Donald Trump presidente, con me hanno sbagliato tutti (la versione integrale del mio post su Il Fatto)

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Il Fatto Quotidiano ha la politica di non far rispondere ai commentatori da parte dei blogger nei post, ma solo nei commenti. Dal momento che il mio ultimo pezzo è stato scritto anche per rispondere a chi mi ha insultato, pubblico qui la versione integrale del mio post sull’elezione di Donald Trump.

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Cito il lemma “previsione” dal vocabolario Treccani: “previṡióne […] – Il fatto di prevedere, di supporre ciò che avverrà o come si svolgeranno in futuro gli eventi, basandosi su indizî più o meno sicuri, su induzioni, ipotesi o congetture.”

Fra le possibilità che hanno i giornalisti, i blogger, gli analisti e i politologi, quella di azzardare delle previsioni basandosi su “indizî più o meno sicuri” è senz’altro una. Perché? Perché mediamente alla gente piace leggere qualcuno che provi a immaginare come andrà a finire una certa partita e ne valuta la correttezza e la plausibilità delle argomentazioni sia alla luce della propria logica e delle fonti citate, e poi perché consente di andare alla prova dei fatti: vedere se la previsione era giusta o sbagliata.

La mia ultima previsione su chi avrebbe vinto le elezioni presidenziali americane è stata sbagliata alla grande: ha vinto Trump, e io dunque non ho saputo azzardare una previsione corretta. Come me, il 99,99% dei miei colleghi giornalisti, politologi, analisti, blogger e, aggiungo, la totalità assoluta delle case di sondaggi, dei centri di studio, delle università, dei ricercatori di scienza politica sia americani che europei. Non è una grande consolazione aver sbagliato insieme a tutti gli altri (con la valida eccezione del regista Michael Moore, che pure prima delle elezioni ha scritto sia sul perché Trump avrebbe vinto, che sul come fare per essere sicuri di far perdere Trump: e amico Moore, così sono capace anch’io ad azzardare la previsione corretta), ma certo fa capire che è successo qualcosa di enorme, che ha cambiato il mondo, e soprattutto di non previsto da nessuno.

Andando a rivedere ciò che ho scritto, tuttavia, io davo per scontato – sulla base degli studi citati nel mio pezzo: Princeton, New York Times e altri – che Trump non sarebbe riuscito ad allargare il suo corpo elettorale alle categorie da me citate. Dicevo dunque: “Trump […] Fra le donne […] prenderebbe meno voti di un qualunque opponente democratico.”

Va da sé che questa affermazione non è affatto sbagliata: se Trump si fosse limitato a far suo il voto degli analfabeti funzionali, dagli ignoranti, dagli iscritti al Partito della Paura contro la globalizzazione, l’immigrazione e l’altro, non avrebbe mai vinto le elezioni. Invece è riuscito ad allargare la base del suo consenso, e la CNN, ha pubblicato le percentuali di consenso che il neo-presidente ha ottenuto categoria per categoria: appena il 54% delle donne americane ha votato Hillary Clinton. Fra le donne laureate, più di 4 su 10 hanno votato Trump. Ma fra le donne meno scolarizzate, più di 6 su 10. Percentuali altissime e molto lontane da quelle che tutti conoscevamo come probabili dai sondaggi svolti nei giorni precedenti. Quindi quasi una donna su due in America ha votato un tizio apertamente misogino, che ha lasciato a noi registrato un suo discorso in cui parla delle donne nei termini più retrivi e nauseabondi che si siano mai sentiti da parte di un candidato ad alcunché. Contente loro.

Trump ha poi confermato il suo favore fra i più anziani, i più ricchi, i più religiosi e i più intolleranti ma ha preso a sorpresa anche il voto di tanti operai e lavoratori manuali, che sono la categoria che ha determinato la sua vittoria negli stati incerti. Non è la prima volta che grandi masse di persone poco abbienti e istruite si lasciano convincere da un miliardario evasore che promette abbattimento delle tasse, costruzioni di muri contro il baubau di turno, e aumento dei posti di lavoro. Dubito che il mio Bernie Sanders sarebbe riuscito a prendere più voti di Trump, perché al fascino delle soluzioni elementari, popolari e false nessuna persona seria può rispondere qualcosa di altrettanto potente.

Infine, consentitemi una nota sul comportamento di alcuni miei lettori. Al di là di quelli che sono venuti qui e su Facebook a insultarmi per aver sbagliato la previsione, e anche al netto di coloro che hanno sentito il bisogno di “percularmi” come hanno elegantemente scritto, per il mio errore, alcuni si sono lamentati dicendo che io avrei insultato gli elettori di Trump. Allora, per i meno avvezzi ai termini tecnici: un “analfabeta funzionale” in statistica e medicina indica una persona scarsamente scolarizzata che sa leggere un testo nella sua lingua madre ma non lo capisce. Un “ignorante” è una persona che ignora, non sa, non conosce, sinonimo di “non istruito”. Un “intollerante” è uno che non tollera il diverso o le minoranze. Un “misogino” è uno che parla delle donne come fa Trump: oggetti sessuali.

Questi, cari lettori, non sono insulti, sono termini tecnici. Che qualche decina di voi li abbia scambiati per insulti è la dimostrazione del fatto che i dati dello Human Development Record sulla quantità di analfabeti funzionali che c’è in Italia – il 47% – sono assai accurati.

 

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Permesso di critica

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La riflessione che sarebbe interessante fare non è come mai ci siano tanti critici italiani che hanno scritto e scrivono in modo (parzialmente) negativo su  La Grande Bellezza. No, la riflessione da fare è come mai a tanti italiani pare strano o grave che dei critici italiani abbiano eccepito su un film italiano che pure ha vinto l’Oscar e il Golden Globe.

Io trovo che alla base ci sia un misto di provincialismo e di mancanza di autostima nazionale. Il provincialismo è dato dalla convinzione tutta piccolo-italiana che solo in Italia i critici eccepiscano sui prodotti culturali di successo del proprio paese, come se invece i critici statunitensi non avessero affondato il Titanic film più di quanto sia affondato il “Titanic” nave, e così per molti altri paesi.

La mancanza di autostima nazionale è qualcosa di più sottile: molti italiani considerano l’Italia di oggi culturalmente talmente prostrata, che quando capita il film italiano capace–addirittura!–di vincere un Oscar e un Golden Globe, pare inammissibile che altri italiani ne parlino male. Si accusa coloro che non si uniscono al carro del vincitore di “non saper fare rete”, di “non avere idea di cosa sia il sistema-paese”, addirittura di essere anti-italiani. Io non so se la situazione sia davvero così drammatica, ma a giudicare da quanto il concetto di “Italia” sia amato all’estero, anche a dispetto di ciò che gli italiani in effetti sono e fanno (pensate all’immane evasione fiscale, all’allergia per le regole, all’incapacità quasi cronica nel prendersi cura del bene pubblico), direi proprio di no.

Ragazzi: rilassatevi. La Grande Bellezza è probabilmente il miglior film italiano degli ultimi anni (Virzì escluso), con indiscutibili pregi sotto il punto di vista della fotografia, della regia, della recitazione e, allo stesso tempo, un film mediocre sotto il punto di vista narrativo; un film che ha un ritmo sincopato (prima e dopo l’ingresso della suora) è un film privo di ritmo. E non basta dire che gira a vuoto perché racconta il girare a vuoto, o che è mediocre perché racconta la mediocrità. Non è quella l’arte. Tuttavia, un film capace di far discutere di sé in modo così prolungato e appassionato è, a mio avviso, eccezionale. Come lo fu L’ultimo bacio di Gabriele Muccino o Tanguy di Étienne Chatiliez che, se ricordate, dettero origine a dibattiti di dimensioni europee durato mesi e mesi dopo la loro uscita.

La Grande Bellezza è un film perfetto, molto astuto, pensato interamente per un certo tipo di pubblico straniero che ama una certa idea dell’Italia e che custodisce quell’idea con grande gelosia. Vuole confermare l’idea che ha in testa, e La grande bellezza questo fa. E attenti sull’obbligatorio paragone felliniano. Mentre Fellini raccontava le magnificenze di una Roma largamente onirica (non solo ne La dolce vita, ma in tutta la sua filmografia, da Le notti di Cabiria a Roma, passando per Le tentazioni del signor Antonio), capace di farsi mito attraverso quel sogno, e a suo modo di diventare per molti reale, Sorrentino affresca una caduta dell’impero romano senza la “R” maiuscola. Sorrentino illustra un dato di realtà, che di onirico non ha proprio un cazzo. La decadenza qui è morale, etica, collettiva e individuale, dunque psicologica. Ed è per questo che il paragone felliniano corretto, come già scritto tempo fa, è semmai con la testa fra le mani di Otto e mezzo, e non con le mani a indicare il sogno votivo de La dolce vita.

Tutto ciò per dire che l’Italia, in quanto nazione e in quanto comunità di artisti (non mi riferisco al popolo italiano, ma proprio alla nicchia degli artisti italiani), ha le spalle sufficientemente larghe per permettersi critiche autoctone non del tutto positive a un film di enorme successo. La cultura italiana, che si compone della nostra opera, della nostra musica, della nostra arte, della nostra architettura, della nostra poesia, della nostra prosa, del nostro teatro, del nostro cinema, della nostra cucina, della nostra moda, della nostra ricerca, delle nostre scuole dell’obbligo e, ahimè, meno della nostra accademia, ha le spalle davvero larghissime.

State tranquilli: possiamo permetterci di criticare uno dei tanti prodotti del nostro successo senza paura di uccidere la patria.

Il corriere canadese torna in edicola

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Ne parliamo col nuovo direttore, Francesco Veronesi. Dove? Sul Fatto Quotidiano, ovviamente. Notizia che interesserà soprattutto gli italiani in Canada, ma anche gli italiani in Italia che desiderano fare uno stage giornalistico all’estero o che mirano a un contratto di praticantato giornalistico.