Lettera a un pischello suicida

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Beh insomma, non siamo–non sono–riuscito a raggiungerti.

Non siamo–non sono–riuscito ad arrivare alla tua capoccetta e alle tue mani belle agili, con la pelle che puzza ancora di latte e seghe, le unghie smozzicate, prima che ci arrivasse l’infamia di questo Belpaese omofobico e razzista. Tipo che ti sei ucciso venti ore fa, e io l’ho saputo addirittura con un giorno intero di ritardo, leggendo su Facebook lo stato di altri dieci o cento contatti che riportavano la notizia del tuo volo dal terrazzo condominiale di una periferia romana brutta a cominciare dal nome, a Torraccia. Là dove quello che conta davvero per “stare in comitiva” è l’ultimo modello di smart phone, lo scooter alla moda col motore rifatto, il jeans di marca e magari, chessò, il cappelletto della Ferrari originale da 30 euro. Così è successo che hai combinato er macello: giù dal balcone, stroncando una vita non finita, quasi nemmeno iniziata. Ti sei ucciso per di più chiedendo scusa. Scusa di te, del frocio che sei mentre lo scrivevi, del frocio che eri dopo che t’eri buttato di sotto. Ci pensi? Ammazzarsi chiedendo scusa. Pare una figura retorica da manuale di critica letteraria: un ossimoro, una contradicto in adiecto. Ti sei spappolato sul selciato, fra le altalene e lo scivolo, per far vedere a tutti che il coraggio non ti mancava, forse, ma soprattutto perché non ne potevi più di giocare al sorcio con tutti questi gatti sadici intorno. Stanco di fare quello che deve smentire, negare, allontanare da sé il sospetto, dissimulare. Che deve andare in palestra, che deve giocare a calcio, che deve saper controllare un corpo che gioisce e si esprime un po’ a cazzo, come sacrosanto a 14 anni, in modo meraviglioso quanto inopportuno.

Ebbè, vedi. Quando pischelli come te decidono di farla finita per i motivi che tu hai spiegato, siamo alla fine noi che abbiamo – tutti – fallito. Sì, ok, lo Stato. La Scuola. La società. La famiglia. Come no. Ma soprattutto noi che abbiamo fatto o che facciamo politica, anzitutto: dal Parlamento all’ultimo dei consigli rionali. Con le nostre battaglie e i nostri perfettamente inutili compromessi. I nostri bicchieri mezzi pieni. Il nostro procedere per piccoli passi. Non siamo stati in grado di costruire un Paese appena appena decente. Dove sia possibile, chessò, essere negri e non vedersi buttare addosso delle banane per esprimere un dissenso, o dove sia possibile essere negri e non morire su una spiaggia italiana, a coronamento del sogno e del bisogno di una vita. Dove sia possibile essere donne e non crepare a picconate in testa per mano dell’uomo appena mollato. Dove sia possibile perfino essere froci, o bisessuali, o traveste, o transessuali e campare se non proprio belli felici, almeno sereni, anche in una periferia di cemento e merda come Torraccia. Abbiamo fallito anche noi che abbiamo costruito la cosiddetta comunità GLBT. Perché le nostre chiassose e divisissime associazioni hanno saputo a mala pena aprire delle riserve indiane, chiamarle appunto “villaggio” però in inglese che è la lingua cool, e dimenticarsi dei luoghi della realtà. Dimenticare Torraccia, prima ancora che Venezia.

E infine, caro il mio pischello 14enne–che ancora non mi è chiaro se potevi essere ancora mio fratello minore, o se forse non saresti potuto già essere un mio figlio–abbiamo fallito noi che scriviamo. Noi che pubblichiamo libri, riviste, articoli, post nei blog, saggi accademici. Noi che dipingiamo bellissimi quadri. Noi che infiocchettiamo brutte rime. Noi che scribacchiamo canzoni o canzonette o, quando va male, programmi per la radio-tv. Noi che inventiamo storie, trame e personaggi. Noi, il mondo degli scriventi, quelli con la tastiera cieca. Quelli che si sono presi, come incarico individuale, il compito difficile di raccontare di altri mondi veri o di finzione, più belli e felici di tutte le Torracce di Roma e d’Italia. Mondi che sono il mantello dei superpoteri dei pischelli come te. Noi, tutti insieme, con tutto il nostro verboso universo di letterine nere su bianco, non siamo riusciti a raggiungerti e irretirti prima di quel terrazzo condominiale con le nostre storie sciocche e romantiche, ma tanto utili, a volte. Tutto il nostro senso dell’umorismo, tutto il nostro cinismo in dosi curative, la nostra piccola fiammella di un mondo appena appena decente dietro l’angolo non sono serviti ad afferrarti per un braccio, a dirti: “Ma piantala, pisché”. A tratteggiarti un mondo dove si possa essere adolescenti e finocchi a testa alta, o per lo meno sapendo bene in quale libro infilare la capoccia quando–fuori, per strada–non sembra far altro che piovere timore e amarezza.

La vediamo, sai, la vertigine di quella tua ultima visuale. Il vento caldo, la strizza nello stomaco. La disperazione. Il senso di totale inutilità. La voglia di lasciarsi andare a riempire quell’abisso. Ci siamo passati sai, chi più, chi meno. E anziché di lasciarci cadere, abbiamo cominciato a scrivere. Per salvare noi stessi. Per salvare te. Per dare un senso, per offrire uno spiraglio. Perché uno spiraglio c’è, sempre. E chi mette le mani in faccia al vuoto intorno se lo deve ricordare. Salvati scrivi leggi esci incontra chiedi chatta telefona messaggia abbraccia bacia e lasciati abbracciare. Respira, lotta, vivi.