Per rispondere a Severgnini

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Non sono mai stato un gran fan dei Duran Duran, lo ammetto. Negli anni Ottanta ascoltavo quasi solo cantautori italiani, spaziando da Guccini e Battiato a Ron e Dalla, con incursioni Vendittiane. All’epoca non gradivo nemmeno Jovanotti, che ancora non si chiamava Lorenzo, e urlettava di volere la sua moto. Quando si trattava di musica straniera, per me c’erano poche e selezionatissime canzoni degli U2, degli Wham!, di Elton John, di Sting, dei Police, dei REM, degli Smashing Pumpkins, di Rick Astley, dei Supertramp. La passione per gli Smiths (e poi Morrissey), i Cure, i Depeche Mode, i Simple Minds, i Soft Cell (e poi Marc Almond), i Talking Heads, i Culture Club, i Bronsky Beat, i Communards (e poi Jimmy Somerville) sarebbe venuta più avanti, passato il 1992-93. Però la competizione fra Duran Duran e Spandau Ballet me la ricordo bene, e tra l’altro apprezzavo di più gli Spandau, se vogliamo dircela tutta. Era, in sessantaquattresimo, la ripetizione della competizione fra Beatles e Rolling Stones, vent’anni dopo. Tuttavia la tesi di Severgnini è irricevibile, e suona di conservatorismo provincialotto lontano un miglio. Per cui, per una volta, Save a Prayer.