Che libro mi (s)consigli?

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Il Poeta dice: “Ai posteri l’ardua sentenza”. E allora beccatevi questa postera, a cui mando un mucchietto di baci:

Adesso capisco il perché di quella impennata di vendite di “Angeli” accaduta lo scorso aprile!

La copertina del mio settimo libro

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cover_anelli3webBene, alla fine lo sfondo celeste è quello che convince la maggioranza dei partecipanti al sondaggio, l’editore e me stesso. Quindi Anelli di fumo avrà questa bella copertina con lo sfondo celeste. Grazie a tutti per aver partecipato!

Vi ricordo ancora la trama:

Nell’Italia degli anni della Lunga Crisi, tra Roma e Milano, un gruppo di trentacinquenni cerca uno spazio e un senso in una società che troppo spesso li sputa fuori come anelli di fumo: belli e curati ma destinati a dissolversi in fretta. I nostri nove antieroi, sia etero che gay, si raccontano prima individualmente, poi collettivamente, nel cuore della “fumeria”: la casa della festa d’addio di Ivan e Valentina. Qui le storie di tutti si fondono in un racconto generazionale che parla ai cervelli e agli stomaci in fuga da un’Italia sempre più Paese per vecchi. E nel finale il romanzo sociale si tinge di noir: alla festa, un regalo speciale metterà in crisi gli amici e imprimerà una svolta inaspettata…

La letteratura, l’amore, le lacrime nel terzo romanzo di Cristiana Alicata

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Altra bella copertina e progetto grafico di Maurizio Ceccato, che però a 'sto giro sbaglia la costina: titolo pressoché illeggibile, che si mimetizza nella libreria.

Altra bella copertina e progetto grafico di Maurizio Ceccato, che però a ‘sto giro sbaglia la costina: titolo pressoché illeggibile, che si mimetizza nella libreria.

Se ve lo siete perso sul blog de Il Fatto Quotidiano (dove commenta anche un campione di profondi bisognosi di terapia) ecco a voi la mia nuova recensione a un bel romanzo uscito da poco.

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A cosa serve la Letteratura? Mi viene alla mente una risposta famosa di Sartre: “Il mondo può benissimo fare a meno della letteratura. Ma ancora di più può fare a meno dell’Uomo.” Io volo più basso di Sartre, e ho bisogno di molte più parole.

“Tu rimpiangi di non aver vissuto in tempo di guerra.” Davanti al mio silenzio avevi aggiunto una cosa lapidaria: “Avresti voluto vivere in un tempo in cui non si può scegliere e c’è una sola cosa da fare. E non riesci a dare ascolto alla banalità della vita. Non posso raccontarti cosa ho visto al bar questa mattina perché non lo consideri importante. Magari per me lo era, ma a te sembra che non te ne freghi nulla. – “Sono il salvadanaio dei tuoi pensieri”, ti avevo detto. “Tu non lo sai, ma io li conservo tutti. Qui”. E avevo indicato la fronta e tu avevi scosso la testa e sorriso vittoriosa. – “E’ il luogo sbagliato, infatti”, avevi detto […]. (p. 148).

Questo è uno dei passi che ho trovato più toccanti del nuovo romanzo di Cristiana Alicata, Ho dormito con te tutta la notte (Hacca Edizioni, 2014, 14 euro per 204 pagine). Come recensore, fa piacere, ogni tanto, poter dire “l’avevo detto io”: quando, tre anni fa, avevo segnalato ai lettori l’alba di una scrittrice per il romanzo Verrai a trovarmi d’inverno, non mi ero sbagliato.

In questo nuovo lavoro – il terzo romanzo di Alicata – l’autrice sceglie la strada della letteratura introspettiva e crepuscolare. E’ la storia di una famiglia. Una famiglia che, al pari di tutte le famiglie che conosco, ha al suo interno problemi. Di comunicazione, di malattia, di infelicità, di incomprensione. Ma allo stesso tempo, al pari di tutte le famiglie che conosco, custodisce dentro di sé anche formidabili risorse: d’amore, di ricerca della propria felicità, di rispetto reciproco, d’altruismo. Il romanzo è raccontato in prima persona da una protagonista di cui non sapremo mai il nome. E’ una bambina nata alla metà degli anni Settanta, che racconta il suo percorso di formazione attraverso poche ma capitali figure: due amiche del cuore, i genitori, un nonno. Le amiche, Lucia e Sabrina, incrociano e incidono la sua esistenza e fanno un po’ da contraltare fantastico e sentimentale, quasi un’Alice attraverso lo specchio, alla realtà della famiglia. La famiglia, entità che nella cultura italiana è una monade da cui spesso tutto parte e in cui spesso tutto finisce, è composta da un fratello minore, una madre schizofrenica e un padre che tenta di tenere incollati i pezzi di un focolare spezzato dalla malattia.

La protagonista di Ho dormito con te tutta la notte decide a un certo punto di salpare da quel porto infetto che è la sua famiglia. E si mette a cercare, in un’odissea dei sentimenti e della psiche. Cosa cerca? Cerca la propria capacità d’amare. Di fermarsi in un punto. Di apprezzare il panorama. Di percepire e apprezzare l’odore: “Mi ha sempre stupito l’odore che hanno le famiglie. E’ l’odore della convivenza che le case trattengono, anche dopo la diaspora, lo restituiscono agli estranei in visita, lo conservano per chi torna. La casa dei tuoi possedeva quell’odore, per esempio. Un odore che mischia la polvere dei modellini di aeroplani di tuo padre e i suoi manifesti dell’URSS, al modo di cucinare di tua madre e ai suoi libri di letteratura inglese. Tu te lo porti addosso.” (p. 173) Cerca la possibilità di voltarsi verso il volto della donna amata e di sentirsi ordinare, in un imperativo d’amore: “Fermati. Fermati qui.

Fra gli elementi che si apprezzano di più di questo romanzo importante, c’è che il contesto saffico è raccontato con naturalezza, senza clamore. Alicata racconta un pezzetto di cosa può essere l’amore. Senza aggettivi, senza scandali. Niente di più naturale.

C’è una teoria un po’ bacchettona della critica letteraria e cinematografica che sostiene che il critico, per poter dare un giudizio obiettivo, deve restare del tutto distaccato dall’opera che recensisce. Non ho mai pensato che quella teoria avesse un gran valore. Ora, dopo essere arrivato alle lacrime all’ultima pagina di Ho dormito con te tutta la notte, sono sicuro di due cose: Cristiana Alicata è una grande scrittrice del nostro tempo. E io ho bisogno di compiere delle scelte. Ecco a cosa può servire la letteratura.

Un’importante recensione di “Angeli da un’ala soltanto”

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JFMastinu ha letto Angeli da un’ala soltanto, e sembra gli sia piaciuto.

Fra l’altro, si legge una conclusione che – se verrà riconosciuta come ragionevole dai futuri critici della letteratura – avrà dato un senso alla mia vita di autore:

Considerazioni finali: Tralasciando le peculiari vicende che questo romanzo ha attraversato e che ce lo restituisce, oggi, alla memoria dei lettori nella forma e nell’edizione che adesso conosciamo, non si può comunque dimenticare che l’esordio di Sciltian Gastaldi con “Angeli da un’ala soltanto” ha contribuito, in modo apprezzabile, ad aprire nuovi orizzonti nel raccontare/raccontarsi in termini LGBT sul versante delle storie moderne. Molti giovani allora, nell’oramai lontano 2004, hanno avuto modo di rispecchiarsi nell’estrema normalità di Francesco ed Emanuele imparando a viversi e ad accettarsi con meno paura dell’ambiente circostante. Ma il merito di questo libro, come degli altri dell’epoca immediatamente precedente, è di sicuro quello di far uscire l’omosessualità da torbidi binari delle relazioni licenziose sbattendo in faccia ai più storie di estrema normalità, appetibili e alla portata di tutti, con l’unica criticità della società attorno ai protagonisti, non pronta allora (e ahimè ancora adesso) a far esprimere i sentimenti senza che questi siano oggetto di giudizi di valore da chi non accetta che due ragazzi come Lele e Chicco possano amarsi e desiderare di farlo per il resto della loro vita. Angeli da un’ala soltanto è un regalo per chi lo legge, che fa versare qualche lacrima sui propri ricordi, o su come il lettore avrebbe voluto che fossero. Un libro denso e avvolgente, dedicato a chi non vuole dimenticare e a chi ha bisogno di rispecchiarsi nel proprio passato per guardare al futuro con fiducia, e semplicità.

Gli amici del deserto, una recensione

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C’è tanta letteratura americana nell’ultimo romanzo di Marco Mancassola, Gli amici del deserto (Feltrinelli, 2013, 14 euro, 147 pp.) e tanta letteratura psichedelica e di viaggio. Il Kerouac di On the Road, naturalmente, ma soprattutto di Big Sur, che sono anche i titoli dei primi due capitoli di questo libro, ma anche autori meno noti, dal Kim Nunn di Surf City, all’Antonin Artaud de Les Tarahumaras e perfino una rivisitazione in chiave di ben più profonda qualità letteraria e introspezione psicologica del primo e miglior romanzo di Andrea De Carlo, Treno di panna.

Il mito del viaggio e della frontiera, assieme con i labirinti della psiche umana, sono i motori di questo romanzo breve. La frontiera è quella classica: il Big Sur, quella porzione frastagliata della costa californiana che ha ispirato alcune delle penne e dei registi più nomadi della letteratura e del cinema a stelle e strisce e non solo. Lì, fra Monterey e la contea di San Luis Obispo, dove la strada costeggia l’oceano, con i tornanti che regalano panorami da dipingere a ogni curva. Mancassola fa partire da questo sperone occidentale, già di per sé meta di viaggio per noi italiani, un itinerario nell’itinerario, e la cosa vale sia in senso figurato che letterale: attraverso il deserto californiano fino all’Arizona, alla ricerca di Anselmo, guaritore sciamanico. Ma naturalmente anche alla ricerca del sé perduto, del proprio senso, di una pace interiore che sembra ormai andata via per sempre.

Schema classico: un protagonista e un deuteragonista, più alcune valide figure di sfondo. Del protagonista conosciamo solo l’età, 33 anni, ma non ne sappiamo nemmeno il nome, quasi a confermare una sua disperata ricerca di anonimato e di pausa filosofica di riflessione. Lui, che è anche il narratore in prima persona del romanzo, si è rifugiato in un convento di monaci in California, cercando di dimenticare il fallimento della sua relazione con Kareen, 13 anni insieme, interrotti da una crisi mentale della donna che l’uomo non è stato in grado di gestire. ‟Qual è il tuo vero cruccio? Prova a dirmelo in una sola frase” chiede Brother Lucius al  narratore, che non ha difficoltà a rispondere sinceramente: Non sono riuscito ad amare una donna. Una donna che dopo la separazione dal nostro fragile eroe è invece riuscita a ricostruirsi un’esistenza, sposandosi e rimanendo incinta. Il senso di colpa per la propria incapacità e il sentimento dell’occasione perduta sono le zavorre emotive che àncorano il narratore nella sua stasi californiana.

Da questa stasi verrà a smuoverlo Danilo Scotti, il suo miglior amico, ma altra persona fragile se non fragilissima: commediante che non ha sfondato, è affetto da disturbo bipolare e dipende da vari psicofarmaci che hanno la proprietà di portare artificialmente il suo umore su e giù, come un bambino sull’ottovolante. Danilo vuole che il suo amico venga con sé a cercare nel deserto uno sciamano, o per meglio dire un guaritore naturale, di cui si sa solo che risponde al nome di Anselmo. E’ un’impresa da pazzi, per l’appunto, nella quale il narratore si fa coinvolgere a malincuore, se non altro per evitare un nuovo senso di colpa nei confronti di un’altra persona amata.

Mancassola ci propone dunque una trama alquanto banale: il viaggio alla ricerca di sé, l’avventura nel deserto che è metafora sin troppo telefonata, la scoperta che il traguardo del viaggio è, in realtà il viaggio stesso e tutte le persone che si incontrano intanto che si va. Lo scrittore non ci risparmia nemmeno – all’alba del 2013 – il viaggio a base di peyote nel bel mezzo del deserto, abusatissimo topos letterario della letteratura psichedelica, né l’epilogo parzialmente drammatico di cui non svelo i dettagli.

E tuttavia, anche di fronte a questa franca mancanza di originalità della trama, l’autore riesce col suo stile pulito e intenso a fare letteratura. Ecco che tutti i suoi personaggi, anche quelli minori, vibrano in poche righe. Il lettore li vede ed entra in empatia di vario grado con loro. In appena 147 pagine si fa in tempo ad affezionarsi a tutti i personaggi di Mancassola e si viene coinvolti nel loro improbabile viaggio, si parteggia, si percepiscono i dubbi del narratore, le paure del suo amico, il sentimento della perdita per ciò che non è potuto essere e anche il sentimento della speranza per ciò che, forse, potrà essere ora.

Pubblicata anche su Il Fatto Quotidiano.

I fantasmi di Marco Mancassola

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Cos’è l’impegno in letteratura? A questa domanda hanno provato a dare una risposta alcune delle penne più brillanti del Novecento italiano. A me rimane cara una delle definizioni date da Italo Calvino:  “La letteratura è come un orecchio e può ascoltare al di là di quel linguaggio che la politica intende.” E’ proprio quel che fa Non saremo confusi per sempre (Einaudi, 2011, 140 pagine, 16 euro) la nuova raccolta di racconti di Marco Mancassola, scrittore vicentino di 38 anni, età che in Italia viene oggi considerata “giovane”, ma nel resto del mondo è pur sempre “mezzo del cammin”

Tre anni fa Mancassola ci aveva ammaliato con l’ottimo romanzo La vita erotica dei superuomini (Rizzoli, 576 pagine, 21,50 euro), in cui ci aveva presentato i suoi supereroi malati di malinconia, sesso e acciacchi, in un blues postmoderno che faceva i conti con la caduta delle Torri Gemelle di New York e con i diversi modi di gestire il senso della perdita.

Quest’anno lo scrittore vicentino propone un viaggio al centro della terra italiana e delle sue carni. Cinque tragiche e famose storie di cronaca nazionale: 1978, Isola di Cavallo: un diciannovenne è colpito in mezzo al mare dallo sparo di un fucile savoiardo. 1981, Vermicino: un bimbo cade in un pozzo artesiano. 1992, Lecco: inizia il coma irreversibile di Eluana; 1996, San Giuseppe Jato: un picciriddu di 11 anni viene sciolto nell’acido dalla mafia per vendicarsi contro suo padre, pentito; 2005, Ferrara: un diciottenne muore per le percosse ricevute da un manipolo di poliziotti che gli spezzano addosso i loro manganelli.

Cinque storie di cui basta ricordare il nome geografico per collegare i punti mancanti. Cinque storie di cui ci ricordiamo fin troppo bene tutti. Una dimostrazione del potere della scrittura, di cosa succede quando la Letteratura si china sulle ginocchia e porge l’orecchio a delle semplici storie di cronaca italiana. Mancassola non ha bisogno di fare nomi di persona: anzi, si cura di ometterli, tranne nel caso dell’ultimo racconto, dove c’è un “Federico” che però appare in citazione altrui.

I fatti di cronaca nera da cui l’autore prende spunto per evadere nel campo della finzione narrativa hanno marchiato in modo così profondo le carni di questo povero Belpaese che ogni lettore sa identificare nomi, circostanze, eventi, memorie, fatti. Ed è bravo Mancassola a prenderti delicatamente per mano e portarti all’interno di questo viaggio nelle pieghe sensibili di queste vite giovani spezzate, di questi fatti che hanno in comune, tutti, l’incontro con la morte, il sapore di ferro della perdita di chi amiamo e l’emergere dei nostri fantasmi, veri o metaforici, in un’ultima partita a scacchi in cui, alla fine, vince solo la Letteratura.

Lettura consigliata, **** su 5. Ma vivamente sconsigliata a chi ha apprezzato il non-libro di Veltroni, che affronta lo stesso tema di Vermicino. Potere degli anniversari tondi tondi e del marketing editoriale. Veltroni, tragicamente, non è stato nemmeno l’unico a essere uscito con un libro su Alfredino Rampi nel 2011.