Obama deve cominciare a raccontare storie

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Uno dei motivi per cui leggo di tanto in tanto il New Yorker, che sarebbe il tipo di rivista che Il Diario della settimana di Enrico Deaglio cercava di imitare, è che offre dei punti di vista favolosamente intellettuali e spesso originali e interessanti. Quindi siamo nel cuore di quella Sinistra liberal americana, un po’ elitaria e fiera di esserlo. Elitaria, ma non stupida. Ecco infatti che l’editoriale dello scrittore Junot Diaz, che sostiene l’importanza per Obama “di cominciare a raccontare storie” coincide sostanzialmente con l’editoriale politico di Konrad Yakabuski, del Globe and Mail, che suggeriva a Obama di scendere sul terreno del populismo per confrontarsi col populismo dei suoi avversari Repubblicani, se vuole portare a casa la Riforma sanitaria e se vuole non andare verso un bagno di sangue alle elezioni di mid-term.

Qui vi copio solo la parte più buffa dell’editoriale di Diaz:

It has always seemed to me that one of a President’s primary responsibilities is to be a storyteller. We all know the importance of narratives, of stories; they are part of the reasons our brains are so damn big. We need stories, we thrive on them, stories are how we shape our universe. Tolkien could have been talking about the power of stories when he described his One Ring: stories rule us, they find us, they bring us together, they bind us, and, yes, they can pull us apart as well. If a President is to have any success, if his policies are going to gain any kind of traction among the electorate, he first has to tell us a story.

All year I’ve been waiting for Obama to flex his narrative muscles, to tell the story of his presidency, of his Administration, to tell the story of where our country is going and why we should help deliver it there. A coherent, accessible, compelling story—one that is narrow enough to be held in our minds and hearts and that nevertheless is roomy enough for us, the audience, to weave our own predilections, dreams, fears, experiences into its fabric. It should necessarily be a story eight years in duration, a story that no matter what our personal politics are will excite us enough to go out and reëlect the teller just so we can be there for the story’s end. But from where I sit our President has not even told a bad story; he, in my opinion, has told no story at all.
Read more: http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2010/01/one-year-storyteller-in-chief.html#ixzz0dGQaEKBR

Ho scritto che i due editoriali “coincidono sostanzialmente” ma sottolineo l’avverbio: in inglese “raccontare storie” non ha la nuance negativa che ha in italiano. C’è maggiore rispetto per la narrativa, nella lingua di Shakespeare, quindi non è detto che Diaz voglia, come Yakabuski, un Obama più populista. Di certo Yakabuski vuole un Obama in grado di affabulare di più il suo pubblico, mettiamola così.

Due parole, infine, su Mr. Brown, il Repubblicano che ha vinto il seggio del Massachusettes. Considerando che in passato ha votato in favore della copertura sanitaria statale proposta dai Democratici, arriva a Washington un Repubblicano che più liberal non si potrebbe. Ciò nonostante, si è schierato in campagna elettorale contro la Riforma sanitaria di Obama puntando tutto sull’aumento di tasse federali che questa avrebbe comportato per i cittadini del suo Stato, senza che questi avrebbero beneficiato di un migliore diritto alla salute, dal momemnto che già avevano la copertura sanitaria statale. Sarà interessante vedere come voterà Mr. Brown nei prossimi anni di legislatura, quando sostanzialmente dovrà scegliere tra la voglia di confermare il suo seggio del Massachusettes, il che lo porterebbe a votare più spesso in favore di Obama che del Partito Repubblicano, oppure se voglia puntare a finire al governo di una prossima eventuale presidenza repubblicana. Non certo come presidente o vice-presidente: troppo inesperto, e il GOP ha già fatto con la Palin questo errore. Però potrebbe assicurarsi un ruolo di primo piano nel governo.