Sarà Romney contro Obama, vincerà Obama

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La vittoria a valanga del miliardario del Massachussettes, Mitt Romney, è solo l’inizio di una valanga di febbraio che potrebbe vedere il candidato moderato vincere tutti gli stati di questo mese appena apertosi. E se questo avverrà, le speranze di Gingrich di strappare la nomination all’uomo dell’establishment repubblicano saranno pressoché inesistenti.

Quindi, per me sarà Romney vs Obama, il prossimo novembre. E vincerà Obama, spero, visto che i dati sull’economia si sono rimessi discreatamente al bello, e di conseguenza il favore del presidente nero è tornato per la prima volta sopra il 50%.

Chi sceglierà Romney come vice-presidente? Sicuramente un candidato conservatore, ma a naso non sarà né Gingrich, né Santorum. Se dovessi dire un nome, direi “oops” Perry, dal Texas. Ma potrebbe essere un Jeb Bush dalla Florida, per fare una sorpresa ancora maggiore e darsi altre chance in più.

In ogni caso, secondo me Obama vincerà a mani basse. E secondo voi?

Le contraddizioni di Washington DC/1

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Questo post è stato pubblicato ieri su Il Fatto Quotidiano.

“Roma – La polizia municipale ha arrestato il sindaco Alemanno che protestava senza autorizzazione contro le scelte economiche del governo. Il sindaco è stato trattenuto in cella per 6 ore e poi rilasciato per una cauzione di 50 euro”. Questo potrebbe essere l’equivalente lancio d’agenzia italiano, se il fatto fosse successo a Roma. Invece è successo a Washington, Distretto di Columbia, il sindaco della capitale statunitense si chiama Vincent Gray, e la cauzione (per lui e altri sei consiglieri comunali) è ammontata a 50 dollari. Per il resto, è tutto uguale al mio lancio di fantasia.

L’episodio, indubbiamente inusuale, ha dato il destro alla peggior stampa italiana per chiedersi se gli USA siano ancora un Paese libero, o se non siano come la Cina. I colleghi del Giornale hanno perso l’usuale occasione per tacere, perché semmai l’arresto del sindaco di Washington da parte della sua stessa polizia è un archetipo del concetto (assai oscuro in chi vota per Berlusconi) “la legge è uguale per tutti”. Che tu sia l’ultimo dei cittadini o il primo, se organizzi con qualche decina di amici e militanti il blocco di una strada fondamentale senza autorizzazione, la polizia prima ti chiede di sgomberare, poi ti preleva di peso e ti arresta e tanti saluti a te, alla tua carica di sindaco, al numero delle tue ville di proprietà, e ai tuoi eventuali legami di parentela con ipotetiche nipoti di Mubarak.

Vincent Gray infatti, per protestare contro uno dei tanti “do ut des” a cui è stato costretto Obama dalla nuova coabitazione con il Congresso repubblicano, aveva marciato su Capitol Hill assieme a sei consiglieri municipali e qualche decina di suoi sostenitori, occupando Constitution Avenue, giusto davanti all’Hart Office Building del Senato. Il sindaco aveva dunque bloccato un’arteria fondamentale del centro città, per di più nel cuore della “zona rossa” più vigilata del mondo, essendo a due passi dalla Casa Bianca e dal Congresso degli USA. Il tutto come conseguenza della promessa che Obama aveva dovuto fare a John Boehner, presidente repubblicano della Camera, di tagliare il fondo per l’aborto di Washington in cambio della rinuncia alla riduzione dei fondi federali per la pianificazione famigliare.

In realtà la mossa del sindaco Gray va letta con gli occhiali di chi sa bene come creare un evento politico-mediatico. Il primo cittadino ha infatti sfruttato abilmente le sue sei ore di carcere comunicando col resto della rete via Twitter, e poi in una conferenza stampa molto seguita, ribadendo uno dei punti nodali della sua campagna politica: il problema della quasi inesistente autonomia della capitale statunitense. La città di Washington è ancora, parzialmente, l’unico caso statunitense di “taxation without representation” (tassazione senza rappresentanza politica) dal momento che sindaco e consiglieri comunali sono elettivi solo dal 1973, ma che diverse leggi del Comune – tra cui quella di Bilancio – devono essere approvate dal Congresso, o devono evitare il suo veto, per avere efficacia. A questo bisogna aggiungere che gli abitanti del Distretto di Columbia non hanno ancora la possibilità di eleggere i loro due senatori al Senato americano, come invece i cittadini di qualunque altra contea americana, e che dispongono solo di un osservatore non elettivo al Congresso, che però non ha potere di voto in Parlamento. Anche gli abitanti di Puerto Rico e Guam non hanno rappresentanza al Congresso americano, ma almeno non sono soggetti alla fiscalità federale. Il sindaco Gray riassume il tutto con il vecchio slogan che segnò l’epoca della guerra d’indipendenza dall’Inghilterra: “No taxation without representation”, e con queste sei ore in galera ha senza dubbio aggiunto un tassello fondamentale al suo canestro.


Obama conquista il sì dei Democratici antiabortisti alla sua riforma

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Solo pochi minuti fa l’onorevole democratico Bart Stupak, la Binetti del Democratic Party statunitense, ha annunciato il cambiamento del voto suo e della sua corrente di democratici anti-abortisti sul progetto di riforma della Sanità pubblica americana, tanto voluto da Obama. Nancy Pelosi e l’amministrazione Obama hanno dovuto, in cambio del sì, confermare che non ci saranno fondi federali per finanziare i programmi di sostegno all’aborto. Il cambiamento dell’on. Stupak e della sua corrente potrebbe essere un segno storico, in grado di far andare i favorevoli alla riforma sanitaria oltre il tetto di 216 congressisti richiesto per la sua approvazione.

Il Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, ha titolato il post del suo blog con un “Fatto”, ma nel post ha messo le mani avanti scrivendo:

OK, nothing is sure in this world. Intrade is still giving Obamacare a 2.2% chance of failing, and I suppose Bart Stupak might have a Bwahahaha moment on the House floor. But it looks as if health reform has been achieved.

Nancy Pelosi ha pronto con sè il martellone di legno usato dal suo predecessore del 1965, quando il Presidente della Camera sancì l’approvazione l’approvazione del progetto Medicare, la mutua per gli anziani. Speriamo che portarlo con sè non porti sfortuna al momento del voto…


Obama deve cominciare a raccontare storie

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Uno dei motivi per cui leggo di tanto in tanto il New Yorker, che sarebbe il tipo di rivista che Il Diario della settimana di Enrico Deaglio cercava di imitare, è che offre dei punti di vista favolosamente intellettuali e spesso originali e interessanti. Quindi siamo nel cuore di quella Sinistra liberal americana, un po’ elitaria e fiera di esserlo. Elitaria, ma non stupida. Ecco infatti che l’editoriale dello scrittore Junot Diaz, che sostiene l’importanza per Obama “di cominciare a raccontare storie” coincide sostanzialmente con l’editoriale politico di Konrad Yakabuski, del Globe and Mail, che suggeriva a Obama di scendere sul terreno del populismo per confrontarsi col populismo dei suoi avversari Repubblicani, se vuole portare a casa la Riforma sanitaria e se vuole non andare verso un bagno di sangue alle elezioni di mid-term.

Qui vi copio solo la parte più buffa dell’editoriale di Diaz:

It has always seemed to me that one of a President’s primary responsibilities is to be a storyteller. We all know the importance of narratives, of stories; they are part of the reasons our brains are so damn big. We need stories, we thrive on them, stories are how we shape our universe. Tolkien could have been talking about the power of stories when he described his One Ring: stories rule us, they find us, they bring us together, they bind us, and, yes, they can pull us apart as well. If a President is to have any success, if his policies are going to gain any kind of traction among the electorate, he first has to tell us a story.

All year I’ve been waiting for Obama to flex his narrative muscles, to tell the story of his presidency, of his Administration, to tell the story of where our country is going and why we should help deliver it there. A coherent, accessible, compelling story—one that is narrow enough to be held in our minds and hearts and that nevertheless is roomy enough for us, the audience, to weave our own predilections, dreams, fears, experiences into its fabric. It should necessarily be a story eight years in duration, a story that no matter what our personal politics are will excite us enough to go out and reëlect the teller just so we can be there for the story’s end. But from where I sit our President has not even told a bad story; he, in my opinion, has told no story at all.
Read more: http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2010/01/one-year-storyteller-in-chief.html#ixzz0dGQaEKBR

Ho scritto che i due editoriali “coincidono sostanzialmente” ma sottolineo l’avverbio: in inglese “raccontare storie” non ha la nuance negativa che ha in italiano. C’è maggiore rispetto per la narrativa, nella lingua di Shakespeare, quindi non è detto che Diaz voglia, come Yakabuski, un Obama più populista. Di certo Yakabuski vuole un Obama in grado di affabulare di più il suo pubblico, mettiamola così.

Due parole, infine, su Mr. Brown, il Repubblicano che ha vinto il seggio del Massachusettes. Considerando che in passato ha votato in favore della copertura sanitaria statale proposta dai Democratici, arriva a Washington un Repubblicano che più liberal non si potrebbe. Ciò nonostante, si è schierato in campagna elettorale contro la Riforma sanitaria di Obama puntando tutto sull’aumento di tasse federali che questa avrebbe comportato per i cittadini del suo Stato, senza che questi avrebbero beneficiato di un migliore diritto alla salute, dal momemnto che già avevano la copertura sanitaria statale. Sarà interessante vedere come voterà Mr. Brown nei prossimi anni di legislatura, quando sostanzialmente dovrà scegliere tra la voglia di confermare il suo seggio del Massachusettes, il che lo porterebbe a votare più spesso in favore di Obama che del Partito Repubblicano, oppure se voglia puntare a finire al governo di una prossima eventuale presidenza repubblicana. Non certo come presidente o vice-presidente: troppo inesperto, e il GOP ha già fatto con la Palin questo errore. Però potrebbe assicurarsi un ruolo di primo piano nel governo.

USA: Massachusettes ai Repubblicani, addio alla riforma sanitaria

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Era quasi impossibile riuscire a perdere il seggio senatoriale del Massachusettes, ma Martha Coakley c'è riuscita.

La sconfitta democratica in Massachusettes è uno di quei segnali politici che possono cambiare non solo l’andamento di una presidenza, ma addirittura l’andamento della Storia.

Il paragone su territorio italiano è semplice: è come se l’Emilia Romagna eleggesse un governatore del PDL. La sconfitta di poche ore fa è davvero un brutto segnale per la riforma sanitaria tanto voluta dai Democratici, che estenderebbe la copertura sanitaria pubblica non a tutti ma ad alcuni milioni di americani che oggi possono solo sperare di rimanere in salute. I Repubblicani, con questa vittoria a sorpresa dello sconosciuto signor Brown, raggiungono il 41° senatore al Congresso e potranno quindi ostacolare con l’ostruzionismo qualunque legge voluta dai Democratici. Ma soprattutto, perdere il Massachusettes significa che le elezioni di medio termine saranno per i Democrats un bagno di sangue, che ridarà la maggioranza del Congresso ai Repubblicani, trasformando la seconda parte del primo mandato di Obama in una presidenza ad anatra zoppa. A meno che Obama non decida di abbandonare la riforma sanitaria, ma questo appunto sarebbe un cambiare la Storia. Ed è quello che mi aspetto che succeda, oltretutto è un’analisi fatta da moltissimi altri blogger e giornalisti statunitensi.

Non c’è dubbio che l’elezione del senatore dello Stato più Blu d’America sia stato soprattutto un referendum sulla riforma sanitaria voluta da Obama e Hillary, ma una buona dose di responsabilità va data anche al Partito Democratico del Massachusettes, che ha scelto una candidata, Martha Coakley, “talmente elitaria da far apparire John Kerry come un populista con la bava alla bocca, al confronto”, come ha scritto acutamente il canadese Globe and Mail. Solo per citare un esempio, quando il Boston Globe le ha domandato se non riteneva di aver svolto una campagna troppo assente, lei ha risposto “Quale era l’alternativa? Passare i pomeriggi ai cancelli di Parco Fenley a cercare di stringer mani, fuori al freddo?”. Sì, insomma, proprio quello: e se ti fa schifo, puoi sempre fare altro nella vita, come di sicuro adesso la signora Coakley farà, essendo riuscita a perdere per 47 a 51% uno Stato che vede gli elettori democratici in una ratio di 2:1 rispetto ai repubblicani.

USA: Obama accelera abrogazione bando per turisti HIV+

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Obama firma l'estensione del Ryan White Program.

A partire dal 2010 (e non prima, come dice Repubblica) i sieropositivi potranno entrare liberamente negli Stati Uniti. Venerdì scorso, infatti, il Presidente Obama ha firmato il Ryan White Hiv/AIDS Extension Act che estende la legge firmata dal Presidente Bush lo scorso anno, che mira a togliere il bando verso i turisti sieropositivi. Questi provvedimenti sono a livello politico, ma a livello amministrativo il bando è tuttora valido, anche se chiaramente dimezzato dalla firma presidenziale e, per tanto, non è più fatto rispettare con la stessa solerzia di prima. Obama ha dichiarato: “Dobbiamo far finire lo stigma che circonda ancor oggi i sieropositivi; se vogliamo essere la nazione leader contro l’Hiv e l’Aids, occorre che ci comportiamo di conseguenza. La mia amministrazione – ha aggiunto Obama – pubblicherà lunedì prossimo l’ultimo regolamento, che sopprimerà il divieto d’ingresso e che avrà effetto subito dopo l’anno nuovo”.

Il Ryan White Program è un progetto che prevede la sanità pubblica e gratuita (compresi i costosissimi medicinali) per i cittadini statunitensi che sono sieropositivi e che non hanno i mezzi economici per curarsi. Il suo nome deriva da quello di una ragazza dell’Indiana di 13 anni che s’infettò nel 1985 tramite una trasfusione di sangue. Ryan White è morta a 18 anni nel 1990, anno in cui il programma ha cominciato a funzionare.

Il bando contro i turisti sieropositivi fu approvato dall’Amministrazione Reagan nel 1987, per volontà del Ministero della Salute. Lo stesso ministero provò a cancellarlo nel 1991, ma trovò l’opposizione del Congresso. A partire dal 1993, nessuna conferenza internazionale contro l’AIDS è stata tenuta su territorio statunitense proprio a causa di questo bando, che poneva gli USA sullo stesso livello di dittature come Cuba, Cina e altri stati autoritari. A oggi sono rimasti solo 11 stati che proibiscono l’entrata a visitatori sieropositivi, e sono: Armenia, Brunei, Iraq, Libia, Moldova, Oman, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Sud Corea e Sudan.