Permesso di critica

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La riflessione che sarebbe interessante fare non è come mai ci siano tanti critici italiani che hanno scritto e scrivono in modo (parzialmente) negativo su  La Grande Bellezza. No, la riflessione da fare è come mai a tanti italiani pare strano o grave che dei critici italiani abbiano eccepito su un film italiano che pure ha vinto l’Oscar e il Golden Globe.

Io trovo che alla base ci sia un misto di provincialismo e di mancanza di autostima nazionale. Il provincialismo è dato dalla convinzione tutta piccolo-italiana che solo in Italia i critici eccepiscano sui prodotti culturali di successo del proprio paese, come se invece i critici statunitensi non avessero affondato il Titanic film più di quanto sia affondato il “Titanic” nave, e così per molti altri paesi.

La mancanza di autostima nazionale è qualcosa di più sottile: molti italiani considerano l’Italia di oggi culturalmente talmente prostrata, che quando capita il film italiano capace–addirittura!–di vincere un Oscar e un Golden Globe, pare inammissibile che altri italiani ne parlino male. Si accusa coloro che non si uniscono al carro del vincitore di “non saper fare rete”, di “non avere idea di cosa sia il sistema-paese”, addirittura di essere anti-italiani. Io non so se la situazione sia davvero così drammatica, ma a giudicare da quanto il concetto di “Italia” sia amato all’estero, anche a dispetto di ciò che gli italiani in effetti sono e fanno (pensate all’immane evasione fiscale, all’allergia per le regole, all’incapacità quasi cronica nel prendersi cura del bene pubblico), direi proprio di no.

Ragazzi: rilassatevi. La Grande Bellezza è probabilmente il miglior film italiano degli ultimi anni (Virzì escluso), con indiscutibili pregi sotto il punto di vista della fotografia, della regia, della recitazione e, allo stesso tempo, un film mediocre sotto il punto di vista narrativo; un film che ha un ritmo sincopato (prima e dopo l’ingresso della suora) è un film privo di ritmo. E non basta dire che gira a vuoto perché racconta il girare a vuoto, o che è mediocre perché racconta la mediocrità. Non è quella l’arte. Tuttavia, un film capace di far discutere di sé in modo così prolungato e appassionato è, a mio avviso, eccezionale. Come lo fu L’ultimo bacio di Gabriele Muccino o Tanguy di Étienne Chatiliez che, se ricordate, dettero origine a dibattiti di dimensioni europee durato mesi e mesi dopo la loro uscita.

La Grande Bellezza è un film perfetto, molto astuto, pensato interamente per un certo tipo di pubblico straniero che ama una certa idea dell’Italia e che custodisce quell’idea con grande gelosia. Vuole confermare l’idea che ha in testa, e La grande bellezza questo fa. E attenti sull’obbligatorio paragone felliniano. Mentre Fellini raccontava le magnificenze di una Roma largamente onirica (non solo ne La dolce vita, ma in tutta la sua filmografia, da Le notti di Cabiria a Roma, passando per Le tentazioni del signor Antonio), capace di farsi mito attraverso quel sogno, e a suo modo di diventare per molti reale, Sorrentino affresca una caduta dell’impero romano senza la “R” maiuscola. Sorrentino illustra un dato di realtà, che di onirico non ha proprio un cazzo. La decadenza qui è morale, etica, collettiva e individuale, dunque psicologica. Ed è per questo che il paragone felliniano corretto, come già scritto tempo fa, è semmai con la testa fra le mani di Otto e mezzo, e non con le mani a indicare il sogno votivo de La dolce vita.

Tutto ciò per dire che l’Italia, in quanto nazione e in quanto comunità di artisti (non mi riferisco al popolo italiano, ma proprio alla nicchia degli artisti italiani), ha le spalle sufficientemente larghe per permettersi critiche autoctone non del tutto positive a un film di enorme successo. La cultura italiana, che si compone della nostra opera, della nostra musica, della nostra arte, della nostra architettura, della nostra poesia, della nostra prosa, del nostro teatro, del nostro cinema, della nostra cucina, della nostra moda, della nostra ricerca, delle nostre scuole dell’obbligo e, ahimè, meno della nostra accademia, ha le spalle davvero larghissime.

State tranquilli: possiamo permetterci di criticare uno dei tanti prodotti del nostro successo senza paura di uccidere la patria.

La morte di Wisława Szimborska

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Morire – questo a un gatto non si fa. / Perché cosa può fare il gatto / in un appartamento vuoto? / Arrampicarsi sulle pareti. / Strofinarsi tra i mobili. / Qui niente sembra cambiato, / eppure tutto è mutato. / Niente sembra spostato, / eppure tutto è fuori posto. / E la sera la lampada non brilla più.

I poeti non dovrebbero morire. Non solo per rispetto dei loro gatti, come suggeriva beffarda Wisława Szymborska, ma per rispetto dei loro lettori, occhiuti e nasuti amanti di versi sempre troppo personali. La gran dama della poesia contemporanea è morta nel sonno, a 88 anni, nella sua bella casa di Cracovia odorosa di migliaia di buoni libri. Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura 1996, se n’è andata così “tranquillamente” come ha annunciato il suo assistente Michal Rusinek all’agenzia stampa polacca.

E’ morta nel modo che tutti immaginiamo migliore: quasi novantenne, nel sonno, senza soffrire. In questo sembra quasi che la morte, offesa da quei versi ironici di quel suo altro capolavoro “Sulla morte, senza esagerare“, in cui Szymborska alzava scettica il suo sopracciglio sulle capacità della commare secca e le stigmatizzava con queste parole: “Occupata a uccidere / lo fa in modo maldestro / senza metodo né abilità. / Come se con ognuno di noi stesse imparando” abbia voluto offrire alla più grande poetessa contemporanea una partita a scacchi da finire pari e patta, regalandole appunto l’uscita di scena migliore possibile: soffice, silenziosa, priva di dolore, rapida, in tarda età e dopo un Nobel. Una meraviglia. Una meraviglia?

Il comitato che assegnò a Szymborska il più importante riconoscimento culturale del mondo scrisse nella motivazione che il Premio Nobel le veniva assegnato “per aver creato della poesia che tramite ironica precisione permette di mettere in luce il contesto storico e biologico in frammenti di realtà umana.” E penso che i due frammenti adoperati per questo articolo rispecchino fedelmente le motivazioni del Comitato per il Nobel.

Nata a Prowent (oggi Kórnik, nella Polonia occidentale) il 2 luglio 1923, Szymborska si trasferisce nel 1931 a Cracovia, dove ha affrontato l’occupazione tedesca e poi la sovietizzazione. Sotto Hitler ha frequentato clandestinamente le scuole; sotto Stalin ha provato a pubblicare la sua prima raccolta di poesie, del 1948, che le fu però censurata in quanto non in linea con lo zdanovismo e il realismo socialista. Nonostante questo rifiuto, nel 1952 si iscrive al Partito comunista e aderisce ai canoni estetici imposti dal regime. Sono anni in cui la sua produzione cerca di legarsi maggiormente alle tematiche socio-politiche dell’epoca, con poesie come “A chi entra nel partito” e “Quel giorno” in occasione della morte di Stalin. I fatti di Praga segnano la rottura fra l’intellettuale e il Partito comunista, in solidarietà con l’amico Leszek Kołakowski, filosofo e storico delle idee polacco ostracizzato dalle autorità comuniste. Szymborska si schiera dalla parte del dissidente e perde tutti i privilegi acquisiti fino ad allora nella sua carriera, a cominciare dalla direzione della rivista Zycie Literackie “Vita Letteraria”, che ricopriva dal 1953. Dopo un primo matrimonio con il critico Adam Włodek, durato appena sei anni (1948-54), nel 1967 si risposa con lo scrittore Kornel Filipowicz, con cui rimane fino alla sua morte, nel 1990.

La poetica di Szymborska, almeno a partire dal 1957, vira per una visionarietà onirica che pare sempre voler giocare e mai prendersi troppo sul serio (“Le due scimmie di Bruegel”). E l’ironia rimane la cifra della sua produzione, un’ironia a volte esplicita, altre nascosta, ma sempre in grado di invertire l’ordine delle riflessioni comuni (“Lode alla cattiva coscienza di sé”, “Uno spasso”) e di alleggerire, beffarsi delle situazioni più penose (appunto “Sulla morte, senza esagerare”). L’ironia di Szymborska si prende gioco di tutto, soprattutto dei sentimenti e delle emozioni forti, ma tenendo sempre a bada il facile cinismo  (“Un amore felice“). L’osservazione minuta della dura realtà in grado di ribellarsi e diventare prospettiva universale delle cose (“Scrivere il curriculum”, “Vista con granello di sabbia”, “La realtà esige”).

Szymborska era una di quelle penne inesauribili, troppo colme di talento per consentirsi una produzione stitica. Dodici raccolte di poesie pubblicate, centinaia di articoli sulla stampa di mezzo mondo, tradotti in decine di lingue sugli argomenti più disparati che possiate immaginare, traduzioni di poeti francesi, migliaia di aforismi. Non aveva certo timore di essere se stessa, davanti al foglio bianco, e ha lavorato fino all’ultimo giorno di vita, come testimoniato dalla sua ultima raccolta di poesie, che uscirà postuma alla fine del 2012, secondo quanto dichiarato sempre dall’assistente Resnik alla televisione polacca secondo la Associated Press.

Come affermò lei stessa, nel discorso di accettazione del premio Nobel: “Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra società chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, ed è molto più difficile ammettere le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo. In questionari o conversazioni occasionali, quando il poeta deve proprio definire la sua occupazione, egli indica un generico “letterato” o nomina l’altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che fare con un ‘poeta’ viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri sull’autobus con una leggera incredulità e inquietudine“.

Da stasera la lampada di Wisława Szymborska non brilla più. A noi gatti – e a noi lettori – non rimane che arrampicarci sulle pareti della sua poesia e ricominciare a leggerla, in modo che quella sua luce brilli fino all’esaurirsi della nostra luce.

Spczywaj w spokoju, Wisława.

L’arte e la letteratura secondo Cavazzoni

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Quante volte vi siete trovati alle prese con testi astrusi che pretendevano di dare una definizione, una formula, di cosa è l’arte o la letteratura? Cercare di rispondere a simili domande è un po’ come cercare la risposta al “chi siamo, da dove veniamo” ed è sempre più necessario che chi decide di avventurarsi su un simile terreno custodisca non solo contenuti interessanti da comunicare, ma anche una discreta capacità narrativa per farlo.

Ermanno Cavazzoni (Reggio Emilia, 1947) è uno di quegli scrittori italiani di cui si parla troppo poco. Una di quelle penne che sanno mantenere uno stile in grado di affabulare il lettore anche quando sono alle prese con un testo di saggistica.  Cavazzoni scrive e pubblica dal 1976, e dalla fine degli anni Ottanta a oggi ha sfornato diversi libri, tutti necessari e lavorati con quell’amore per le lettere che ha caratterizzato la piana di Reggio Emilia e Modena come un’area emiliana fertilissima di grandi penne (da Ariosto a Paterlini, passando per Boiardo, Tassoni, Guareschi, Delfini, D’Arzo e Tondelli, solo per citare le maggiori).

Il libro che vi consiglio oggi è dunque Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet, 2009, Euro 12,50, 143 pp.) e se ve ne parlo a distanza di quasi tre anni dalla sua uscita è perché è uno di quei testi senza tempo, che non ci si deve far scappare. Cavazzoni tratta di cosa è l’arte, cosa è la letteratura e cosa è la critica letteraria, ma lo fa in modo arguto e diverso dai soliti sproloqui in cui spesso si avventa la critica letteraria di basso cabotaggio: “Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi […] le sue figure […], con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie (e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?) decreterei che la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo), del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale della letteratura“. (26)

La letteratura come caso particolare del più vasto limbo delle fantasticazioni. La letteratura come qualcosa di molto personale, che non deve rispondere a formule, in grado di rendere emozioni universali partendo dal particolare. Cavazzoni sostiene che l’arte è sempre un tentativo di duplicazione da una soggettiva personale. E per spiegarlo fa l’esempio del pittore che va in campagna a riprodurre una particolare mattina di brina in campagna. Al termine della lunga descrizione su tutto ciò che il pittore necessita e su tutti i dubbi da superare, Cavazzoni conclude: “In verità il pittore, specie se è un pittore anonimo e ignoto, è preso di tanto in tanto dallo spavento del nulla, che tutto corra verso il nulla, lui compreso, il condominio e sua moglie compresi, ma anche purtroppo quella mattina di brina mattutina sulle colline; e lui vorrebbe porci rimedio. Questa faccenda della duplicazione nasce da qui, checché se ne dica.” (67).

E’ proprio così: l’arte nasce dalla voglia di duplicare le cose, di fermare il tempo, di lasciare una traccia, di impedire – puerilmente – che una particolare mattina di brina in campagna passi e venga dimenticata per sempre. Motivo per cui tutti i romanzi hanno un che di autobiografico: il tema scelto dall’autore, anzitutto, ma anche il modo di presentarlo, che fa leva sulla memoria o sul modo di narrare, necessariamente una prospettiva soggettiva.

Sono diversi i passi di Cavazzoni che potrebbero essi messi in cornice: io ho selezionato quella che mi è sembrata una giusta collocazione del peso da riservare alla critica letteraria: “Tutta questa concezione aveva peso sull’apparato di apprezzamento e sull’idea che ci si faceva di un’opera, alimentando la chiacchiera di accoglienza di un’opera; in parte influiva sull’autore, cioè sull’idea che l’autore aveva di sé e del suo lavoro. Ma la produzione di scritture è per fortuna anche in una certa misura indipendente dalla loro teorizzazione.” (44)

Imperdibili anche le pagine sull’intertestualità, che lascio ai lettori scoprire, mentre suonano troppo amare quelle sul mondo editoriale italiano, che a detta di Cavazzoni, “è fatto di ladri, perché ho sentito ripetutamente di gente che ha inviato il suo dattiloscritto […] e se lo è trovato di lì a poco già stampato in vendita in libreria” (69). A nome di tutti gli scriventi e gli scrittori non famosi d’Italia, speriamo che ciò che ha sentito Cavazzoni non corrisponda al vero.