Piccoli maccartisti veneti crescono: l’indice dei libri

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Una famosissima vignetta di Herblock, l'inventore del termine "maccartismo".

Il ciclo reazionario in cui è crollata l’Italia nell’ultimo decennio sta toccando in questi giorni un nuovo, interessante punto di cloaca maxima nell’iniziativa dell’assessore alla Cultura [sic] della Provincia di Venezia, l’ex missino oggi berlusconiano Raffaele Speranzon (questa la sua email: info@speranzon.it). Speranzon, classe 1971, testimonia che si può essere giovani e avere idee alto-medievali in serena tranquillità.

L’assessore, applicando un precedente apprezzato durante il Nazismo e il Maccartismo, ha pensato bene, aiutato dal suo collega Paride Costa (questa la sua email: costa@pdlmartellago.it *), di intimare alle biblioteche pubbliche di togliere i libri di un nutritissimo gruppo di scrittori italiani, “rei” di aver firmato un manifesto in solidarietà di Cesare Battisti. Non basta: questi scrittori devono anche essere nominati “persona non grata” e quindi espulsi dai cicli delle presentazioni organizzate dagli enti pubblici. I bibliotecari che non sottostaranno a questo diktat, “se ne assumeranno le responsabilità”. Cosa che fa presuppore punizioni amministrative, tipo congelamento di fondi, o magari ritorsioni più pesanti, chissà, magari anche corporali: una bella gogna, per dire, ci farebbe la sua porca figura, in tutto ciò.

Non starò qui a parlare del “caso Battisti”: non ho firmato quel manifesto perché non credo che il suo comportamento sia eticamente accettabile. Sono però certo che l’on. Stracquadanio, il signor Fabrizio Rondolino e con loro molti berlusconiani, non potranno non apprezzare l’analogia fra Cesare Battisti e Silvio Berlusconi, entrambi impegnati da moltissimi anni a difendersi DAI processi anziché NEI processi. Battisti lo ha fatto in un modo classico e d’antan: fuggendo all’estero e divenendo latitante, roba da vecchi romantici analogici. Berlusconi ha invece escogitato un sistema più originale ma non per questo inedito: è diventato parlamentare e poi si è impossessato del Paese, facendo votare dal Parlamento una messe di leggi ad personam che gli hanno assicurato, fino a oggi, la prescrizione o l’annullamento di tutti i suoi processi.

Il punto che qui si dibatte è ovviamente un altro: è assolutamente inaccettabile per qualunque società moderna che si stilino delle liste nere – oggi fra gli scrittori, domani si vedrà – per punire chi ha osato esprimere un’opinione che non si condivide.

Nello scorso secolo, l’ultimo che impose una “ripulitura” degli scaffali delle biblioteche fu il senatore statunitense Joe McCarthy. Anzi, per essere precisi visto che su di lui ho scritto due saggi, furono quei politicanti locali dello Stato dell’Indiana, e quegli inservienti di biblioteche più realisti del re che, per fare bella figura agli occhi del senatore e del nuovo clima di caccia alle streghe che si era creato lungo il maccartismo, cominciarono a togliere dagli scaffali quei volumi che avevano “chiaramente” un profilo eversivo e comunista. Si cominciò con Robin Hood, chiaro esempio di proto-comunismo dove un individuo – probabilmente un terrorista – rubava ai ricchi per dare ai poveri, ma alla fine si toccarono anche libri nei quali il messaggio era più, come dire, criptico, e richiedeva un grado più sottile di comprensione letteraria: penso a Little Red Riding Hood, vale a dire Cappuccetto Rosso, che aveva tradito la sua appartenenza alla Terza Internazionale per una banale questione cromatica (o forse era l’idea dello Hood che incuteva timore, considerati i titoli dei due libri).

La malattia toccò anche altre vette, costringendo delle squadre sportive a cambiare di nome: i Cincinnati Reds divennero Cincinnati Redlegs, tanto per evitare di essere confusi con gli altri rossi, quelli cattivi.

A Venezia siamo, nel 2011, in un clima analogo. Non credo sia il caso di attendere che emergano anche in Italia i servi sciocchi che si comportino come i politicanti e i bibliotecari dell’Indiana del maccartismo. E’ invece il caso di cominciare ad alzare la voce a livello nazionale e internazionale, per far sentire questo microbo di assessore alla Cultura ciò che è: un fascista indegno. E ottenerne, almeno, le dimissioni.

Dell’argomento ha parlato anche il collettivo Wu Ming, che ha anche provveduto un parziale elenco dei nomi degli scrittori nel mirino dell’assessore Speranzon: Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari e molti altri.

*= Ho scritto a Paride Costa chiedendogli di ritirare il provvedimento e ha risposto “Non vedo il motivo di ritirare l’iniziativa, solo perché me lo chiede lei. Saluti”. Forse è il caso di scrivergli tutti?

Sulla crisi de Il Post

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Notizie interessanti vengono fuori dal fruttuoso scambio di commenti (siamo prossimi ai 100) che un manipolo di validerrimi anellidi ha creato qui. Si tratta di argomenti diversi, e nessuno mi pare andare decisamente OT. Si parte da un’analisi sull’effetto positivo di Di Pietro presso l’elettorato piddino, al perché invece alcuni piddini lo annoverano tra i fenomeni del berlusconismo, al perché al Post non fanno sostanzialmente altro che sparargli contro (in realtà non è vero: al Post sparano contro Beppe Grillo, Antonio Di Pietro, Marco Travaglio, i comunisti, i Verdi e chiunque sia nel centro-sinistra, incluso un pochino di critica verso il PD, financo, ma pochino eh, che non si metta a rischio l’inserimento in alto in lista).

E fra gli altri temi, si parla dei motivi per cui il “giornale” di “Francesco-la-sacrosanta-libertà diopinione-vuol dire-bannare-icommentatori-sgraditi-Costa” è in crisi di click. Sembra siano solo 15.000 utenti unici al giorno, secondo quanto riportato da Cablogrammi, di Massimo Russo. Considerata la politica di censura adottata da “Francesco-la-sacrosanta-libertà diopinione-vuol dire-bannare-icommentatori-sgraditi-Costa”, ci sembra un declino inevitabile. Chi pensa di fare informazione su Internet censurando non già i troll, ma quei commentatori che portano valide riflessioni alla discussione, anche in grado di mettere all’angolo il blogger padrone di casa, non ha compreso cosa sia l’informazione su Internet.

Su Aldo Busi e la libertà di parola

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Questo post necessita di una premessa: stimo molto Aldo Busi come intellettuale, meno come scrittore, ma ne riconosco un valore oggettivo, che va al di là del fatto che a me, soggettivamente, i libri suoi che ho provato a leggere non mi abbiano coinvolto. Busi è senza dubbio un intellettuale di grande rilievo, un uomo profondamente intelligente, e un provocatore nato. Il massimo lo raggiunge quando sostiene una cosa ovvia, che però non si deve dire in pubblico: che anche i bambini, sin da piccoli, hanno una loro sessualità. Busi lo fa ricordando i suoi impulsi e desideri sessuali di cinquenne, e la cosa è sufficiente per farlo bollare dai soliti bigotti come “pedofilo”, un po’ come i soliti bigotti facevano anche con Pasolini (quando invece il regista era un pederasta, e la differenza non è da poco). Da un punto di vista meramente politico, poi, stimo Aldo Busi perché è uno dei pochissimi gay di fama nazionale che partecipa ai Gay Pride, con grande umiltà e semplicità, spiegando: Sono qui perché è giusto, perché condivido questa, che è una manifestazione politica per chiedere maggiori diritti civili. Non virgoletto, ma è il succo di ciò che gli sentii dire in tv.

Detto questo. Ho criticato a mio tempo Aldo Busi quando fece la scempiaggine di decidere di partecipare a un reality. Dissi: l’intellettuale che ha bisogno di inseguire la popolarità andando a un reality in tv, abdica al ruolo di intellettuale. Ora se ne va via, cercando, io credo, anche l’effetto mediatico, dicendo cose ultra-condivisibili, ma non dimentichiamoci MAI il contesto nel quale le dice. Se lo è scelto lui e ha fatto molto male. Cosa pensava di fare, di educare le masse partecipando all’Isola del famosi? Per favore. Si rimetta a scrivere libri, che è attività più dignitosa e a lui più consona, che partecipare ai reality di Simona Ventura.

Va da sé, che nel momento in cui Aldo Busi in tv esprime la sua opinione sugli omofobi o sul papa cattolico, ha diritto a farlo, a prescindere dal contesto in cui lo fa. Le cose che ha detto Busi sul papa e sugli omofobi sono pensate, io credo, dalla maggioranza anche degli italiani, e di certo dalla grande maggioranza degli occidentali. Il commento migliore all’intera vicenda credo sia quello di Nicoletti su La Stampa.

Aggiornamento: Intanto, nelle stesse ore, succede questo a Franco Grillini. Solidarietà e amicizia a Franco.