Chi è in realtà Fabrizio Cianci, radicale (?)

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Fabrizio Cianci lo conosco da molti anni. E’ uno appassionato di politica, da sempre nell’area radicale. Prima era contro Pannella, aveva fondato un’associazione chiamata Radicali di Sinistra, a cui avevo anche preso parte. Poi Fabrizio Cianci è tornato fra i Radicali di Pannella. Fin qui, niente di male, è la storia di tanti politicanti entrare e uscire dai partiti come camerieri in una sala ristorante, a seconda delle convenienze personali. Fabrizio Cianci è di quelle persone che se gli dici che la pensi come lui, puoi esserci tranquillamente amico. Se invece lo contesti nel merito, risponde così:

Screen Shot 2015-04-25 at 11.35.19 PM

Singolare che Fabrizio Cianci, che si dice campione dei diritti civili, decida di usare turpiloqui omofobi per insultare una persona che pure lui conosce dai primi anni Novanta che gli ricorda che la Legge Acerbo non aveva il ballottaggio e non prevedeva il libero voto, e quindi proprio uguale all’Italicum, dopotutto, non è.

Screen Shot 2015-04-25 at 11.41.29 PMRimane il fatto che in Italia la gente tipo Fabrizio Cianci non è mica poca. Occorre solo smascherarla un po’ più spesso di quanto si faccia, per esempio usando l’ottima funzione Screenshot, che permette di riprodurre esattamente le parole usate e il loro autore.

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16 anni fa l’assassinio di Matthew Shepard

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Tratto dalla newsletter della Matthew Shepard Foundation.

matthew_shepardToday marks 16 years since the day we lost Matt Shepard. I know from the conversations I’ve had with many of you that those terrible days in October 1998 echo in your memories: where you were, how it felt, the fears, the outrage and the questions you were left with.

In a cold October not so long ago in a sparse and misunderstood place, one of the few things that a senseless act of violence could not take from Matthew Shepard was his honor. In living openly as himself, Matthew encountered a terrible force that countless thousands like himself have faced before and since. The force of hatred. He lost his life to it. But he and we did not lose what was true about him – he had honored himself by being authentic, and honored those few of us fortunate enough to have known him, by being honest.

The Foundation began from the kindness of strangers donating time and money in Matthew’s honor. We continue to thrive because supporters like you make generous contributions time and time again.

The Shepards visit workplaces across the country and urge a fair opportunity for all to work and succeed regardless of difference. They speak to students in every corner of America and they meet with teachers to make sure their schools also teach the value of diversity. They call for the freedom to marry, an end to religious and racial prejudice, and more resources to not merely prosecute hate crimes, but prevent them.

With and in honor of your support, the Foundation has grown and become more powerful. Our nation’s diplomats now draw on us to train future activists in Mexico, lend support to beleaguered LGBT people in Russia and Jamaica, and dispel cultural myths in Singapore.

Our online youth community, Matthew’s Place, has nearly quadrupled this year in its reach and crossed all boundaries in the types of diversity it fosters – honoring religious belief, trans voices, asexuals.

And even if you are on the other side of the globe producing the Laramie Project on a small stage, our staff will find you, and will help you turn a few hours of performance into an enduring, affirming conversation in your community about how everyone can Erase Hate.

In the coming year we will grow further with all of your help. We are launching an aggressive program to ensure the federal hate crime law that bears Matt’s name lives up to its full potential to protect people from violence driven by their mere identity. Thousands of our law enforcement agencies nationwide under-report their local hate crimes or do not report at all. Resources are lacking in training and in educating the public about the law, and the scourge of crime it seeks to address. We have a plan to fix that and we ask for your support for it.

This work has blossomed beyond our imagining because we have inspiring founders, and you, fueling the work.

Our work can only continue with your support. A donation of just $20, $50 or $100 will help sustain our work in memory of Matthew. Your generous gift makes our work possible, so please give today.

Yours truly,

Jason Marsden

Omofobi a piedi, il miglior ufficio stampa per i diritti gay

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Nella giornata di ieri c’è stata una certa tensione in alcune piazze d’Italia. Un movimento apertamente omofobico, autonominatosi Sentinelle in piedi” [sic], che si batte contro l’uguaglianza dei diritti civili di tutti gli italiani, ha organizzato delle cosiddette “veglie” in pubblico.

L’immagine di queste veglie rimanda a memorie davvero tristi: poche persone in piedi, immobili, a distanza di due metri una dall’altra, in silenzio. Fanno finta di leggere un libro, a volte tenuto alla rovescia. Osservano un atteggiamento marziale. I volti segnati da una cattiveria senza un vero perché. Inquadrati in modo assai severo dal loro servizio d’ordine, che si muove a scatti nervosi, con tanto di pettorine colorate. Un servizio d’ordine che ha imposto loro il silenzio: le “sentinelle” non hanno diritto a parlare con chicchessia, soprattutto con la stampa. I giornalisti sono dunque costretti a passare per i portavoce ufficiali, dovendo così rinunciare al proprio diritto di cronaca. Ecco che questi omofobi a piedi possono essere descritti come manipoli di cittadini disposti a sospendere i propri diritti di libera espressione al fine di impedire ad altri il diritto alla felicità. Del resto, già il nome di “sentinelle” individua nei partecipanti dei soldati che si arruolano per difendere un avamposto e ammazzare il nemico, non certo per stabilire un dialogo.

Il resto, lo potete leggere sul mio blog sul Fatto Quotidano.

Che cos’è l’omofobia – il racconto di Federico

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Come a pochi sarà sfuggito, io sono bisessuale. Il fatto che io conviva da 4 anni (e mi sia sposato da 2) con una donna caraibica e non, incidentalmente, con un uomo caraibico non mi fa certo dimenticare cosa significhi non essere eterosessuali.

Siccome nella misera Italia sono davvero troppi gli eterosessuali (quelli che, con un immane senso dell’autoironia non voluta, mia sorella si ostina a chiamare “normali”, pensando evidentemente di rientrare nella categoria) che non sanno o che dimenticano cosa voglia dire vivere avendo un orientamento sessuale diverso da quello della maggioranza, mi sembra utile pubblicare, col suo consenso, la riflessione che il mio amico Federico (no, non il coautore) ha postato sul suo profilo Facebook poche ore fa.

Piccola nota: Federico è un uomo forte, psicologicamente e intellettualmente strutturato, come lo sono io. Molti di noi LGBT nati negli anni Settanta abbiamo, all’alba del 2014, ormai raggiunto il livello dell’ironia olistica o forse proprio dell’olismo ironico. Su tutto, anche sugli attacchi omofobici. Difficile ferirci, più facile farci incazzare, molto semplice farci riflettere. Eppure la cosa che Federico racconta ha avuto un effetto negativo – la constatazione dell’attacco omofobico – e uno positivo: quello di fargli scrivere questa riflessione qui sotto.

Subito pensiamo: e se fosse successo a qualcuno di più fragile? A qualcuno di più giovane? A qualcuno di meno sereno? Quanti stati di Facebook come questo non leggiamo sui muri di quegli adolescenti gay o bisex che poi, tutto a un tratto, mollano la presa? E’ in nome loro che tutti gli omofobi vanno annientati politicamente e socialmente. E’ per questo che se ti batti per impedire agli altri il diritto di sposarsi e di adottare figli, magari giocando alla “sentinella in piedi” e sostenendo il silenzio e la censura contro i diritti civili di altre persone, devi morire socialmente e professionalmente. Perché la democrazia plurale non è quello spazio dove tutti possono fare e dire il cazzo che gli pare. Ma è quello spazio dove tutti possono fare e dire il cazzo che gli pare fintanto che non leda i diritti civili del prossimo. Non ci deve essere spazio per chi ha la tua malattia di odio, così come oggi non ce n’è più per chi si opponga alle nozze interrazziali.

Il fatto racconta di un’aggressione omofobica. E di come la spiagga in cui è accaduta l’aggressione ha reagito alla cosa. E di come lo stomaco di chi l’ha subita si sia stropicciato, inevitabilmente, davanti a una tale dimostrazione di violenza. Sì, perché importa poco che il gesto non ha potuto tradursi in violenza fisica: esiste il livello psicologico della violenza e lì senza dubbio il mio amico è stato ferito, seppure di striscio. Sono da sempre dell’idea che nessuno mai, in nessun luogo, in nessun tempo, possa avere la libertà di esercitare questo genere di violenza psicologica. E sono dell’idea che quando invece questo accade, occorre reagire con tutte le armi possibili. A cominciare da quella che offre un blog. O un muro di Facebook. O una spiaggia naturista d’estate, della ben più moderna Spagna.

Scrive Federico:

Ed eccoci qui sopravvissuti a una mini aggressione xeno – omo – o semplicemente fobica. A Minorca, gioiello delle Baleari, orgoglio accogliente di una Spagna che qui cerca di dimenticare l’atmosfera deprimente della crisi, c’è tempo per l’odio.

Chissà forse perché nudi – in una spiaggia naturista – forse perché autoctoni solo a metà o forse perché colpevoli di essere due uomini chiaramente felici della reciproca compagnia. Ma eccolo lì un bestione a minacciarci con il bastone di un ombrellone, gridando il suo disgusto, a cercare una provocazione per darci addosso. L’amico cerca di calmarlo, e si scusa con uno sguardo, la moglie (dell’amico), vergognandosi, come una ladra lascia la spiaggia e poco dopo la segue il resto della famiglia. Lui resta e due belle signore si scagliano in nostra difesa gridandogli “sin verguenza” (sei senza vergogna).

Noi rispondiamo, fermi – paralizzati più dall’incredulità che dalla paura – ma senza cedere alla provocazione. Lasciato solo dalla famiglia (resta l’amico a calmarlo ancora “ya está, ya está) e accerchiato dalla disapprovazione di tutti alla fine, pur borbottando “a me nessuno mi caccia da qui”, se ne va. In quel momento TUTTA LA SPIAGGIA APPLAUDE in nostro sostegno, felici che quel grumo di intolleranza insensata lasciasse uno spazio condiviso serenamente fino a quel momento.

Non mi era mai successo e, nonostante anni a denunciare, manifestare, richiamare l’attenzione sui soliti temi a suon di “che palle sti froci” mi scopro a rimuginare ancora una volta che la violenza ferisce ma la violenza discriminante avvelena perché semina il dubbio di sentirsi sbagliati e lascia una rabbia brutta di un cazzotto che avrei voluto dare ma che ora sento di aver preso nello stomaco. E non posso fare a meno di pensare a chi non ha le risorse per capire, farsi capire o difendersi dentro e fuori. A chi quella spiaggia che si alza piedi e applaude non l’ha avuta mai o non ce l’avrà mai. E mi spezza il cuore.

Se nell’almodovariana e post zapateriana Spagna questo può ancora accadere, che cosa può e deve ancora accadere nell’Italia di Giovanardi, della Binetti, dei Dico mai fatti, per capire che uno straccio di legge contro l’omofobia – che non è una cazzo di riforma costituzionale – è urgente, non tanto per quello che comminerà, ma per unire quella spiaggia, per sentire più forte quell’applauso che in parte oggi ci ha salvati.

Grazie di cuore, Federico. Per lo scritto, e per avermi permesso di ripubblicarlo. A te, a me, a tutti noi, dedico questa canzone di Guccini:

Giulio Cesare: se il maschio selvatico ha da puzzà

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(Eccovi l’originale del post pubblicato oggi anche sul sito del Fatto Quotidiano.)

Dice una celebre Upanishad del pensiero reazionario italiano che “L’omo” – inteso come uomo, non certo come uomosessuale – “ha da puzzà“. Il concetto è stato reso popolare da una serie di massime figure del pensiero reazionario italiano, dall’immarcescibile Bombolo al novello Genny ‘a Carogna.

Allo stesso principio si ispirano quei giovani virgulti (e qui qualche odore di uomosessualità comincio invece a percepirlo) aderenti a Lotta Studentesca che hanno stazionato per qualche mezzora dinanzi ai cancelli del liceo che fu di Tullio De Mauro e Marco Pannella, oltre che di Antonello Venditti e Federico Moccia [sic!] per rivendicare, nello splendore del loro unico senso, quello binario, di essere “Maschi selvatici, non checche isteriche”. Maschi selvatici, quindi che san di muschio. Maschi che nun se laveno, che puzzano, insomma, e siamo nel cuore della Upanishad di cui dicevo.

Sulla questione arrivo buon ultimo. Ne hanno già parlato su questo giornale la nostra iper-efficiente redazione, il collega Dario Accolla, la scrittrice Cristiana Alicata, la filosofa bioetica Chiara Lalli, fra le altre elegantissime penne che hanno intinto nel calamaio della propria indignazione.

Quando tutto ciò è accaduto, ero in ferie proprio in Italia. Questa vicenda dei “Maschi selvatici e non checche isteriche” mi si è riproposta così, proprio sulla bocca dello stomaco, e si è contraddistinta per il suo anacronismo da Anni Trenta con tanto di fez e per il suo buffo profilo “involontariamente Camp”, come ha scritto in un meraviglioso ossimoro Manuel Peruzzi su Il Foglio, a sua volta inconsapevole del fatto che il Camp è sempre volontario, o non è Camp affatto.

Il sommo pensatore Andrea Di Cosimo, di Lotta Studentesca, ha così illustrato a Roma Today il senso di quello striscione sui maschi selvatici: “L’azione in questione […] è stata effettuata per esprimere il nostro dissenso nei confronti della decisione di alcuni docenti di sottoporre, agli alunni delle classi del ginnasio, la lettura del romanzo Sei come sei, di carattere decisamente omosessualista e fin troppo esplicito. È inaccettabile che al giorno d’oggi, con la crisi che impera e con la disoccupazione a livelli record, vengano presentati ai giovani studenti modelli di vita deviati e perversi come se fossero la normalità o rappresentassero una priorità. Spetterà a noi ragazzi rialzare le sorti del nostro paese e non sarà di certo attraverso la propaganda gay che ciò sarà possibile. […] Ci auguriamo che non si verifichino più episodi di questo tipo e che romanzi del ‘genere’ vengano eliminati definitivamente dalla scuola pubblica”. Blablabla.

Ora, caro Andrea Di Cosimo. I romanzi “omosessualisti”, dici. Sapevo dell’esistenza della letteratura omosessuale – quella precedente ai fatti dello Stonewall – e dell’esistenza della letteratura gay, successiva al 1969. Ed ero al corrente anche delle polemiche fra i critici letterari sulla (im)precisione di questa etichetta. Il punto è che la letteratura “omosessualista” è proprio una roba noverrima. Spieghi che poi, al dunque, si tratta di “propaganda gay” che sfrutta la (plutogiudaica?) crisi economica per meglio insinuarsi. Tipo “Leggi Mazzucco, e impara come fare pompini anziché cercar lavoro”, se capisco bene.

Devo dire che anche io non ho letto il romanzo Sei come sei: mi basta il titolo per passare ad altro, ma sono certo che Mazzucco vada in giro per tutte le chiese ad accendere ceri alla vostra bella iniziativa. (Sono anche molto invidioso: se le professoresse del Giulio avessero fatto leggere il mio romanzo Angeli da un’ala soltanto allora sì che ci saremmo divertiti.) Non ho letto il testo di Mazzucco se non nelle parti estrapolate per tacciarlo di pedo-pornografia. E lì, proprio nel paragrafo dedicato a quella che pare essere l’unica fellatio dell’intero romanzo, beh, sono d’accordo con lo stavolta assai consapevole Manuel Peruzzi: poffarbacco, non si narra così di un pompino! La ripetizione appassionata del movimento basculante rotatorio e laterale – per te, Venerdì Di Cosimo: a tortiglione – è proprio una qualità intrinseca di ogni fellatio che si rispetti, e questo è parte di quegli insegnamenti che, spero, le studentesse e diversi studenti del Giulio Cesare abbiano fatto proprio dalla scuola della vita.

Tu dichiari ardito: “Spetterà a noi ragazzi rialzare le sorti del nostro Paese“. No, Venerdì Di Cosimo, non spetterà a voi ragazzi di Lotta Studentesca. A voi domani spetterà al massimo condurre curve da stadio a cavalcioni su una rete. Le sorti del Paese saranno rialzate invece da quegli studenti etero, gay e bisex del Giulio Cesare che hanno già saputo scrivere delle mature lettere di sostegno, per difendere le loro prof ingiustamente finite sotto il vostro miserabile j’accuse (e che non sono state denunciate da nessuno, come fa notare l’ottima preside).

La classe dirigente del domani si intravede già dietro quelle righe, così come si intravede la dignità dell’oggi nella difesa della preside e, in complesso, nella reazione della società civile al vostro gesto soporificamente infame.

L’omofobia delle piccole cose

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E’ sempre difficile rendersi conto di quanto si è omofobi. Perché per essere omofobi non è necessario arrivare a insultare o sputare in faccia a una persona gay, né, ovviamente, è necessario commettere crimini violenti contro un uomo gay, bisessuale, o una donna lesbica. No, l’omofobia si può individuare da piccoli atteggiamenti, apparentemente innocui, che in realtà esprimono un disagio interiore nei confronti di chi è omosessuale o del fatto che si parli apertamente di omofobia.

Prendiamo ciò che è accaduto fra ieri e oggi tra i commenti del mio ultimo post sul Fatto Quotidiano. Devo anche specificare che questo post non può essere pubblicato sempre sul sito del Fatto, perché hanno una (giusta e comprensibile) politica che impone di non citare in nuovi post commenti dei lettori, per evitare “di alimentare polemiche da parte dei commentatori citati e in generale della community.”

Ieri ho pubblicato una lettera aperta di Guido Allegrezza al sindaco di Roma, Ignazio Marino. Nel cappello del post ho richiamato due recenti fatti di cronaca nera romana, il suicidio per depressione di un gay 21enne, e l’omicidio di un gay 28enne. Ho poi ricordato che Roma, come città, è teatro da molti anni di omicidi o suicidi di persone gay, al punto che già nel 2002 Andrea Pini pubblicò un libro intitolato “Omocidi“, la cui descrizione, aggiungo qui, recita “In Italia i delitti contro i gay sono molto più numerosi di quanto si creda.

Ebbene, diversi commentatori sono intervenuti rivendicando che il mio post, pubblicato nel pomeriggio del 9 gennaio, non parlasse di un caso di cronaca avvenuto alcune ore dopo, nella sera del 9 gennaio, sempre a Roma. Si tratta dello stupro di una ragazza di 24 anni, avvenuto nel cuore della Capitale, fra via Frattina e via Bocca di Leone. Altri invece hanno contestato l’uso del termine “omocidio” che, come spiegato nel post, è un neologismo di un qualche successo, dal momento che è adoperatoda un decennio e più anche come titolo di alcuni libri.

Ora, se io fossi in grado di scrivere dei fatti di cronaca che avvengono nel futuro e non nel passato, non farei il blogger, ma leggerei il futuro. Il punto però è: ma se il mio post parla di una lettera di un militante gay indirizzata al sindaco di Roma, per quale motivo c’è chi commenta in modo gratuitamente feroce “Se la ragazza non era gay mi sa che non è una problematica ne dell’autore ne di marino.” Come si può pensare che se un blogger parla di un fatto, automaticamente significa che non gli interessa parlare d’altro?

Un’altra lettrice scrive: “I delitti contro i gay fanno notizia, lo violenza su una donna , evidentemente, no.” Ma davvero siamo messi così male, in Italia? Davvero esistono ancora donne che pensano che le violenze sulle donne sono nascoste dalla stampa italiana? A me pare che, al contrario, la stampa italiana dia molto risalto a tutte le notizie che riguardano violenza sulle donne, come giusto che sia, per altro. Certamente c’è una quota significativa di violenze sommerse, nel senso che non vengono denunciate e quindi la stampa non ne parla. Ma lì il problema è a monte, non nella valle giornalistica.

Un terzo commentatore scrive: “i gay 21enni suicidi negli ultimi mesi sono stati due…e tutti gli altri suicidi non gay?” Ora, che il suicidio sia un fenomeno potenzialmente di tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale, è un’ovvietà. Ed è anche vero che il tasso dei suicidi in Italia stia aumentando a causa della crisi economica. Lo dicono i dati Eurispes. Gli stessi dati confermano che sia nello storico che nel solo dato del 2013, gli omosessuali si suicidano più degli eterosessuali, in rapporto al loro numero. E in ogni caso, in un post che cita una lettera di un attivista gay al sindaco di Roma, è parso di buon senso ricordare gli ultimi due casi di cronaca nera che hanno riguardato nella scorsa settimana, cittadini romani gay. Se la prima reazione è “e come mai non parli degli altri suicidi non gay”, c’è qualcosa che non va in chi commenta così.

Il tentare di sminuire, il chiedere di parlare d’altro quando si tratta di omofobia o di suicidi od omicidi gay, sono tutti piccoli esempi di omofobia. Sono segnali di insofferenza verso il fatto che si affronti questo tema in modo aperto ed esplicito. Meglio che dei suicidi e degli omicidi dei finocchi non si parli sulla stampa: ci sono cose più importanti di cui uno può e deve leggere. Ebbene, io non la penso così. E dico, candidamente, ai miei commentatori di farsi un esame di coscienza. Di domandarsi come mai un innocuo post su una lettera aperta al sindaco Marino, in cui si chiedeva null’altro che un discorso istituzionale di solidarietà verso i gay che hanno subito violenza, abbia scatenato commenti così poco empatici, poco civili e poco dignitosi.

Il mio scambio col servizio clienti Barilla

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Dopo le parole omofobe del signor Barilla, ho scritto questo al loro servizio clienti:

La mia famiglia, i miei amici e io NON acquisteremo più prodotti del gruppo Barilla (Barilla, Mulino Bianco, Pavesi, Voiello, Wasa). Ci ricorderemo sempre delle parole offensive di Guido Barilla a “La Zanzara”. Siete rimasti in un’epoca diversa da quella in cui siamo oggi. Come giornalista e opinionista, scriverò articoli contro la vostra politica omofobica.

Prof. Sciltian Gastaldi

Loro hanno risposto così:

On 2013-09-26, at 8:05 PM, Servizio consumatori Barilla <barilla@consumer-care.it> wrote:

Gentile Signor Gastaldi,

abbiamo ricevuto la e-mail che dimostra il suo interessamento riguardo le dichiarazioni del nostro Presidente Guido Barilla durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara” del 25 settembre.

Desideriamo risponderle con le sue stesse parole:

“Con riferimento alle dichiarazioni rese ieri alla Zanzara, mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche, o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone.
Per chiarezza desidero precisare:

Ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna.
Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto – e ribadisco – che rispetto i matrimoni tra gay.
Barilla nelle sue pubblicità rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque, e da sempre si identifica con la nostra marca.
Guido Barilla”

Cordiali saluti.
Servizio Consumatori Barilla G. & R. Fratelli
Via Mantova 166 | 43122 Parma | Italy

Io ho replicato alla seguente maniera:

Considerata la cornice sociale omofobica italiana in cui viviamo, direi che le scuse di Guido Barilla suonano ipocrite, tardive, strumentali e per i fessacchiotti.

Saluti,
SG