Far finta di essere inglesi – di Marco Simoni

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Il post di Marco Simoni sulle elezioni inglesi – intesa come campagna elettorale – è uno dei suoi migliori e più gustosi di sempre. Sul punto dell’imprinting e delle paperelle mi sono pienamente ritrovato, e ho ripensato a quando il ragazzo sfigato dell’New Democratic Party canadese (anch’egli con la camicia a quadrettoni e la (s)barba: li clonano tutti in una stessa sezione di partito, a quelli dell’Internazionale socialista?) venne a bussare alla mia door per fare il suo bravo door-to-door. Non sapete la delusione negli occhi quando gli ho detto: voterei senza dubbio per l’NDP, ma sono cittadino italiano e nemmeno permanent resident qui!

Alle elezioni inglesi, se fossi connazionale della regina, voterei sempre Labour. Forse quest’anno potrei votare LibDem, dipenderebbe da come sarebbe la situazione del mio collegio.

Sui tre moschettieri del PD

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de_tre_musketererFinalmente Odisseo, alias l’amico Marco Simoni, s’è svegliato dal suo colpevolissimo letargo e ha partorito un post. Il post di Marco è una bella riflessione di quelle a tutto campo, scritta forse anche con l’occhio lungo di pararsi un po’ il culo in ogni caso per qualunque domani, ma ciò non toglie che sia ben scritto, dica cose intelligenti e condivisibili e che abbia stimolato il sottoscritto a produrre un’altra riflessione che ho postato da lui in forma di commento e che qui gli diamo la risma di post autonomo.

Beccatevillo.

Marino avrebbe forse dovuto presentarsi come “ago della bilancia”? Non lo so e me lo chiedo anche io, ma così su due piedi (e due mani) mi dico che un politico che si candidasse non alla vittoria bensì a diventare l’ago della bilancia, non incontrerebbe il favore delle masse e forse nemmeno quello delle élite.

Io voto Marino per via di quel che dice. E per via della sua storia personale. Al di là del fatto che il chirurgo che per primo ha sostenuto e poi ha fatto un trapianto d’organo su un paziente sieropositivo per me ha un pedigree personale che la dice lunga sul suo grado di inclusione e di filosofia e morale personale, va detto che sono d’accordo sul 99% del suo programma. Sarà un caso? Secondo me non lo è: avesse detto ciò che dice la Binetti, non l’avrei mica votato.

Bersani mi pare il candidato della sicurezza. Emiliano, ma quasi lombardo, è tutto orientato a cercare di riconquistare qualcosa del voto che fu comunista e democristiano nel Nord Italia. Non penso possa interpretare il Sud Italia, ma del resto nessuno dei tre candidati può farlo, e questo è uno dei drammi evidenti del PD, che si avvia a essere una sorta di Lega del Centro Italia fino al Po.

Bersani è uomo di governo e di competenze non solo economiche diffuse. E’ uomo inclusivo e di esperienza ed è dunque, dei tre, il più indicato a fare bene il mestiere di segretario. Paga un prezzo: quello di essere troppo umile e troppo low profile, in un momento in cui, invece, occorre proprio che il segretario faccia il contrario. Cosa che, è chiaro, lo staff di Franceschini ha compreso e che Franceschini fa bene. Se li osservi, Franceschini pare abbia 25 anni, come grinta, a fronte dei quasi 60 di Bersani e dei 40 di Marino (sono anni non anagrafici, lo ripeto). Bersani paga anche il prezzo di essere l’uomo di D’Alema, ma va detto che Bersa è sufficiente intelligente e preparato per saper disarcionare il cow boy di lungo corso, in caso questi voglia portare il toro nella direzione sbagliata.

Franceschini, dei tre, è quello che non voterei mai. Non perché lui sia personaggio negativo, ma per via della gente che si porta dietro e delle idee che porta avanti. Una persona che, nel 2009, definisce i Dico come una legge avanzata e dice che è contrario all’adozione alle coppie dello stesso sesso, può fare molte cose in politica, tranne il segretario del principale partito progressista del Paese.

Non voglio essere monotematico, ma nell’Italia di oggi è sui diritti civili e sul rispetto della Costituzione che si va a misurare il grado di statismo che ogni esponente politico è capace di produrre.