Il quarto anno del dottorato

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Insomma cari anellidi, il quarto anno del dottorato è un anno un po’ bizzarro. Perché da un lato sembrerebbe che la tesi sia di là dall’essere discussa (a proposito, ho consegnato quasi per intero i primi 3 capitoli, diciamo che sto al 35-40% del lavoro finale, e ricordo che qui il dottorato è previsto durare 5 anni, non tre), ma dall’altro sei costretto a cominciare a monitorare in modo pragmatico le offerte di lavoro per il dopo dottorato. Infatti, queste domande hanno una scadenza che anticipa in genere di 12 mesi l’inizio del lavoro vero e proprio. Quindi ecco la situazione bislacca: uno si sente ancora studente di dottorato, e magari si pregusta il poter stare tutto il quinto anno a “casa” – nel senso del luogo che ti ha ospitato e accolto per gli ultimi 4 anni – conoscendo ormai tutti i piccoli segreti di questa città e di questa università, tuttavia si trova a scrivere delle belle letterine in cui si propone di ricominciare da capo in un’altra città e in un’altra nazione (come nel mio caso, ma è abbastanza comune) e magari anche in un altro continente.

Per carità: c’è anche un aspetto positivo nel cambiare e nel ricominciare. Però hai una strana sensazione, del tempo che passa, di te che invecchi, delle cose che devi fare per cambiare (il trasloco, un nuovo dipartimento, nuovi colleghi, nuove amicizie, nuova città…) di quello che hai stretto fino a oggi (tanto, a essere sinceri) e di quello che ancora desideri stringere. Alla fine ti fai un esame di coscienza e valuti se stai tenendo bene il timone della tua vita, o se non hai magari perso la giusta messa a fuoco degli elementi fondamentali.

Oggi passeggiavo per Toronto, città cordiale che accoglie tutti e non sputa via nessuno, ma in cambio è un po’ anonima e piuttosto brutta. Ha però una sua fisionomia elastica: la città è abituata a osservare i suoi figli dai mille colori e dalle mille origini, osserva tutti e poi sorride. Aspettando che te ne riparti, per lidi auspicabilmente accoglienti alla stessa maniera.