Credersi la fonte dell’oggettività

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Oggi ho scoperto che è possibile arrivare a 35 anni e pensare di essere la depositaria dell’oggettività. Cioè, è possibile per una persona di buona cultura, abituata ahimé a interpretare la vita come se tutto fosse misurabile su un foglio a quadretti, ritenere che la propria impressione su qualunque cosa sia corrispondente al dato di fatto oggettivo, privo di “bias”, privo di condizionamenti. Con buona pace di concetti elementari per gli umanisti, quale “interpretazione”, “ermeneutica” ma anche il concetto stesso di “filosofia”.

Se esistesse una persona in grado di rappresentare sempre e solo la più pura oggettività, probabilmente sarebbe un occhio supremo. Una specie di dio, onniscente e onnivedente. Un osservatore supremo che non esprime alcun proprio condizionamento. E’ imbarazzante doverlo scrivere, ma ogni e ciascun punto di vista, da parte di chiunque, è SEMPRE partigiano e parziale. Perché per quanto ci si sforzi di mettere da parte qualunque commento esplicito o implicito, assumendo il tono di voce più neutrale possibile e la postura del corpo più neutrale possibile, la semplice scelta delle parole – e ancor prima – la scelta stessa dell’argomento da riferire a uno o più ascoltatori, esprimerà una parzialità. Perfino una macchina fotografica è parziale: a seconda di dove la collochiamo, essa fotograferà la realtà da quella determinata posizione. Mettendo in primo piano alcuni elementi, sullo sfondo altri. La collocazione della macchina fotografica è un fattore di influenza e di parzialità, come ben sanno i registi cinematografici, gli operatori, i fotografi e chiunque abbia una minima dimestichezza con gli oggetti che servono a fotografare la realtà, a riprodurla nel modo più identico al reale possibile.

Concetti ovvi, uno penserebbe. Non per tutti, però. Non per tutti. Proprio non per tutti.