La molla dell’insoddisfazione

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Ne parlavo pochi giorni fa con un amico iraniano-canadese. Quella maledetta e benedetta molla dell’insoddisfazione che molti di noi sentono dentro, fin da quando hanno 12 anni. Una molla che è un pregio fenomenale se la hai quando sei giovanissimo o giovane, perché è la cosa che ti spinge a essere curioso, mai soddisfatto di quello che hai. La cosa che ti spinge a sperimentare. A cambiare. A vedere che succede se cambi questo e quest’altro fattore. A provarci. Arrivi ai 20, ai 25 anni, e quella molla è davvero preziosa. E l’energia interiore che ti fa accettare dei rischi più o meno calcolati, in università, poi nel lavoro e anche nelle relazioni personali.

Passi i 30, i 35. La molla c’è ancora. Ti fa dire di no a offerte di lavoro che magari non sono il massimo, ma insomma, manco il minimo. Vai avanti, continui a cambiare. Magari, pur di non omologarti in qualcosa di non tanto eccitante, è l’energia che un giorno ti fa fare le valigie ed emigrare in un altro Paese. Tu e la tua molla, da soli. Arrivi nel posto nuovo, impari la cultura, perfezioni la lingua. Ti dai da fare. Ti migliori. Poi arrivi alla fine dei 30 anni, ti avvicini ai 40. La molla la senti ancora. E lì diventa un problema. Perché se continui a seguire tua molla, più che tua stella, finisce che mandi a pallino quello che hai costruito fino a quel punto. La molla, a 40 anni, ti suggerisce di ricominciare da capo. Un’altra carriera, magari. O un’altra vita, proprio. E allora, arrivato a quella soglia, ti chiedi: cosa fare? La molla dell’insoddisfazione dovrebbe atrofizzarsi, passata una certa età. Come la ghiandola del timo, presente? Ma se non si atrofizza, noi che si fa? La continuiamo a seguire?