Tondelli e il camp: la caserma frocialista di Pao Pao

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Sia giubilo in tutto il regno e anche in diverse repubbliche, come dice un amico mai stato tanto magro. E’ uscito il mio articolo accademico sull’uso della strategia camp nel romanzo di Tondelli Pao Pao, per la prestigiosa rivista canadese Quaderni d’italianistica. Per leggerne un estratto, potete cliccare qui.

Approfitto per lanciare un sondaggio: quanti di voi hanno letto Pao Pao? E vi è piaciuto o no?

L’arte e la letteratura secondo Cavazzoni

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Quante volte vi siete trovati alle prese con testi astrusi che pretendevano di dare una definizione, una formula, di cosa è l’arte o la letteratura? Cercare di rispondere a simili domande è un po’ come cercare la risposta al “chi siamo, da dove veniamo” ed è sempre più necessario che chi decide di avventurarsi su un simile terreno custodisca non solo contenuti interessanti da comunicare, ma anche una discreta capacità narrativa per farlo.

Ermanno Cavazzoni (Reggio Emilia, 1947) è uno di quegli scrittori italiani di cui si parla troppo poco. Una di quelle penne che sanno mantenere uno stile in grado di affabulare il lettore anche quando sono alle prese con un testo di saggistica.  Cavazzoni scrive e pubblica dal 1976, e dalla fine degli anni Ottanta a oggi ha sfornato diversi libri, tutti necessari e lavorati con quell’amore per le lettere che ha caratterizzato la piana di Reggio Emilia e Modena come un’area emiliana fertilissima di grandi penne (da Ariosto a Paterlini, passando per Boiardo, Tassoni, Guareschi, Delfini, D’Arzo e Tondelli, solo per citare le maggiori).

Il libro che vi consiglio oggi è dunque Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet, 2009, Euro 12,50, 143 pp.) e se ve ne parlo a distanza di quasi tre anni dalla sua uscita è perché è uno di quei testi senza tempo, che non ci si deve far scappare. Cavazzoni tratta di cosa è l’arte, cosa è la letteratura e cosa è la critica letteraria, ma lo fa in modo arguto e diverso dai soliti sproloqui in cui spesso si avventa la critica letteraria di basso cabotaggio: “Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi […] le sue figure […], con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie (e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?) decreterei che la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo), del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale della letteratura“. (26)

La letteratura come caso particolare del più vasto limbo delle fantasticazioni. La letteratura come qualcosa di molto personale, che non deve rispondere a formule, in grado di rendere emozioni universali partendo dal particolare. Cavazzoni sostiene che l’arte è sempre un tentativo di duplicazione da una soggettiva personale. E per spiegarlo fa l’esempio del pittore che va in campagna a riprodurre una particolare mattina di brina in campagna. Al termine della lunga descrizione su tutto ciò che il pittore necessita e su tutti i dubbi da superare, Cavazzoni conclude: “In verità il pittore, specie se è un pittore anonimo e ignoto, è preso di tanto in tanto dallo spavento del nulla, che tutto corra verso il nulla, lui compreso, il condominio e sua moglie compresi, ma anche purtroppo quella mattina di brina mattutina sulle colline; e lui vorrebbe porci rimedio. Questa faccenda della duplicazione nasce da qui, checché se ne dica.” (67).

E’ proprio così: l’arte nasce dalla voglia di duplicare le cose, di fermare il tempo, di lasciare una traccia, di impedire – puerilmente – che una particolare mattina di brina in campagna passi e venga dimenticata per sempre. Motivo per cui tutti i romanzi hanno un che di autobiografico: il tema scelto dall’autore, anzitutto, ma anche il modo di presentarlo, che fa leva sulla memoria o sul modo di narrare, necessariamente una prospettiva soggettiva.

Sono diversi i passi di Cavazzoni che potrebbero essi messi in cornice: io ho selezionato quella che mi è sembrata una giusta collocazione del peso da riservare alla critica letteraria: “Tutta questa concezione aveva peso sull’apparato di apprezzamento e sull’idea che ci si faceva di un’opera, alimentando la chiacchiera di accoglienza di un’opera; in parte influiva sull’autore, cioè sull’idea che l’autore aveva di sé e del suo lavoro. Ma la produzione di scritture è per fortuna anche in una certa misura indipendente dalla loro teorizzazione.” (44)

Imperdibili anche le pagine sull’intertestualità, che lascio ai lettori scoprire, mentre suonano troppo amare quelle sul mondo editoriale italiano, che a detta di Cavazzoni, “è fatto di ladri, perché ho sentito ripetutamente di gente che ha inviato il suo dattiloscritto […] e se lo è trovato di lì a poco già stampato in vendita in libreria” (69). A nome di tutti gli scriventi e gli scrittori non famosi d’Italia, speriamo che ciò che ha sentito Cavazzoni non corrisponda al vero.

Camp, una recensione

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Cos’è il camp? Si potrebbe scrivere per ore nel tentativo di darvi una definizione compendiosa e completa di un fenomeno culturale che fa di tutto per non essere riducibile a una definizione compendiosa e completa. E allora, tra le varie definizioni convincenti, pesco quella di Mark Booth:

“To be camp is to present oneself as being committed to the marginal with a commitment greater than the marginal merits”

Un’altra caratteristica del camp è stata data da Susan Sontag (diverse le sue definizioni non condivisibili sul camp, ma questa fa significativa eccezione):

“The whole point of camp is to dethrone the serious. Camp is playful, antiserious. More precisely, camp involves a new, more complex relation to ‘the serious’. One can be serious about the frivolous, frivolous about the serious.

E se vogliamo creare un esempio nostro, pensiamo a ciò che molti critici indicano come l’icona del camp: una drag queen durante un suo show. La drag queen è, di solito, un uomo travestito da donna in un modo volutamente esagerato ed eccessivo, al fine di essere scambiato per donna a un primo sguardo, e riconosciuto come “uomo-travestito-da-donna” almeno a un secondo sguardo; quando una drag queen è sul palco (di solito di un locale glbt), intrattiene il suo pubblico (di solito in maggioranza glbt) offrendo battute che pescano nell’autoironia, nell’ironia, nel sarcasmo, raramente nel comico e nel grottesco. Queste battute sono pensate per far ridere il pubblico di sé, dell’omofobia, degli omofobi, del presente, della situazione politica e, perché no, anche della drag queen stessa. Tutto ciò ha, a mio modo di vedere, una chiara venatura d’impegno, perché lo scopo ultimo è di allietare una serata presso persone che, spesso, sono soggette a discriminazioni socio-politiche (o almeno così era negli anni Settanta negli USA, quando il fenomeno camp si è venuto identificando, e così com’è ancora oggi in Italia e in Medio Oriente).

Fabio Cleto mette insieme una vera e propria bibbia sul camp, un’antologia dove è possibile trovare tutti gli interventi più interessanti su questa branca dell’estetica queer. La quinta stella non scende solo perché speravo di trovare un brano anche di Moe Meyer, autore di “The Politics and Poetics of Camp”, che immagino sia in netto contrasto con le famose “Notes on Camp” di Susan Sontag, mentre invece l’ottimo Cleto riassume solo nella (bellissima e utilissima) introduzione iniziale il suo punto di vista.

In ogni caso, davvero un ottimo volume. Consiglio in particolare la lettura dei contributi selezionati da Isherwood, Sontag, Booth, Newton, Babuscio, Sedgwick, Ross e Butler.

Per chi non legge l’inglese (però ragazzi, non è lo swahili) consiglio anche i due volumi sempre curati da Fabio Cleto per la Marcos y Marcos, intitolati semplicemente “Camp”. Si trovano tradotti in italiano i più importanti contributi di questo reader, più altre chicche assolute, come un articolo di Gregory Woods sul camp italiano e un intervento di due dei miei critici preferiti, Giulio Iacoli e Massimo Fusillo, su “Camp e nuove situazioni picaresche”.