e poi sorride. Aspettando che te ne riparti, per lidi auspicabilmente accoglienti alla stessa maniera.

Se il caciottaro canadese ti ringrazia

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Non chiedetemi il perché, ma i formaggi in Nord America sono uno status symbol culinario. Esistono, a Toronto, dei negozietti che vendono esclusivamente formaggi. Sono vere e proprie boutique, di solito, dove si entra e si nota subito un arredamento che non ha nulla a che vedere con quello di altri negozi alimentari, men che meno con le nostrane salsamenterie.

L’altro pomeriggio, mi sono deciso a entrare in una di queste boutique, perché avevo una gran voglia di caciotta. Siccome ho imparato che spesso in inglese diverse merci si chiamano con il nome italiano (prosciutto, salame, espresso, cappuccino, caffè macchiato, pizza, fettuccine ecc.) ho provato a chiedere: “Do you have an Italian cheese called ‘caciotta’?” No, non l’avevano. Avevano però un ‘cacio romano’ che ammetto mi ha tentato. Poi però noto un formaggio che per colore, consistenza e forma richiamava proprio la mia adorata caciotta. Quindi chiedo: “What’s this?” il tipo mi dice il nome, che naturalmente ho già dimenticato, e aggiunge: “It’s from Ontario”. Dunque un formaggio locale. Me ne fa assaggiare una sfoglia, e vi assicuro che è riuscito a tagliare una fettina spessa meno di un millimetro. L’assaggio, si scioglie in bocca: è caciotta, poi se è dell’Ontario, sticazzi. Era rimasto solo un quarto della forma originale, di dimensioni modeste. Mi chiede: “How much?” E io di rimando: “I take it all”. E lui, completamente sbalordito: “Oh, thank you!”.

Allora: per l’esperienza che mi sono fatto nei negozi alimentari del Nord America, quando il negoziante ti ringrazia per aver comprato un prodotto, significa che stai per pagarlo a peso d’oro. Ma ormai, è troppo tardi. Compro il mio quarto di caciotta locale per la modica cifra di 32$. Un vero sproposito, a Roma sarebbe costata a dir tanto 10 euro, ossia 16$. Ecco perché il caciottaro mi ringraziava… ma si poteva comprare la metà di un quarto della forma? Per me, non si poteva. Mi porto il mio preziosissimo quarto a casa, che nel frattempo il negoziante ha provveduto a incartare con cura, con un foglio di plastica e poi un foglio di carta rosa, con un’attenzione tale che pareva stesse infiocchettando un dono di Natale. Lo metto nella mia sportina di tela, che uso da bravo canadese riciclatore di tutto e combattente contro i sacchetti di plastica, e me ne torno a casa. Ne mangio una fetta che sarà costata 10$: è davvero buona, ci tornerò, ho un debole per i formaggi. E amen per i soldi, dopotutti servono a essere spesi.