One-winged Angels, the excerpt published by The Chicago Quarterly Review

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CQR #20, The Italian Issue–cover illustration by Rossana Campo

CQR #20, The Italian Issue–cover illustration by Rossana Campo

It’s an interesting and intelligent selection the one proposed by The Chicago Quarterly Review for their special issue on Contemporary Italian Literature and Poetry, guest edited by Michela Martini. Together with famous and established names such as Edoardo Sanguineti, Aldo Palazzeschi, Rossana Campo, and Emanuele Trevi, also less known and yet popular names, such as mine, in this stunning collection of poetry and prose translations of contemporary Italian literature.

Thus, in The Italian Issue (volume 20 of 2015) of The Chicago Quarterly Review, beautifully appear also the first two chapters of my award-winning novel One-winged Angels, translated in English by Silvana Mastrolia and myself. The original Italian version–which can be bought online here if you live abroad of Italy, or here if you live in the Belpaese–has sold so far 7,700 copies and has been praised by readers and critique alike. Now I am just waiting for the right American publisher to knock at my door.

An excerpt of the CQR excerpt is downloadble from here. Enjoy!

NEMLA 2014

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E così anche quest’anno sono stato alla conferenza della NEMLA, accompagnato stavolta dalla compagnia di viaggio. Città piccola, questa volta: Harrisburg, Pennsylvania, ma non del tutto anonima, visto che fu anche la capitale degli USA nel 1812, quando i canadesi bruciarono la Casa Bianca, per intenderci. Città bruttina, ma è vero che l’abbiamo visitata poco e male, presi come siamo stati dalle sessioni della conferenza. Si sono rivisti un po’ di vecchi amici, se ne sono incontrati di nuovi, si è sopportato il barone nepotista di turno – inopinatamente invitato a parlare della sua rivista che impiega anche 5 anni a pubblicare gli articoli approvati – venuto a leggere un contributo al tempo stesso troppo lungo e troppo privo di sostanza. Bellissima la reazione della plenaria: al termine della sua ora e mezza di inutile lettura infarcita di banalità e ripetizioni, è stato accolto da un silenzio di quelli che fanno più rumore di una contestazione a suon di uova marce. Non una mezza domanda, nonostante il chair della plenaria insistesse per trovare almeno un quesito dal pubblico.

Come capita spesso, sono state le occasioni conviviali quelle che mi hanno fatto riflettere di più. Con considerazioni, riflessioni, il peso di scelte fatte da altri, che presto saranno inevitabili anche per me, e che tuttavia non possono lasciare indifferenti. O almeno non lasciano indifferente me. Situazione strana, il vivere a 40 anni stando ancora sulla soglia, con un piede qui e uno lì, e sapere che il momento di dover scegliere qualcosa di radicale si sta avvicinando a grandi passi.

Per ora si rimanda il giorno della scelta. Ma si sente il profumo – o la puzza – di uno di quei bivi esistenziali che metà basta.

Tondelli e il camp: la caserma frocialista di Pao Pao

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Sia giubilo in tutto il regno e anche in diverse repubbliche, come dice un amico mai stato tanto magro. E’ uscito il mio articolo accademico sull’uso della strategia camp nel romanzo di Tondelli Pao Pao, per la prestigiosa rivista canadese Quaderni d’italianistica. Per leggerne un estratto, potete cliccare qui.

Approfitto per lanciare un sondaggio: quanti di voi hanno letto Pao Pao? E vi è piaciuto o no?

Università nord americana: ogni pro ha un contro

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Insomma, dopo 7 anni di insegnamento nelle università nord americane penso di essermi fatto un’idea abbastanza precisa di come funzionano alcuni meccanismi. Senza dubbio c’è una maggiore meritocrazia generale, rispetto all’Italia. Ma questo non significa certo che in USA o in Canada vengano assunti sempre e solo i più meritevoli: i piccoli nepotismi, le clientele politiche, le scelte da piccoli uomini, che poi si rivelano spesso se non sempre dei formidabili boomerang sul piano della fama internazionale, della capacità di ricerca scientifica e di attrazione di studenti brillanti del dato dipartimento che assume non i migliori, esistono ovunque.

Ok, non con la stessa intensità con cui esistono in Italia, ma esistono. Restringendo il discorso ai dipartimenti di Italianistica, che di solito in Nord America si chiamano di “Italian Studies”, è purtroppo vero che in alcuni di essi si è teso a ricreare una little Italy anche per quanto riguarda raccomandazioni sporche, omertà e quelle famose “conventicole” parassitarie di cui ci parlava uno dei protagonisti del bel film Caterina va in città.

Cosa sono le raccomandazioni sporche? Beh il sistema anglosassone funziona, di norma, per raccomandazioni pulite, alla luce del sole: i professori che hanno lavorato con te – non importa se tu eri solo un dottorando o già un ricercatore – sono chiamati quasi sempre a esprimere il loro sostegno a una tua candidatura di lavoro per una nuova università tramite una lettera di referenza. Queste lettere, di norma, non sono nemmeno accessibili ai singoli candidati che le richiedono, sono spedite direttamente dal tuo referente all’università che chiede la referenza, per cui potenzialmente il proprio referente potrebbe anche affossare il candidato nel suo scritto di – a quel punto – finto sostegno. Naturalmente, non succede mai, o quanto meno molto poco spesso. Se si ha un’opinione negativa del candidato che chiede una lettera di referenza, gli si inventa una scusa e la lettera non la si scrive proprio. Se si è persone corrette, almeno.

Le raccomandazioni sporche sono invece quelle di solito non scritte, ma espresse oralmente, in modo che non rimangano tracce. Mettete che io sia un preside che è stato eletto a preside per pochi voti, magari contro un candidato sulla carta più prestigioso di me, e che alcuni di quei voti siano arrivati dai miei studenti di dottorato. La cosa che mi preme di più è far sì che i miei voti non volino via, ossia che il mio dipartimento assuma, come ricercatori o lecturer, il più alto numero possibile di miei studenti di dottorato. Ecco che, magicamente, può darsi che una mia studentessa di dottorato che non ha ancora il titolo di Ph.D. in tasca riesca a vincere sopra candidature ben più oggettivamente solide e strutturate, di gente che non solo ha già conseguito il titolo, ma magari ha anche delle buone pubblicazioni accademiche e ha dimostrato di avere talento anche nell’insegnamento, perché magari è anche un pedagogo e ha valutazioni degli studenti molto buone. Il comitato di ricerca, dove io che son preside ho già una voce non indifferente, terrà conto della raccomandazione orale, che magari sarà giustificata col fatto che la mia studentessa “la conosciamo tutti”, “sappiamo che ha un buon carattere”, “si applica tanto”, eccetera eccetera. Perché mai rischiare e assumere il candidato più titolato ma ignoto? Ed ecco che il gioco è fatto e la raccomandazione sporca consolida un ambiente accademico già malato.

Nel prossimo post parleremo di cosa sono le valutazioni degli studenti, e di come, anch’esse, nascondano pro e contro.