A cosa può servire la pubblicità nel XXI secolo

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Lo spot della Campbell con i due papà gay che danno da mangiare a loro figlio è dell’ottobre 2015. Io però l’ho vista solo oggi, quindi la prendo come un simbolo di quante cose utili alla società si possono fare all’alba del 2016 con appena 40 secondi di annuncio pubblicitario. Se non ho capito male, questo spot per ora è disponibile solo sulla rete, ma mi auguro che presto lo si possa vedere sulle tv d’Occidente (in Italia, magari, fra 10 anni). Mi limito a postare la clip perché su questo tema sento che potrei scrivere uno dei post più lunghi degli ultimi 10 anni, e tutto sommato alla fine so di avere un pubblico d’élite che sa capire tutti i risvolti socio-politici di questa iniziativa anche da sé, senza bisogno che ve li sottolinei io. Buona visione.

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Clicca sulla foto per vedere lo spot della Campbell con i due papà

L’omofobia delle piccole cose

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E’ sempre difficile rendersi conto di quanto si è omofobi. Perché per essere omofobi non è necessario arrivare a insultare o sputare in faccia a una persona gay, né, ovviamente, è necessario commettere crimini violenti contro un uomo gay, bisessuale, o una donna lesbica. No, l’omofobia si può individuare da piccoli atteggiamenti, apparentemente innocui, che in realtà esprimono un disagio interiore nei confronti di chi è omosessuale o del fatto che si parli apertamente di omofobia.

Prendiamo ciò che è accaduto fra ieri e oggi tra i commenti del mio ultimo post sul Fatto Quotidiano. Devo anche specificare che questo post non può essere pubblicato sempre sul sito del Fatto, perché hanno una (giusta e comprensibile) politica che impone di non citare in nuovi post commenti dei lettori, per evitare “di alimentare polemiche da parte dei commentatori citati e in generale della community.”

Ieri ho pubblicato una lettera aperta di Guido Allegrezza al sindaco di Roma, Ignazio Marino. Nel cappello del post ho richiamato due recenti fatti di cronaca nera romana, il suicidio per depressione di un gay 21enne, e l’omicidio di un gay 28enne. Ho poi ricordato che Roma, come città, è teatro da molti anni di omicidi o suicidi di persone gay, al punto che già nel 2002 Andrea Pini pubblicò un libro intitolato “Omocidi“, la cui descrizione, aggiungo qui, recita “In Italia i delitti contro i gay sono molto più numerosi di quanto si creda.

Ebbene, diversi commentatori sono intervenuti rivendicando che il mio post, pubblicato nel pomeriggio del 9 gennaio, non parlasse di un caso di cronaca avvenuto alcune ore dopo, nella sera del 9 gennaio, sempre a Roma. Si tratta dello stupro di una ragazza di 24 anni, avvenuto nel cuore della Capitale, fra via Frattina e via Bocca di Leone. Altri invece hanno contestato l’uso del termine “omocidio” che, come spiegato nel post, è un neologismo di un qualche successo, dal momento che è adoperatoda un decennio e più anche come titolo di alcuni libri.

Ora, se io fossi in grado di scrivere dei fatti di cronaca che avvengono nel futuro e non nel passato, non farei il blogger, ma leggerei il futuro. Il punto però è: ma se il mio post parla di una lettera di un militante gay indirizzata al sindaco di Roma, per quale motivo c’è chi commenta in modo gratuitamente feroce “Se la ragazza non era gay mi sa che non è una problematica ne dell’autore ne di marino.” Come si può pensare che se un blogger parla di un fatto, automaticamente significa che non gli interessa parlare d’altro?

Un’altra lettrice scrive: “I delitti contro i gay fanno notizia, lo violenza su una donna , evidentemente, no.” Ma davvero siamo messi così male, in Italia? Davvero esistono ancora donne che pensano che le violenze sulle donne sono nascoste dalla stampa italiana? A me pare che, al contrario, la stampa italiana dia molto risalto a tutte le notizie che riguardano violenza sulle donne, come giusto che sia, per altro. Certamente c’è una quota significativa di violenze sommerse, nel senso che non vengono denunciate e quindi la stampa non ne parla. Ma lì il problema è a monte, non nella valle giornalistica.

Un terzo commentatore scrive: “i gay 21enni suicidi negli ultimi mesi sono stati due…e tutti gli altri suicidi non gay?” Ora, che il suicidio sia un fenomeno potenzialmente di tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale, è un’ovvietà. Ed è anche vero che il tasso dei suicidi in Italia stia aumentando a causa della crisi economica. Lo dicono i dati Eurispes. Gli stessi dati confermano che sia nello storico che nel solo dato del 2013, gli omosessuali si suicidano più degli eterosessuali, in rapporto al loro numero. E in ogni caso, in un post che cita una lettera di un attivista gay al sindaco di Roma, è parso di buon senso ricordare gli ultimi due casi di cronaca nera che hanno riguardato nella scorsa settimana, cittadini romani gay. Se la prima reazione è “e come mai non parli degli altri suicidi non gay”, c’è qualcosa che non va in chi commenta così.

Il tentare di sminuire, il chiedere di parlare d’altro quando si tratta di omofobia o di suicidi od omicidi gay, sono tutti piccoli esempi di omofobia. Sono segnali di insofferenza verso il fatto che si affronti questo tema in modo aperto ed esplicito. Meglio che dei suicidi e degli omicidi dei finocchi non si parli sulla stampa: ci sono cose più importanti di cui uno può e deve leggere. Ebbene, io non la penso così. E dico, candidamente, ai miei commentatori di farsi un esame di coscienza. Di domandarsi come mai un innocuo post su una lettera aperta al sindaco Marino, in cui si chiedeva null’altro che un discorso istituzionale di solidarietà verso i gay che hanno subito violenza, abbia scatenato commenti così poco empatici, poco civili e poco dignitosi.

La macchina del tempo esiste, ed è la provincia veneta.

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Ieri ho ricevuto una mail da Matteo Pegoraro. A me la cosa era sfuggita, ma Matteo Pegoraro si è candidato a sindaco di un paesino del Veneto che si chiama Solesino, in provincia di Padova. Fin qui, nulla di che. Solo che il nostro Matteo candidandosi ha fatto coming out e ha detto, credo in conferenza stampa, di essere gay. Ecco, se Matteo fosse stato di Roma, avrei potuto scrivere anche a commento del suo coming out  pubblico “Fin qui, nulla di che.” Il punto è proprio che il sor Pegoraro ha fatto coming out a Solesino, paesello del padovano, capito? Cosa che permette a noi tutti di scoprire che la macchina del tempo esiste ed è stata inventata nella alacre provincia veneta.

Lascio la parola a Matteo per descrivere la prima ondata di reazioni:

L’essere gay a Solesino (Padova) è forse come esserlo in un paesino del meridione, dove tutti conoscono tutti e la mentalità si amalgama tra il conformismo e il machismo. È un paese di circa 7200 abitanti, un po’ sganciato dal resto del mondo, dove raramente chi ci vive si permette di uscire fuori dagli schemi e dove i valori della famiglia tradizionale sono talmente radicati da non essere minimamente messi in discussione. È un paese con molti anziani, che tramandano una tradizione senza dare troppe opportunità a qualcuno di cambiarla o proporne una visione diversa. Quando mi sono candidato sindaco, un giornale locale – Il Mattino di Padova – ha intitolato gli strilloni”Sono gay e mi candido a Sindaco” e in poche ore i quotidiani erano esauriti. Il titolo del pezzo era “Il primo candidato a sindaco di Solesino è un omosessuale”. Il giorno dopo in piazza tutti mi scrutavano con aria indagatoria, qualcuno lanciava qualche occhiata, qualcun altro sorrideva timido e accennava a un saluto, i più fingevano di non far caso alla cosa. Nei bar parlavano già che se fossi stato eletto avrei portato il gay pride, i matrimoni gay e legalizzato le adozioni, in un’ottica abbastanza assurda e ben poco realistica, ma che determinava commenti e scongiuri. Dopo qualche giorno ricevevo a casa una busta chiusa da un certo don Ferdinando, cappellano dell’ospedale di Monselice, un paese vicino, dove mi si diceva che come gay, candidandomi a sindaco, stavo rovinando il nome di Solesino, che ero anormale e non potevo pretendere di essere considerato come tutti gli altri uomini. Allego la lettera, anche se è in dialetto veneto qualcosa si capisce. Sul retro mi si diceva che sto commettendo peccato mortale, come abortire, uccidere o rubare ai poveri. Decisi di lasciar perdere, ma il giorno del mio compleanno (l’11 aprile) mi chiama una ragazza della mia lista dicendo che in alcuni parrucchieri e bar del paese stanno distribuendo quella lettera, dattiloscritta, agli avventori. Molti mi dicono di non cogliere la provocazione, e lasciare fare, non denunciare nulla, ché altrimenti “la cosa del gay si accentua”. Scelgo di andare avanti continuando semplicemente a essere me stesso, e alla fine alle elezioni portiamo a casa 601 voti e un posto in consiglio comunale. Qualcuno dice “è bravo ma è gay”, qualcun altro è arrabbiato, qualcun altro deluso perché non abbiamo vinto. Ecco i vari volti dell’essere gay – e candidato sindaco – a Solesino!

Per voi che amate i documenti originali, vi pubblico anche le foto della lettera ricevuta da Matteo:

La facciata iniziale della lettera di Don Ferdinando a Matteo Pegoraro

La facciata iniziale della lettera di Don Ferdinando a Matteo Pegoraro

E questa è la seconda facciata:

La facciata finale dell'epistola di Don Ferdinando a Matteo.

La facciata finale dell’epistola di Don Ferdinando a Matteo.

Ora io non so come avreste reagito voi, ma io ho reagito scrivendo a Matteo una email a mia volta, che ricopio qui sotto:

Matteo,

io trovo tutto ciò molto interessante e folcloristico. Anche la lettera del prete esprime un’omofobia relativamente innocua, non dettata da cattiveria ma, come dici tu, da una forza della tradizione che probabilmente morirà solo quando tutte le persone di quella generazione saranno morte. Fossi in te gli risponderei con una lettera aperta sui giornali locali, invece. Una lettera cordiale e sorridente, magari facendogli scoprire che il peccato di Sodoma e Gomorra era (secondo legioni di teologi e uomini di chiesa) la non ospitalità verso gli stranieri, o mettendo in risalto tutte le assurdità incluse nell’antico testamento, o facendo presente di quanto l’omosessualità esista da prima di Tognazzi e il Vizietto (tipo l’antica Grecia?) e di come, proprio ne Il Vizietto, questo fosse costituito dalle scappatelle eterosessuali di Tognazzi, che era un bisessuale e infatti gli capita di mettere incinta una sua ex moglie e quindi di avere un figlio inaspettato. La provincia veneta è spesso una sorta di viaggio indietro nel tempo; te ne rendi conto anche da questo reperto fantastico di lettera scritta a clavicembalo scrivano, con le correzioni a mano e l’aggiunta a penna… conservala fra le cose più care, perché quando sarai padre o addirittura nonno di figli avuti con un tuo prossimo o attuale compagno, magari per surrogata o adozione, sarà molto divertente mostrar loro un simile orpello.

Molti auguri e continua così,
Sciltian

Votare con la testa e con il cuore

Video

Nessuna grande sorpresa per il video dei “Fratelli di Salò” del Veneto che chiedevono di “votare con la testa, con il cuore e non col culo”. Sono contento che i due personaggi veneti siano stati definiti da Crosetto e Meloni, leader nazionali di quel movimento, come “dei cretini che hanno fatto un video idiota”. Naturalmente sappiamo che in “Fratelli di Salò” la percentuale di “cretini” che hanno idee omofobe (e magari anche anti-semite, anti-femminili, anti-immigrati e così via) si avvicina probabilmente ai due terzi del totale, per cui li lasciamo con il loro nuovo nome assai meritato di “Fratelli di Salò”, camerati di un’idea sconfitta dalla Storia e poi anche dalla Geografia.

Da quel video, che comunque è riuscito per la sua rozzezza a imporsi sui media della campagna elettorale, ne è nato un filone. Su AdF pubblico quello fatto dal PD del Veneto, perché mi rappresenta bene. Le due donne candidate sono Laura Puppato e Rossana Filippin.

L’omofobia di Rosy Bindi

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Il post seguente è stato rifiutato dalla redazione de Il Fatto Quotidiano con la seguente motivazione: “Ciao Sciltian,
ti ringrazio per averci provato, ma purtroppo il problema rimane. […], ma si tratta di una questione tecnica. se noi scriviamo Rosy Bindi è malata di omofobia, poiché siamo una testata giornalistica con un codice deontologico , Rosy Bindi ci querela. Quindi sentiti pure libero di pubblicare il post nel tuo blog, che è soggetto a regole diverse.

Non condivido la motivazione di questa piccola censura, perché è mia opinione che chi dice le frasi dette da Rosy Bindi (e riportate nel pezzo) è omofobo de facto, e una eventuale querela serve semmai a sancire la cosa anche a livello di Tribunale. Non è che se un giornale evita di scriverlo, quella persona diventa non omofoba. E’ solo l’ennesima dimostrazione di quanto indietro sia la società italiana sul tema dell’omofobia, redazioni dei giornali di opposizione inclusi. Ai miei lettori decidere se il pezzo in questione è da censurare o no. S.G.

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Un partito che voglia dirsi “democratico” può permettersi di avere un presidente omofobo nel XXI secolo? In Europa occidentale la risposta è no. La riflessione vale anche per un partito che voglia dirsi “liberale” o “conservatore” e senta la necessità di tenere alta la distanza dalla Destra reazionaria o filonazista.

L’on. Rosy Bindi è malata di omofobia e dimostra questa sua patologia nel momento in cui dice frasi agghiaccianti tipo quella che l’ha resa celebre in Canada e nel resto d’Occidente: «Il desiderio di maternità e di paternità un omosessuale se lo deve scordare. […] Non sarei mai favorevole al riconoscimento del matrimonio fra omosessuali: non si possono creare in laboratorio dei disadattati. È meglio che un bambino cresca in Africa.» (12 marzo 2007). Cinque anni dopo Bindi dimostra di non aver imparato nulla dai propri errori. Per rispondere all’ennesima barbarie omofobica proveniente dal segretario coi fili del Pdl, Angelino Alfano, l’ex ministro del governo Prodi ha dichiarato a Sky: «La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la Costituzione. Ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo». (11 marzo 2012)

Sulla vistosa contraddizione giuridica della sentenza n.138 2010 (15 aprile) della Corte Costituzionale che ha di fatto subordinato la Costituzione al Codice Civile, si è di recente espresso il giurista Persio Tincani in un ottimo intervento su Micromega e a quello rimando quando la poco onorevole Bindi tira in ballo la Costituzione. Ricordo solo che il Codice Civile italiano è stato scritto in epoca fascista e che proprio in tema di matrimoni alcuni suoi articoli sono dovuti essere abrogati (la cosiddetta “defascistizzazione” del Codice) perché apertamente razzisti, come il 91, che difendeva la purezza della razza italica dai matrimoni “misti”.

Ma il problema qui è nella patologia espressa dalla signora Bindi. Parlo proprio di “patologia” perché intendo il termine “omofobia” secondo l’affermata definizione usata da Martin Kantor: una manifestazione di sessuofobia dovuta al fatto che i genitali sono anatomicamente vicini agli organi escretivi, motivo per cui gli omofobi provano schifo o disgusto verso ogni atto sessuale, specialmente orale e anale (1998, 13-6). In questo senso, l’omofobo può odiare qualunque atto sessuale, sia esso eterosessuale o omosessuale. Gli omofobi, secondo Kantor, soffrono di un disturbo emotivo, sono individui in perenne conflitto fra i loro desideri segreti che guidano le loro paure manifeste.

Pochi omofobi e pochi sessuofobi ammettono di essere omofobi o sessuofobi e su questo Rosy Bindi non fa eccezione. Alcuni fra loro citano a sproposito le Sacre Scritture (vedere il capitolo “Dio odia i finocchi” del saggio Gay: diritti e pregiudizi per approfondire il tema) come motivo della propria omofobia, altri citano (sempre a sproposito, vedere in particolare gli artt. 3 e 29) la Costituzione italiana. La realtà è, sostiene Kantor, che citano la Bibbia perché sono omofobi, e allo stesso modo, aggiungo io, citano la Costituzione perché sono omofobi.

La società italiana, culturalmente, è una delle più omofobe dell’Occidente e i motivi di questo fatto non sono in realtà chiarissimi. Diversi studiosi indicano l’influenza che il cattolicesimo ha avuto per millenni sulla penisola come una delle maggiori cause di questa anomalia italiana. Il sociologo Marzio Barbagli ha dedicato vari studi a questa peculiarità della società italiana e l’ha collegata alla mancata parità fra uomo e donna che persiste in Italia più che nel resto d’Occidente sotto tutti i punti di vista, dall’economico al culturale. In un’intervista a Repubblica ha affermato: “Siamo ancora una società fortemente eteronormativa (la pretesa della cultura eterosessuale di interpretare se stessa come esprimente tutta la società, inclusa quella parte che eterosessuale non è, nda) che tollera di più ma non accetta ancora, e questa contraddizione è lo scoglio da superare, forse più dell’intolleranza manifesta.

Che la società italiana sia arretrata sul tema dei diritti civili rispetto all’Occidente è un fatto indiscutibile. Chi però riveste ruoli di rilievo nell’agone politico non può permettersi di essere a sua volta vittima di situazioni di ignoranza, di patologia o di semplice discriminazione. Basterebbe sostituire il termine “ebreo” al termine “omosessuale” dalla frase di Bindi del 2007 per rendere chiaro che chi incita alla discriminazione e al mantenere lo statu quo d’ineguaglianza contro le persone GLBT non ha spazio nelle società moderne occidentali, men che meno all’interno di un partito che si richiama a principi di solidarietà e di uguaglianza sostanziale.  Onorevole Bindi, glielo chiedo come cittadino italiano prima ancora che come intellettuale: sul tema del diritto al matrimonio per tutti, si aggiorni o si dimetta dalla politica italiana.

USA, i torturatori dietro alle “terapie riparative”

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Samuel Brinton. Foto di Hannah Clay Wareham.

La violenza è americana come la torta di mele. La storia di Samuel Brinton, un 23enne studente di dottorato del Mit di Boston, raccontata lo scorso agosto a  Lgbtq Nation, una delle testate gay più importanti d’America, ne è la triste conferma.

Samuel è il figlio di due pastori della Southern Baptist Church, la realtà protestante più grande degli Stati Uniti. All’età di 12 anni, Sam e i suoi amici scoprono una copia di Playboy. Sam torna a casa dal padre, che gli aveva inculcato un’educazione sessuofobica, e fa l’errore di riferirgli di quella copia del giornaletto rassicurandolo: “Sono così santo che quelle immagini di donne nude non hanno avuto nessun effetto su di me. Non come quando penso al mio amico Dale“. Un coming out del tutto involontario e forse nemmeno compreso dal 12enne, ma colto al volo dal padre missionario, che per tutta reazione colpisce il figlio al volto e lo manda al Pronto Soccorso.

Al ritorno a casa, la madre del ragazzo lo convince a entrare in una “terapia di riparazione“. E’ difficile spiegare cosa sono queste “terapie”, presenti da qualche anno anche in Italia. Sono degli appuntamenti in cui delle persone adulte, quasi sempre prive di qualunque competenza medico-psicologica, cercano di convincere dei minorenni che l’omosessualità è una malattia dalla quale si può guarire con le preghiere, la volontà e una serie di altre misure. Nel caso di Samuel Brinton, queste misure hanno compreso dapprima un racconto dell’orrore, in cui è stato detto al bambino che lui era gay e malato di Aids e che se non fosse guarito dall’omosessualità, sarebbe morto, perché il Governo degli Usa aveva sterminato tutti gli altri gay del Paese, bambini inclusi.

La tortura è andata avanti con appuntamenti plurisettimanali, per anni. Ma le parole non erano abbastanza e così il religioso e i genitori sono passati a misure di maggiore impatto. Nelle sedute, Sam era legato a un tavolo, con le mani tenute aperte, costretto a guardare delle immagini di uomini gay, alternate a immagini di stampo eterosessuale. Ogni volta che la diapositiva mostrava due uomini in atteggiamenti d’affetto, sulle mani del bambino veniva appoggiato del ghiaccio. Non soddisfatti dei risultati, il ghiaccio è stato sostituito da delle bobine di rame, applicate ai polsi e alle mani del ragazzino. Dinanzi a immagini gay, le bobine erano riscaldate per via elettrica, fino a diventare bollenti.

Gli effetti di queste torture hanno portato Samuel a tentare il suicidio cinque volte. Aguzzino e genitori sono poi passati a una nuova fase della loro “terapia”. Legato l’adolescente a una sedia, gli infilavano degli aghi sotto le unghie, collegati a elettrodi. Tutte le volte che gli erano mostrate delle immagini gay, uno choc elettrico veniva azionato dall’aguzzino. A casa, Sam era tenuto prigioniero in camera sua. Nessuno poteva fargli visita, nemmeno la sorellina minore, a cui i genitori dissero che Sam aveva ucciso qualcuno e che loro lo tenevano nascosto per evitare di farlo arrestare dalla polizia.

Dopo anni, Sam ha capito che doveva recitare per salvarsi la vita. Così un giorno ha detto ai genitori di essere guarito dall’omosessualità. Le sedute con l’aguzzino furono sospese e la famiglia tornò a una normalità surreale. Sam ebbe la libertà di frequentare l’università del Kansas, a migliaia di chilometri da casa. In Kansas, dopo un anno, Sam cominciò a rinascere, soprattutto grazie alle nuove amicizie anche con studenti Lgbtq che gli spiegarono come tutto quello che gli era stato inculcato fosse falso. Si impegnò in diversi gruppi, fino a candidarsi come rappresentante degli studenti, dichiarando al mondo di essere gay. Le elezioni non furono vinte, ma ormai la carriera di militante per i diritti delle persone Lgbtq era iniziata. L’anno scorso Sam ha vinto il premio come “Miglior attivista Lgbtq degli Stati Uniti” ed è entrato al Mit di Boston, dove studia ingegneria nucleare.

Al di là di ciò che ho passato io“, ha dichiarato Samuel, “sono preoccupato per ciò che può accadere a questa nazione. Abbiamo una candidata alla Casa Bianca (Michele Bachmann, nda) il cui marito è direttamente coinvolto in pratiche di terapia riparativa. Non possiamo permetterci di avere un presidente che sostenga la terapia riparativa, perché la terapia riparativa uccide la gente“. Un gruppo di sostegno frequentato da Samuel, composto di altri 10 ragazzi che erano sopravvissuti ad anni di terapia riparativa, ha a oggi perso per suicidio 8 dei suoi 10 membri.

La storia di Sam sembra un film dell’orrore, ma è solo uno dei tanti aspetti della realtà statunitense, poliedrica come poche altre. Contro le terapie riparative il movimento Lgbtq americano si dà molto da fare: qui potete vedere uno dei siti che si batte contro la conferenza di Exodus, una delle associazioni che sostiene questo genere di torture.

Governo: il problema dei froci

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Il cartello recita: "Potrete pure avermi spogliato dei miei diriti, ma comunque trovo sempre più fica io di voi".

Uso il termine “froci” al posto del più politicamente corretto “gay”  perché quando si parla della situazione dei gay in Italia, è chiaro che per il Parlamento italiano e la sua classe dirigente si tratta solo di froci, busoni, culattoni, ricchioni, bucaioli o cupii  privi di ogni diritto civile, a seconda della regione di provenienza del cosiddetto “onorevole”.

Ecco perché quando questo Parlamento di gente per lo più segregazionista e reazionaria, mai eletta dal popolo, è chiamato ad applicare concetti banali per il resto dell’Occidente (tipo: il diritto al matrimonio per tutti, a prescindere dal colore della pelle o dall’orientamento sessuale degli sposi), fa sempre la cosa più incivile possibile, e se ne vanta pure.

Così, mentre il New York Times di una settimana fa dedicava 22 pagine di inserto Sunday Styles sui primi matrimoni fra coppie dello stesso sesso che si sono officiati in tutto lo Stato, dando consigli di etichetta, pubblicando i tradizionali “vows” (le promesse matrimoniali, una rubrica antica del NYT finalmente aperta alle coppie dello stesso sesso, con tanto di foto in primo piano dei promessi sposi) e facendo considerazioni sull’indotto economico che l’estensione del diritto al matrimonio comporta, in Italia abbiamo registrato non solo l’ennesimo fallimento dell’aggravante contro i crimini omofobici, ma anche le dichiarazioni violente e omofobiche di due fini menti del governo Berlusconi.

Il ministro per le Politiche Agricole, Saverio Romano ha sentenziato: “I gay sono uno scandalo. I matrimoni a New York mi fanno rabbrividire. Ho dovuto cambiare canale quando ne parlavano in tv, non so come spiegarlo alla mia bambina.

Il mio consiglio: non so, ministro Romano, provi a spiegare alla sua bambina perchè lei è indagato per mafia, invece.

Il ministro per le Riforme, Umberto Bossi ha invece detto:  “Meno male, non è passata l’aggravante dell’omofobia. Tutti sperano di avere figli che stanno dalla parte giusta, questo è un augurio che facciamo a tutti, non era giusto aumentare le pene per quelli che si sentono anche un pò disturbati da certe manifestazioni, persone normali che a volte si lasciano scappare qualche parola in senso anche bonario.

Ora, io non so da dove ricavi l’illusione di essere una “persona normale” un signore che quando rilascia dichiarazioni alla stampa nazionale si esprime più con l’uso del dito medio fanculizzante che con delle parole, e che tutte le volte che è incontrato in pubblico dai suoi sodali di partito, gli viene offerto il palmo della mano aperta per testare le sue capacità a non mancarlo con un cazzotto [sic], segno indubbio di virile vitalità, presso ominidi e scimmie.

Tuttavia, siccome il ministro Bossi è convinto di essere “una persona normale” ed è ovvio che non si rende conto della violenza delle sue parole contro i recion, mi domando come reagirebbe se un cupio padano, magari adolescente e dunque irruento quanto il ministro, si “lasciasse scappare qualche parola” e gli augurasse qualcosa di ugualmente violento, tipo che gli prendesse l’altra metà del coccolone che ancora gli manca per fare bingo, perché magari quel busone si sente un po’ disturbato da certe sue manifestazioni. Naturalmente, il tutto in senso anche bonario. Ministro Bossi, chissà se sono riuscito a farmi intendere da lei. Certo, non potendole offrire il palmo della mano aperta, mi resterà il dubbio.

Se a questo aggiungete il modo in cui l’On. Anna Paola Concia ha commentato l’ambigua situazione affittuaria del ministro Tremonti, di cui siamo venuti a sapere di una convivenza con persona dello stesso sesso fino a oggi tenuta nascosta (“legga Alexis, di Marguerite Yourcenar, l’aiuterà e chissà che non riesca a spiegarsi meglio” ha suggerito la Concia; l’Alexis è la storia di un uomo che lascia la moglie scoprendosi gay) e i conseguenti dubbi affiorati dalla rete sull’orientamento sessuale di Tremonti, indubbiamente per il Governo i froci sono solo un problema, e il Governo è il primo problema dei froci. Il titolo è perfetto anche nella sua doppia possibile lettura.