Utile dialogo con Elly Schlein sul referendum abrogativo sulla Riforma della Scuola

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Elly Schlein, eurodeputata prima del PD ora del gruppo E’ Possibile di Civati, è una delle politiche che stimo di più. La stimavo prima, nel PD, e infatti l’ho votata, continuo a stimarla adesso, anche se alcune delle battaglie politiche che ora fa mi trovano in disaccordo.

Schlein sta raccogliendo le firme per 8 referendum abrogativi, alcuni condivisibili, altri proprio no. In un dialogo con lei su FB, mi sono voluto concentrare sul quesito che più mi trova in disaccordo. Questo è il dialogo, civilissimo e puntuale, ma assai franco, che ne è venuto fuori sul suo muro di FB.

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Su Antonello, Dimenticare Pasolini, e l’importanza della cultura low-brow

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dimenticare_pasoliniSuccede (rarissimamente) alle volte che rispondendo a un commentatore un po’ polemico, venga fuori una replica che ha dignità di post a sé stante. Riproduco qui un brano di ciò che ho risposto a questo Andrea971 riguardo al pensiero di Pierpaolo Antonello, così come espresso (e recensito sul Fatto) nel suo volume Dimenticare Pasolini:

Il blogger recensisce e interpreta, quindi chi sostiene è l’autore. Antonello sostiene che le sorti della società, più che della cultura, italiana sono migliorate per un miglioramento oggettivo nell’istruzione media delle masse e per una diffusione dell’alfabetizzazione informatica e non informatica. Il capitalismo di Berlusconi ha fatto il possibile per danneggiare il quadro sociale, soprattutto minandone la base etica, ma è rimasto imprigionato in una visione aziendalistico-familistica che non aveva interesse e forse nemmeno spirito o curiosità a modellare la società italiana in senso liberista o iper-liberista. Quello che lei chiama “industria culturale” (e lo fa con un’accezione negativa, o mi sbaglio io?) è invece un fattore positivo e ben precedente all’arrivo di Berlusconi al potere. L’industria culturale italiana è sopravvissuta all’avvento di Berlusconi e ha anzi trovato elementi di rafforzamento dalla diffusione di massa della radio, poi della televisione a colori, poi dei personal computer, poi di internet, quindi del web 2.0 e così via. Questo perché, per metterla in modo chiaro, non è che a scuola oggi si insegnano Facebook o Instagram al posto di Dante e Pasolini, ma si insegnano Dante e Pasolini anche attraverso Facebook e Instagram. E non parliamo poi del sapere scientifico, che ha fatto passi inimmaginabili come progresso, ma anche come sapere diffuso di base.

Tutto questo proprio perché Antonello riconosce dignità alla cultura low-brow più ancora che a quella high-brow, rifacendosi in questo al pensiero di Eco e di Fiedler prima di Eco. Pasolini aveva una visione differente, naturalmente, ma in questo occorre un suo superamento ed è utile ricordare altri intellettuali che hanno appoggiato la teoria di Fiedler, McLuhan, Eco, come per esempio Arbasino e Pier Vittorio Tondelli.

Qui, fra amici anellidi, posso anche aggiungere il mio nome all’ultimo posto della lunga fila degli scribacchini italiani che hanno difeso il valore della cultura low-brow. Vedere, per credere, i romanzi Angeli da un’ala soltanto e Tutta colpa di Miguel Bosé.

Bellicapelli, Fischio, Er Banana e il rito della partita di calcio

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[…] Facevano parte della comitiva una variegata e variopinta umanità di maschi, vicini di caseggiato e cugini che abitavano nella zona. Ciascuno con un nomignolo il più infamante possibile, che ne sottolineava delle caratteristiche evidenti o più segrete. Tu eri Bellicapelli, a causa di una massa a fungo insieme al maledetto taglio a caschetto che tua madre aveva deciso per conto tuo, incurante dei commenti degli altri pischelli: “Pare che t’hanno messo un vasetto in testa e poi te c’hanno tarato i capelli torno torno...” C’era di peggio: Andrea aveva un ventaglio di soprannomi, ma il principale era “er Banana”, che faceva riferimento sia alla sua altezza, che alla scarsa fattura dei suoi tiri. Lui però, furbo, era l’unico che veniva in strada vestito di tutto punto da portiere. Anzi no, veniva vestito da francotancredi, come diceva lui, e fargli gol era un balsamo. Poi c’era Muco, uno scricciolo di ragazzino che girava pure in estate con un fazzoletto di stoffa pieno di moccio. Francesco era Fischio, perché quando arrivava da dietro per marcarti durante una partita, lo avvertivi dal respiro asmatico sibilante. Caccola era sempre còlto con le mani in esplorazioni olfattive. Matteo era Caracca, perché aveva un tiro micidiale. E poi c’era Muro, un bestione bravissimo in difesa, così bravo da arrivare a giocare in serie C con la Lodigiani.

Fioccava anche una serie di nomignoli che non hai mai capito a cosa fossero dovuti, né hai mai osato chiedere: Alboino, Gilberto, Papero, Boccia, Sparecchio, Zio, Perlana, Foglia morta e Pianta. I capi della comitiva erano i più grandi e a parte questo li riconoscevi anche dal modo rispettoso in cui venivano chiamati: col loro vero nome, come nel caso di Rocco. O con variazioni leggere, com’era per Romoletto. Con nomignoli che mettevano in luce una qualità invidiata da tutto il gruppo, come per Caracca. A ricordarli oggi, riesci ad associare a ogni soprannome un volto, ma si tratta quasi sempre di volti di bambini, dai sette ai quattordici anni. A parte il gruppo che poi ti sei ritrovato anche sui banchi di scuola delle medie e del liceo, gli altri, infatti, non li vedi da più di vent’anni. Ti capita di passeggiare per le strade del Prenestino e di avvertire una vaga familiarità con ceffi di coetanei alquanto minacciosi, che potrebbero essere quelli con cui hai condiviso i pomeriggi più lunghi della tua infanzia dietro a un pallone. Ma la grinta di quelle facce indurite dagli anni ti ha sempre trattenuto dall’indagare oltre.

Dopo aver sbrigato i compiti per il giorno dopo, oppure rinviandoli a momenti migliori, correvi fuori per giocare a calcio, mentre la mamma restava sull’uscio a urlare. Andavi sotto casa, salutavi il resto della pipinara che già trovavi a cavalcioni o in piedi sul muretto in cortile, e iniziava la caccia al pallone. Ne bastava uno qualsiasi, quando andava bene un Tango Dirceu, ma spesso vi accontentavate di un misero SuperTele. Il SuperTele aveva il pregio di regalare al tiro di chiunque le più imprevedibili traiettorie dovute alla resistenza dell’aria, ma tutti facevano finta che fossero dettate dalla sapienza del proprio piede, come neanche Zico. A quel punto, i più forti tra voi facevano a pari e dispari per formare le squadre. Cominciava allora uno dei riti più importanti, un momento archetipico, che avrebbe segnato il tuo ruolo nella società: la scelta dei compagni. I primi della selezione erano quelli ritenuti più bravi. Via via, a scalare, i due “capitani” si dividevano i bravini, le mezze seghe, le seghe e, a mo’ di zavorra obbligatoria, i negati, che in genere venivano destinati in porta. Il ruolo del portiere era il meno ambito, a parte Banana con la sua divisina da francotancredi del cazzo. In genere si faceva a turno: a ogni gol subìto un cambio. Stare tra i pali immaginari non era poi malissimo: dava modo di rifiatare anche se risultava noioso e aveva i suoi rischi. Quando la partita sbracava del tutto, si decideva la regola dei portieri volanti: ognuno degli estremi difensori poteva uscire dalla sua area e mettersi a giocare in altro ruolo, mentre qualunque compagno si ritrovasse in prossimità della propria rete poteva parare e prendere la palla con le mani. Una regola fatta apposta per scatenare infinite discussioni sull’estensione dell’area di rigore. Finita la conta e formate le due squadre (che non erano mai pari), la sfida cominciava. Il proprietario del pallone giocava sempre, anche se era “una pippa”, ossia il gradino sotto al negato.
La palla era sempre di una pippa.

L’introduzione di regole assolute durante lo svolgersi del gioco, a ripensarci oggi, era un gioco di autorità niente male. Non erano regole scritte, ma tramandate dalla tradizione orale, in un mantra indiscutibile: “Rigore su gol, è gol…”; “Ogni tre angoli, un rigore…”; “Ogni due traverse, un rigore…” Poco importa che, per dire, le traverse fossero invisibili, come il resto della porta. Non si potevano vedere e toccare, certo, ma senza dubbio esistevano in qualche dimensione della vostra fantasia, e finivano col produrre risultati nella realtà.

Un campo da calcio vero e proprio non esisteva mai, se non per delle epocali sfide tra comitive di quartieri confinanti, che organizzavate una volta o due all’anno. In tali occasioni, che davano materia di discussione per mesi e mesi sia prima che dopo il match, ci si spostava per mezza Roma alla ricerca di un campo più o meno regolamentare e alla nostra portata economica. In quelle partite si metteva in mezzo qualcuno a fare da arbitro, ma i guardalinee no, quelli no. Alla fine, la scelta cadeva sempre su due strutture. Una lontana, per le partite fuori casa: il “Cristo Re” di via Acherusio, nel cuore del ricco quartiere Trieste. […]

[Dal romanzo Anelli di fumo, pp. 162-4]

One-winged Angels, the excerpt published by The Chicago Quarterly Review

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CQR #20, The Italian Issue–cover illustration by Rossana Campo

CQR #20, The Italian Issue–cover illustration by Rossana Campo

It’s an interesting and intelligent selection the one proposed by The Chicago Quarterly Review for their special issue on Contemporary Italian Literature and Poetry, guest edited by Michela Martini. Together with famous and established names such as Edoardo Sanguineti, Aldo Palazzeschi, Rossana Campo, and Emanuele Trevi, also less known and yet popular names, such as mine, in this stunning collection of poetry and prose translations of contemporary Italian literature.

Thus, in The Italian Issue (volume 20 of 2015) of The Chicago Quarterly Review, beautifully appear also the first two chapters of my award-winning novel One-winged Angels, translated in English by Silvana Mastrolia and myself. The original Italian version–which can be bought online here if you live abroad of Italy, or here if you live in the Belpaese–has sold so far 7,700 copies and has been praised by readers and critique alike. Now I am just waiting for the right American publisher to knock at my door.

An excerpt of the CQR excerpt is downloadble from here. Enjoy!

Paolo Di Vincenzo de Il Resto del Carlino ha letto AdF e gli è piaciuto

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Se vivete nella provincia di Teramo, oggi potete leggere sulle pagine culturali de Il Resto del Carlino questa bella recensione di Paolo Di Vincenzo. Se non risiedete lì, ve la potete leggere qui sotto. Cliccate sulla foto per ingrandire.

Resto del Carlino 10.4.2015

Scrittori o scriventi?

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indexSono rimasto colpito da un post su Facebook di Luigi Romolo Carrino. Oggi esce il suo nuovo romanzo, La buona legge di Maria Sole (edizioni e/o) e lui ieri ha fatto una sorta di appello ai suoi 2900 e passa contatti di FB invitandoli a leggere il suo libro e a pubblicizzarlo sulle loro pagine FB. Luigi però ci ha messo un pizzico della sua arte e una spiegazione intima, che è appunto la parte che dell’appello che mi ha colpito:

Mi sono sentito dire spesso che sono uno scrittore di talento, che faccio questo faccio quest’altro, che sono questo e quell’altro. La verità è che uno scrittore non è tale se non ha lettori che lo leggono, ovvero esiste solo per se stesso. Allora uno che scrive a fare se è così? Perché scrivo? Mi chiedo… Se uno non ha lettori non è uno scrittore, ma soltanto uno che scrive, e la differenza so che sapete coglierla.

anelli01smallMi ha colpito perché mi ci riconosco molto, e avrei potuto scriverla io per la recente uscita di Anelli di fumo. Avrei potuto, ma non l’ho fatto. Forse perché il mio tasso di fiducia nei confronti di ciò che i contatti di Facebook possano determinare quanto a lettura di un libro, o anche solo quanto a pubblicizzazione di un libro, è più basso di quello di Luigi. Allora, siccome il pericolo di inaridirsi passati i 40 è sempre dietro l’angolo, mi sono detto: prova, credici. Vediamo quanti dei miei più modesti 1380 contatti decideranno di parlare nel loro FB dell’uscita di Anelli di fumo e dell’uscita di La buona legge di Maria Sole. Sono romanzi scritti da persone non famose, da uomini non accomodanti, pubblicati da editori storici, ma medio-piccoli. Non abbiamo dietro le spalle costose campagne di marketing organizzate dai nostri scamiciati ma talentuosi editori. Se andate in una Feltrinelli, il mio romanzo lo potete solo ordinare, non lo trovate mica esposto sui banchi in bella mostra e nemmeno negli scaffali. E ci metterà pure un bel po’ ad arrivare, vero Guido Laj? Non per questo è un romanzo minore, però, ma questo spetta a voi lettori stabilirlo. E allora butto la palla nella vostra metà campo, o meglio sulla vostra bacheca di Facebook.

Condividete, se volete, questo stato e le due foto delle copertine dei due romanzi. E soprattutto leggeteli, questi romanzi. Per quel motivo che spiegava Luigi poco sopra, e che ha convinto anche me. Per decidere se siamo scrittori, o solo due tizi che scrivono.

Alla metà di marzo, due presentazioni di “Anelli di fumo”: Roma e Foligno

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indexSfidando la cabala, venerdì 13 marzo alle ore 18:30 in Piazza Verbano 7 (00199 Roma Nord, di fianco al Cinema Admiral) si terrà l’ultima presentazione romana del mio romanzo “Anelli di fumo”. Modera Guido Laj.

Se invece siete in zona umbra, una seconda presentazione di “Anelli di fumo” si terrà sabato 14 marzo alle ore 18.00, presso la libreria Carnevali (ex cinema Astra) di via Mazzini 47, Foligno, modera Francesco Moroni.

Come si dice in questi casi, “sarà presente l’autore” che risponderà alle vostre domande e vi leggerà qualche stralcio dal suo romanzo. Anellide avvisato, mezzo salvato.

Qui la pagina Facebook della presentazione di Roma, e qui quella della presentazione di Foligno.