Fabio Volo, Il tempo che vorrei

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Fabio Volo ha talento. Ha talento quando fa il radio o video deejay, ha talento quando s’improvvisa attore al cinema. Ha talento quando si mette a raccontare una storia. E probabilmente aveva talento anche quando faceva il panificatore o il garzone di bottega, o il pubblicitario. E’ un uomo a cui riescono bene le cose che dipendono quasi solo da lui.

Non è uno scrittore, forse, perché il livello dei suoi romanzi è unimodulare e nel complesso ha uno stile molto elementare, adatto al grandissimo pubblico, e penso all’intervista del calciatore Francesco Totti letta stamattina, che ammette di aver letto solo un libro in tutta la sua vita, da bambino, e di ritenersi per questo “forse ignorante, ma non stupido”.

Tuttavia, se non come scrittore allora come scrivente, Fabio Volo ha talento. Sa raccontare una storia, ha letto a sufficienza per aver carpito qui e lì le tecniche principali della narrazione. E soprattutto, Fabio Volo ha sempre delle storie da raccontare. Sa organizzare delle trame, e scusate se è poco. A termine lettura, se i suoi libri sono fatti su commissione, non appaiono così. Appaiono come delle esigenze sue personali. D’accordo: i suoi personaggi sono monotoni, probabilmente: è sempre, in qualche modo, la storia della sua vita, la storia di un ragazzo attorno a trent’anni, e del suo interagire con il mondo femminile e quello del lavoro. Sono temi banali – “inflazionati” come direbbero gli editor – e universali; non a caso sono i temi del tanto sopravvalutato Andrea De Carlo e del 90% degli scrittori italiani eterosessuali sotto i 40 anni.

Va bene, sappiamo che Fabio Volo verrebbe pubblicato ANCHE SE scrivesse molto peggio, per via del nome che si è fatto, della sua fama televisiva e radiofonica. Il punto che ci tengo a sottolineare è che i libri di Fabio Volo andrebbero pubblicati, secondo me, anche nell’ipotesi in cui lui non fosse famoso. Perché sanno rendere un’atmosfera e sanno trasmettere delle emozioni. Cosa che spesso altri, che pensano di essere molto migliori di Fabio Volo, proprio non riescono a fare.

“Il tempo che vorrei” è una storia autobiografica. E’ il rapporto tra il personaggio principale, narrato in prima persona e privo di nome, e suo padre, soprattutto. Attraverso una narrazione a contrappunto, il complicato e silenzioso rapporto padre-figlio, una comune forma di pseudo-anaffettività, o per meglio dire di un’affettività silente, si alterna alla storia di come il personaggio principale s’è lasciato scivolare tra le dita l’amore della sua vita, con una donna sua coetanea, che lo ama in modo profondo, ma non può rinunciare per lui al suo desiderio di maternità. Le scene erotiche sono raccontate in modo pulito, senza aggettivazioni ridondanti. Nel romanzo è descritta una quasi violenza sessuale, difficile da rendere nel modo in cui Volo è riuscito a descriverla. E il finale non delude.

Un libro da consigliare a quegli uomini Peter Pan che, passati i 30 anni o i 35, ancora non hanno saputo trovare i binari della propria felicità di coppia.