Tutto quello che avete sempre desiderato sapere sull’opera di Marco Mancassola e che non avete mai avuto il coraggio di chiedere

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mancassolaItalica, la prestigiosa rivista accademica della AATI, ha pubblicato il mio articolo sull’opera di Marco Mancassola dopo nemmeno 5 anni di attesa. Per chi di voi è sopravvissuto a fatica senza poter leggere questo articolo, da oggi, mai più senza.

Dentro il rizoma, oltre il rizoma

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Devo dire che purtroppo Marco ha ragione. Mi piacerebbe molto pensare che anche nel mondo shakerato e puntiforme di oggi un Pier Vittorio Tondelli sarebbe in grado di unire i puntini suoi e della sua tribù, ma credo proprio che sia diventato non possibile.

Siamo finiti in un’epoca rizomatica molto più di quanto prevedevano Deleuze e Guattari, un’epoca in cui il gusto si è di fatto individualizzato in modo estremo e sono ormai moltissimi – probabilmente troppi – i giovani che si sono trasformati da consumatori in produttori culturali, grazie a un video caricato su Youtube o uno scritto pubblicato sul proprio blog. Se da un lato vedo gli aspetti positivi di questa miriade di esplosioni culturali, dall’altro mi pare evidente che non è possibile antologizzare nulla, perché qualunque tentativo sarebbe sicuramente parzialissimo e incompleto a un livello fastidioso. Se già Un weekend postmoderno era un libro non-libro chiaramente esploso, scrivere Un weekend metamoderno sarebbe un’azione sterile.

Alla fine cosa resterà di tutta questa messe? Che vita avranno, per dire, i miliardi di post, alcuni senza dubbio di profondo valore, che si affastellano nelle centinaia di milioni di blog di tutta la rete?

Gli amici del deserto, una recensione

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C’è tanta letteratura americana nell’ultimo romanzo di Marco Mancassola, Gli amici del deserto (Feltrinelli, 2013, 14 euro, 147 pp.) e tanta letteratura psichedelica e di viaggio. Il Kerouac di On the Road, naturalmente, ma soprattutto di Big Sur, che sono anche i titoli dei primi due capitoli di questo libro, ma anche autori meno noti, dal Kim Nunn di Surf City, all’Antonin Artaud de Les Tarahumaras e perfino una rivisitazione in chiave di ben più profonda qualità letteraria e introspezione psicologica del primo e miglior romanzo di Andrea De Carlo, Treno di panna.

Il mito del viaggio e della frontiera, assieme con i labirinti della psiche umana, sono i motori di questo romanzo breve. La frontiera è quella classica: il Big Sur, quella porzione frastagliata della costa californiana che ha ispirato alcune delle penne e dei registi più nomadi della letteratura e del cinema a stelle e strisce e non solo. Lì, fra Monterey e la contea di San Luis Obispo, dove la strada costeggia l’oceano, con i tornanti che regalano panorami da dipingere a ogni curva. Mancassola fa partire da questo sperone occidentale, già di per sé meta di viaggio per noi italiani, un itinerario nell’itinerario, e la cosa vale sia in senso figurato che letterale: attraverso il deserto californiano fino all’Arizona, alla ricerca di Anselmo, guaritore sciamanico. Ma naturalmente anche alla ricerca del sé perduto, del proprio senso, di una pace interiore che sembra ormai andata via per sempre.

Schema classico: un protagonista e un deuteragonista, più alcune valide figure di sfondo. Del protagonista conosciamo solo l’età, 33 anni, ma non ne sappiamo nemmeno il nome, quasi a confermare una sua disperata ricerca di anonimato e di pausa filosofica di riflessione. Lui, che è anche il narratore in prima persona del romanzo, si è rifugiato in un convento di monaci in California, cercando di dimenticare il fallimento della sua relazione con Kareen, 13 anni insieme, interrotti da una crisi mentale della donna che l’uomo non è stato in grado di gestire. ‟Qual è il tuo vero cruccio? Prova a dirmelo in una sola frase” chiede Brother Lucius al  narratore, che non ha difficoltà a rispondere sinceramente: Non sono riuscito ad amare una donna. Una donna che dopo la separazione dal nostro fragile eroe è invece riuscita a ricostruirsi un’esistenza, sposandosi e rimanendo incinta. Il senso di colpa per la propria incapacità e il sentimento dell’occasione perduta sono le zavorre emotive che àncorano il narratore nella sua stasi californiana.

Da questa stasi verrà a smuoverlo Danilo Scotti, il suo miglior amico, ma altra persona fragile se non fragilissima: commediante che non ha sfondato, è affetto da disturbo bipolare e dipende da vari psicofarmaci che hanno la proprietà di portare artificialmente il suo umore su e giù, come un bambino sull’ottovolante. Danilo vuole che il suo amico venga con sé a cercare nel deserto uno sciamano, o per meglio dire un guaritore naturale, di cui si sa solo che risponde al nome di Anselmo. E’ un’impresa da pazzi, per l’appunto, nella quale il narratore si fa coinvolgere a malincuore, se non altro per evitare un nuovo senso di colpa nei confronti di un’altra persona amata.

Mancassola ci propone dunque una trama alquanto banale: il viaggio alla ricerca di sé, l’avventura nel deserto che è metafora sin troppo telefonata, la scoperta che il traguardo del viaggio è, in realtà il viaggio stesso e tutte le persone che si incontrano intanto che si va. Lo scrittore non ci risparmia nemmeno – all’alba del 2013 – il viaggio a base di peyote nel bel mezzo del deserto, abusatissimo topos letterario della letteratura psichedelica, né l’epilogo parzialmente drammatico di cui non svelo i dettagli.

E tuttavia, anche di fronte a questa franca mancanza di originalità della trama, l’autore riesce col suo stile pulito e intenso a fare letteratura. Ecco che tutti i suoi personaggi, anche quelli minori, vibrano in poche righe. Il lettore li vede ed entra in empatia di vario grado con loro. In appena 147 pagine si fa in tempo ad affezionarsi a tutti i personaggi di Mancassola e si viene coinvolti nel loro improbabile viaggio, si parteggia, si percepiscono i dubbi del narratore, le paure del suo amico, il sentimento della perdita per ciò che non è potuto essere e anche il sentimento della speranza per ciò che, forse, potrà essere ora.

Pubblicata anche su Il Fatto Quotidiano.

I fantasmi di Marco Mancassola

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Cos’è l’impegno in letteratura? A questa domanda hanno provato a dare una risposta alcune delle penne più brillanti del Novecento italiano. A me rimane cara una delle definizioni date da Italo Calvino:  “La letteratura è come un orecchio e può ascoltare al di là di quel linguaggio che la politica intende.” E’ proprio quel che fa Non saremo confusi per sempre (Einaudi, 2011, 140 pagine, 16 euro) la nuova raccolta di racconti di Marco Mancassola, scrittore vicentino di 38 anni, età che in Italia viene oggi considerata “giovane”, ma nel resto del mondo è pur sempre “mezzo del cammin”

Tre anni fa Mancassola ci aveva ammaliato con l’ottimo romanzo La vita erotica dei superuomini (Rizzoli, 576 pagine, 21,50 euro), in cui ci aveva presentato i suoi supereroi malati di malinconia, sesso e acciacchi, in un blues postmoderno che faceva i conti con la caduta delle Torri Gemelle di New York e con i diversi modi di gestire il senso della perdita.

Quest’anno lo scrittore vicentino propone un viaggio al centro della terra italiana e delle sue carni. Cinque tragiche e famose storie di cronaca nazionale: 1978, Isola di Cavallo: un diciannovenne è colpito in mezzo al mare dallo sparo di un fucile savoiardo. 1981, Vermicino: un bimbo cade in un pozzo artesiano. 1992, Lecco: inizia il coma irreversibile di Eluana; 1996, San Giuseppe Jato: un picciriddu di 11 anni viene sciolto nell’acido dalla mafia per vendicarsi contro suo padre, pentito; 2005, Ferrara: un diciottenne muore per le percosse ricevute da un manipolo di poliziotti che gli spezzano addosso i loro manganelli.

Cinque storie di cui basta ricordare il nome geografico per collegare i punti mancanti. Cinque storie di cui ci ricordiamo fin troppo bene tutti. Una dimostrazione del potere della scrittura, di cosa succede quando la Letteratura si china sulle ginocchia e porge l’orecchio a delle semplici storie di cronaca italiana. Mancassola non ha bisogno di fare nomi di persona: anzi, si cura di ometterli, tranne nel caso dell’ultimo racconto, dove c’è un “Federico” che però appare in citazione altrui.

I fatti di cronaca nera da cui l’autore prende spunto per evadere nel campo della finzione narrativa hanno marchiato in modo così profondo le carni di questo povero Belpaese che ogni lettore sa identificare nomi, circostanze, eventi, memorie, fatti. Ed è bravo Mancassola a prenderti delicatamente per mano e portarti all’interno di questo viaggio nelle pieghe sensibili di queste vite giovani spezzate, di questi fatti che hanno in comune, tutti, l’incontro con la morte, il sapore di ferro della perdita di chi amiamo e l’emergere dei nostri fantasmi, veri o metaforici, in un’ultima partita a scacchi in cui, alla fine, vince solo la Letteratura.

Lettura consigliata, **** su 5. Ma vivamente sconsigliata a chi ha apprezzato il non-libro di Veltroni, che affronta lo stesso tema di Vermicino. Potere degli anniversari tondi tondi e del marketing editoriale. Veltroni, tragicamente, non è stato nemmeno l’unico a essere uscito con un libro su Alfredino Rampi nel 2011.