Che libro mi (s)consigli?

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Il Poeta dice: “Ai posteri l’ardua sentenza”. E allora beccatevi questa postera, a cui mando un mucchietto di baci:

Adesso capisco il perché di quella impennata di vendite di “Angeli” accaduta lo scorso aprile!

Ecco perché mi è difficile recensire i libri di Balzerani

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Una versione più breve di questa recensione è stata pubblicata sul blog de Il Fatto Quotidano. Qui l’ur-testo.

Aldo; Antonio; Domenico; Ezio; Francesco; Girolamo; Giulio; Giuseppe; Lando; Michele; Oreste; Raffaele; Roberto; Rocco. Sono i nomi di battesimo di alcune delle vittime dirette o indirette di Barbara Balzerani, membro delle Brigate Rosse dal 1975, arrestata il 19 giugno 1985, condannata a sei ergastoli e messa in libertà dopo 21 anni di carcere e 5 di semi-libertà, nel 2011. Compagna luna; Perché io, perché non tu; Cronaca di un’attesa; Lascia che il mare entri. Sono i titoli dei libri di Barbara Balzerani pubblicati da DeriveApprodi fra il 1998 e il 2014. Libri di poche pagine, ma non per questo con un contenuto leggero o inane.

È difficile recensire Barbara Balzerani. Perché la prima domanda che ci si deve porre è: chi è Barbara Balzerani? Semplicemente una scrittrice, come alcuni giornalisti disinformati credono? Un’assassina, come sostengono i familiari delle sue vittime? Balzerani è una brigatista rossa che ha ucciso più volte e ha preso due lauree: una prima di essere arrestata in Filosofia, e una durante la carcerazione, in Antropologia. Una donna “che racconta storie attraverso parole scritte”, come lei si è definita. Una terrorista che non si è né pentita né dissociata dalla lotta armata. La Prima sezione penale della Cassazione le ha concesso la libertà condizionata e poi la scarcerazione spiegando che “sebbene non pentita”, si era “ravveduta” intraprendendo un percorso di reinserimento sociale “costruttivo” e “concreto”. Per me la Legge Gozzini – il più famoso dei provvedimenti che trasformano il “fine pena: mai” in sanzioni più umane, fino alla scarcerazione per buona condotta – è un simbolo di profonda civiltà. Devo dire però che quando la scarcerazione completa è concessa per chiunque sia stato condannato a più di un ergastolo, e senza nemmeno dissociarsi, sento un senso di ingiustizia.

Capite perché è difficile recensire Balzerani? Perché è molto probabile che queste pubblicazioni siano arrivate solo poiché l’autrice ha avuto la biografia che ha avuto. E se è così, diventa impossibile non giudicare la pagina scritta assieme alla penna che l’ha vergata. Qui ho deciso di assumere un atteggiamento olistico: recensire i libri della scrittrice Barbara Balzerani, terrorista rossa non pentita e non dissociata. Anzitutto, sbugiardiamo l’editore: la dicitura “romanzo” in calce alla copertina è puro surrealismo. Questi di certo non sono romanzi. L’attributo è dato per basse (e capitalistiche, “compagna” Barbara) ragioni di marketing: si vendono più i romanzi che i testi di memorialistica. Tuttavia per la categoria narrativa manca un quid essenziale: la finzione. Manca anche l’intreccio narrativo. E mancano i personaggi. Sono tutti ricalcati dalla realtà. Le invenzioni, se ci sono, sono ridotte al minimo. Per paradosso, questo fatto rende i libri di Balzerani più interessanti che non se fossero stati dei romanzi.

Il primo libro, Compagna luna, è il più famoso. Pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1998 nella collana di saggistica “Serie bianca”, è stato al centro di una famosa polemica fra autori della casa di Milano, soprattutto fra Antonio Tabucchi ed Erri De Luca. Il primo lo stroncò, con recensioni dure su stile, lingua e contenuto: “Un kitsch che ricorda la propaganda di Hoxha e i sentimenti di Sanremo. […] Meglio il silenzio se non si ha il coraggio di affrontare i nodi profondi”. Stroncò soprattutto la sua autrice, comunicando alla Feltrinelli un aut-aut: o pubblicate me, o pubblicate lei. Il secondo, De Luca, prese le difese di Compagnia luna basandosi su questioni biografiche più che stilistiche o formali (“Il professore e la detenuta” Il Manifesto, 14 luglio 1998). La fine è nota: Balzerani ceduta alla più piccola DeriveApprodi e Tabucchi purtroppo deceduto, ma sempre autore Feltrinelli.

Compagna luna è un testo scritto attingendo da due calamai che mal si mischiano: l’ideologia e la lirica. È un libro urticante e vivace, che si alimenta di una nitida schizofrenia. Questa è visibile sin nella grafica con un alternarsi continuo di testo in tondo e in corsivo. Col tondo l’autrice narra di sé in terza persona, guardandosi dall’esterno. In corsivo la scrittrice narra di sé in prima persona, guardandosi dal di dentro. Si vorrebbe poter dire che la visione dall’esterno in terza simboleggia una presa di distanza di Balzerani d’oggi verso Balzerani di ieri. Non è così.

Nella nuova edizione 2013 DeriveApprodi, l’autrice aggiunge una prefazione in cui dichiara: “Queste pagine sono il racconto dell’inizio di un viaggio di ritorno tra le schegge di uno specchio andato in pezzi, riflessi di una vita frantumata. La fotografia di uno stato di solitudine per la scomparsa di un mondo di relazioni. […] Una dichiarazione di amore testardo a difesa di una memoria partigiana.” E qui iniziano già i dolori, per l’uso di quell’espressione, “memoria partigiana”, che l’autrice non adopera a caso. Qui sorge, per me, il primo di tanti no. Perché l’operato dei brigatisti rossi fu una vacua follia assoluta: la convinzione di poter realizzare la rivoluzione comunista in Italia, attraverso una lotta armata che incluse l’uccisione mirata di uomini dello Stato democratico. Qui un elenco parziale delle vittime. La lotta partigiana fu il tentativo di opporsi a un’invasione armata da parte di un alleato del regime autoritario in via di rovesciamento e dei suoi irriducibili accoliti fascisti. Un’errata e imbecille utopia, quella dei brigatisti rossi; un formidabile tentativo di giustizia e libertà, quello dei partigiani. Fenomeni divisi nel contenuto e nell’esito finale. Balzerani continua: “Questa non è la storia delle Brigate Rosse. Non potrei essere io a farla. È solo una parte di quanto ho vissuto e di come. È il risultato dei miei interrogativi più urgenti. È la richiesta di aiuto per provare a scioglierli. È la speranza che si possa infine farla quella storia.

E allora analizziamo la richiesta d’aiuto. Uno dei problemi che emergono da Compagna luna è che se dovessi cercare un titolo alternativo, mi verrebbe in mente Barbara odia tutti. Perché dei quattro agili volumi, questo è quello in cui è più palpabile la rabbia dell’autrice. Barbara odia anzitutto i terroristi pentiti (rei della “infamia dei traditori” p. 96) che hanno contribuito con la loro collaborazione al suo arresto. Poi odia i politici (77), i giudici (54), i giornalisti (89), i poliziotti che secondo lei furono responsabili dello stato delle cose dell’Italia degli anni Settanta. E odia gli americani (86), le donne, le femministe (60), gli scrittori come Tabucchi (10) che s’azzardano ad andarle contro, e i cineasti come Calopresti che provano a far cinema sulla storia di una ex brigatista in La seconda volta (128). Odia la polizia penitenziaria (114). Barbara odia il padre, colpevole di essere troppo un uomo del suo tempo, e di avere in buona considerazione Mussolini (44). Barbara odia almeno un po’ anche la madre (59), anche lei troppo donna della sua epoca, operaia che ha accettato di mangiare alla mensa dei padroni anziché ribellarsi. Non una riflessione sul fatto che la famiglia Balzerani è passata nel giro di tre generazioni dalla servitù della gleba veneta, al lavoro in fabbrica, all’essere studentesse di Filosofia alla Sapienza di Roma, il tutto nell’arco di quel vero miracolo dello Stato italiano contro cui Barbara ha imbracciato il mitra. Va detto che nei libri successivi questo odio si stempera. Va detto che Balzerani, soprattutto in Lascia che il mare entri, il testo più elegante e poetico, recupera almeno il rapporto con gli avi. E tuttavia il problema principale per me è che la lotta armata in Compagna luna, ma anche in Perché io, perché non tu e nell’assai peggiore, slegato e più gratuito Cronaca di un’attesa è ancora presentata sotto una chiave di giustezza, di lealtà del principio, persino di utilità. È questa, l’utilità, la cosa che sorprende di più. Balzerani pare pensare di aver fatto bene ad aver agito come ha agito. Manca, del tutto, qualunque capacità di empatia verso le vittime o i familiari delle vittime. Perché questa è la lezione poetica data da queste pagine, in certe parti anche artisticamente piacevoli: la follia ideologica esiste, e pensa pure di avere ragione.

La grande bellezza

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Con il mio consueto ritardo sui film italiani di quest’anno, ho visto La grande bellezza. Film importante, con un eccesso di cartoline romane di sicura presa, specie all’estero. Si poteva fare di meglio: si poteva avere una sceneggiatura più densa, con una trama più strutturata. Si tratta però di una di quelle rare pellicole che hanno saputo suscitare un dibattito a livello nazionale, con schiere di estimatori che hanno gridato al capolavoro, e squadre di denigratori che sono inorridite, mettendone in risalto tutti i limiti e le mancanze. Diciamo allora che La grande bellezza non sembra un capolavoro. E tuttavia presenta qualità notevoli per chi ama il cinema. Fotografia superlativa, colonna sonora da ricordare (fra le altre canzoni, “A far l’amore comincia tu” nella versione remixata da Bob Sinclair, apre la scena di un party romano molto ye-ye sulla terrazza dinanzi al Colosseo, con tanto di trenini e donne in disfacimento tenute su da chirurghi estetici e fallimentari iniezioni di botox) tecnica registica di grande gusto, anche se decisamente poco sperimentale a base di carrelli, panoramiche e piani sequenza probabilmente un po’ troppo lunghi.

Sorrentino è bravo, a tratti bravissimo, ma si sente che si dimena nel confronto con il se stesso de Il divo. Quello è il film su cui in molti abbiamo sussurrato: capolavoro. Adesso, è naturale, ogni nuovo film del regista è paragonato a Il divo, in una maledizione felliniana ben conosciuta. E La grande bellezza, diciamocelo, non è proprio all’altezza de Il divo, sebbene stia incontrando all’estero un favore enorme. Per quale motivo? Perché il regista sa perfettamente quali sono gli ingredienti che gli americani soprattutto si aspettano da un film italiano per sostenere che sia “perfetto”. E Sorrentino li mescola, con assoluta maestria, confermando però uno stereotipo che ormai danneggia il cinema italiano contemporaneo proprio perché lo costringe in un angolo identitario di un’epoca che non è certo quella di oggi. Da qui viene anche l’errato paragone fra La grande bellezza e La dolce vita, quando in realtà il film felliniano che andrebbe usato come paragone è Otto e mezzo, con la sua continua, estenuata ricerca psicologica del senso della vita per l’artista.

Sorrentino ci porta per mano in una serie di sequenze patinate per dimostrare una tesi banale e sentita tante di quelle volte da risultare ormai noiosa, stantia: la decadenza della sinistra, la decadenza della borghesia italiana, la decadenza della città di Roma, e ovviamente la decadenza della borghesia di sinistra e romana… anche se va detto che la risposta che il personaggio principale, Jep Gambardella, dà a Stefania, la scrittrice radical chic nei panni della lidiaravera della situazione, è qualcosa di folgorante, forse la migliore battuta di tutta la sceneggiatura: in un breve monologo, Jep ristabilisce un punto di verità sulle scelte di vita fatte da Stefania e risponde così al suo lungo monologo auto-incensante. Una risposta talmente ben piazzata e recitata da Servillo in modo così convincente e low profile, gettato con noncuranza sul collo della sua amica, da lasciarla senza parole e costringerla semplicemente ad abbandonare la scena.

Toni Servillo, si è detto. Naturalmente anche in questo film è un interprete straordinario, perfettamente calato nella parte dell’intellettuale da un solo romanzo, pubblicato in gioventù, che però gli ha garantito la fama dello scrittore, del punto di riferimento per questo triste circo di personaggi in cerca di autore e di trama. Jep è oggi un nottambulo perdigiorno, che si interroga sulla vacuità dell’esistenza attraverso l’assai discutibile tecnica della voce della coscienza, riversata sullo spettatore come una voce narrante. La recitazione di tutto il cast è in ogni caso l’aspetto forte della pellicola. Sono tutti perfetti, occorre dirlo, e questo ne fa un filmone. E’ perfetto Carlo Verdone nei panni di Romano, un autore teatrale infine sconfitto dalla grande città e che per ciò decide di tornare a cinquant’anni al paesello; è perfetta Sabrina Ferilli nei panni di Ramona, una stagionata ballerina sexy che continua nei suoi spettacolini erotici per pagarsi un’operazione, forse un cancro, che però viene mal gestita dalla sceneggiatura. E’ perfetta Iaia Forte, la cui napoletanità e i cui occhi continuano a recitare per default in modo sublime. E’ perfetta perfino Serena Grandi, nei tragici panni di se stessa.

La grande debolezza della grande bellezza è proprio nella sceneggiatura di Umberto Contarello, che forse qui ha avuto l’occasione per fare il salto di qualità dopo una carriera di oneste sceneggiature per la televisione, ma l’ha mancata. Perché quel che manca a questo per altro bel film, è proprio la trama, il raccontare una storia, la creazione di intrecci fra personaggi certamente ben disegnati anche se un po’ troppo archetipici quando non proprio stereotipizzati.

Non per un pubblico vasto, fuori dall’Italia, ma Sorrentino è riuscito a illustrare ancora una volta gli ultimi giorni di Pompei all’ombra del Colosseo, e questo gli va senza dubbio riconosciuto. Colpisce la totale assenza di gente sotto i 40 anni, anche nei personaggi secondari. Una società romana cocaino-caino-borghese, di sinistra puzzettara e pseudo artistica, legata a un partito comunista che non esiste più, proprio a partire dall’egemonia culturale sul cinema.

Recensione a “Il fasciocomunista”, di Antonio Pennacchi

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Al bel film “Mio fratello è figlio unico“, di Daniele Luchetti, corrisponde un buon libro, più complesso e assai più disturbante della narrazione cinematografica. Accio Benassi è una sorta di Gianburrasca moderno, molto violento, nato a Latina e con una sola fede oltre a Gesù: il Duce e le sue bonifiche dell’agro pontino. Ma la vita è varia e i fratelli sono tanti (qui addirittura sei, mentre nel film solo due), e l’Italia passa dalla crisi di Cuba del 1962 agli anni di Piombo. E Accio si rende conto che l’MSI e i suoi camerati non sono poi così puliti… in seguito a una crisi di coscienza, diventa anarchico, poi comunista e quindi rivoluzionario.

Ciò che colpisce non sono tanto i radicali cambiamenti di fede politica, quanto il modo del tutto privo di empatia con cui Accio vive la sua “violenza necessaria” contro altri esseri umani. Va in giro con catene o mazze ferrate da spaccare in testa al “nemico”, che sia rosso o nero non ha importanza. Fa tutto coprendolo sempre di una patina di apparente inconsapevolezza, che è poi una carica di pura disumanità. E’ per questo che il libro disturba così tanto. Sembra a tratti di leggere le confessioni di un ultrà del calcio, che racconta i suoi scontri e li giustifica ammantandoli di ingenua inconsapevolezza. ***SPOILER*** Accio arriverà a uccidere con un pugno quello che fu un suo amico, a vedere il fratello ucciso a cinque metri da lui, e riuscira sempre ad allontanarsi a piedi da questi eventi così micidiali registrando al massimo la “legnosità delle gambe”. Alla fine c’è una dorta di redenzione, o di ricerca di uno spessore umano, tornando nei luoghi che furono del seminario. Ma rimane il dubbio: quanti uomini sono fatti così? ***FINE SPOILER***

Un romanzo importante, che prende per mano il lettore e lo fa entrare nella mente di un fascista del dopoguerra, nella terra ancor oggi più mussoliniana d’Italia. Un romanzo che spiega quanto fossero contigui i famosi “opposti estremismi”, e come fosse possibile passare da un estremismo all’altro. Una saga familiare, anche, con una mamma ingiusta e cattiva, con dentro di sè una capacità di violenza perfino nei confronti dei propri figli che non si può giustificare nemmeno tenendo conto del contesto dei sette figli e degli anni Cinquanta e Sessanta di provincia.

Antonio Pennacchi è un collaboratore di Limes e questo romanzo ha tutta l’aria di essere molto autobiografico. Con la speranza, in definitiva, che ci sia molto di inventato, o che per lo meno l’autore sia diventato un uomo capace di empatia tramite la sua talentuosa scrittura.

Il mondo ride di noi (e non con noi)

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Rubo questo video a D-Avanti. Il progamma è andato in onda sulla BBC, rete notoriamente di stampo bolscevico. Mi domando se Scajola riuscirà a stoppare anche questa satira, che mi pare un momento più feroce di quella che si può fare in Italia.

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Esce oggi in 400 copie l’ultimo film di Tarantino. Per chi fosse interessato a una mia recensione, rimando a ciò che ho scritto tra le mura della casa vecchia.