Ecco perché mi è difficile recensire i libri di Balzerani

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Una versione più breve di questa recensione è stata pubblicata sul blog de Il Fatto Quotidano. Qui l’ur-testo.

Aldo; Antonio; Domenico; Ezio; Francesco; Girolamo; Giulio; Giuseppe; Lando; Michele; Oreste; Raffaele; Roberto; Rocco. Sono i nomi di battesimo di alcune delle vittime dirette o indirette di Barbara Balzerani, membro delle Brigate Rosse dal 1975, arrestata il 19 giugno 1985, condannata a sei ergastoli e messa in libertà dopo 21 anni di carcere e 5 di semi-libertà, nel 2011. Compagna luna; Perché io, perché non tu; Cronaca di un’attesa; Lascia che il mare entri. Sono i titoli dei libri di Barbara Balzerani pubblicati da DeriveApprodi fra il 1998 e il 2014. Libri di poche pagine, ma non per questo con un contenuto leggero o inane.

È difficile recensire Barbara Balzerani. Perché la prima domanda che ci si deve porre è: chi è Barbara Balzerani? Semplicemente una scrittrice, come alcuni giornalisti disinformati credono? Un’assassina, come sostengono i familiari delle sue vittime? Balzerani è una brigatista rossa che ha ucciso più volte e ha preso due lauree: una prima di essere arrestata in Filosofia, e una durante la carcerazione, in Antropologia. Una donna “che racconta storie attraverso parole scritte”, come lei si è definita. Una terrorista che non si è né pentita né dissociata dalla lotta armata. La Prima sezione penale della Cassazione le ha concesso la libertà condizionata e poi la scarcerazione spiegando che “sebbene non pentita”, si era “ravveduta” intraprendendo un percorso di reinserimento sociale “costruttivo” e “concreto”. Per me la Legge Gozzini – il più famoso dei provvedimenti che trasformano il “fine pena: mai” in sanzioni più umane, fino alla scarcerazione per buona condotta – è un simbolo di profonda civiltà. Devo dire però che quando la scarcerazione completa è concessa per chiunque sia stato condannato a più di un ergastolo, e senza nemmeno dissociarsi, sento un senso di ingiustizia.

Capite perché è difficile recensire Balzerani? Perché è molto probabile che queste pubblicazioni siano arrivate solo poiché l’autrice ha avuto la biografia che ha avuto. E se è così, diventa impossibile non giudicare la pagina scritta assieme alla penna che l’ha vergata. Qui ho deciso di assumere un atteggiamento olistico: recensire i libri della scrittrice Barbara Balzerani, terrorista rossa non pentita e non dissociata. Anzitutto, sbugiardiamo l’editore: la dicitura “romanzo” in calce alla copertina è puro surrealismo. Questi di certo non sono romanzi. L’attributo è dato per basse (e capitalistiche, “compagna” Barbara) ragioni di marketing: si vendono più i romanzi che i testi di memorialistica. Tuttavia per la categoria narrativa manca un quid essenziale: la finzione. Manca anche l’intreccio narrativo. E mancano i personaggi. Sono tutti ricalcati dalla realtà. Le invenzioni, se ci sono, sono ridotte al minimo. Per paradosso, questo fatto rende i libri di Balzerani più interessanti che non se fossero stati dei romanzi.

Il primo libro, Compagna luna, è il più famoso. Pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1998 nella collana di saggistica “Serie bianca”, è stato al centro di una famosa polemica fra autori della casa di Milano, soprattutto fra Antonio Tabucchi ed Erri De Luca. Il primo lo stroncò, con recensioni dure su stile, lingua e contenuto: “Un kitsch che ricorda la propaganda di Hoxha e i sentimenti di Sanremo. […] Meglio il silenzio se non si ha il coraggio di affrontare i nodi profondi”. Stroncò soprattutto la sua autrice, comunicando alla Feltrinelli un aut-aut: o pubblicate me, o pubblicate lei. Il secondo, De Luca, prese le difese di Compagnia luna basandosi su questioni biografiche più che stilistiche o formali (“Il professore e la detenuta” Il Manifesto, 14 luglio 1998). La fine è nota: Balzerani ceduta alla più piccola DeriveApprodi e Tabucchi purtroppo deceduto, ma sempre autore Feltrinelli.

Compagna luna è un testo scritto attingendo da due calamai che mal si mischiano: l’ideologia e la lirica. È un libro urticante e vivace, che si alimenta di una nitida schizofrenia. Questa è visibile sin nella grafica con un alternarsi continuo di testo in tondo e in corsivo. Col tondo l’autrice narra di sé in terza persona, guardandosi dall’esterno. In corsivo la scrittrice narra di sé in prima persona, guardandosi dal di dentro. Si vorrebbe poter dire che la visione dall’esterno in terza simboleggia una presa di distanza di Balzerani d’oggi verso Balzerani di ieri. Non è così.

Nella nuova edizione 2013 DeriveApprodi, l’autrice aggiunge una prefazione in cui dichiara: “Queste pagine sono il racconto dell’inizio di un viaggio di ritorno tra le schegge di uno specchio andato in pezzi, riflessi di una vita frantumata. La fotografia di uno stato di solitudine per la scomparsa di un mondo di relazioni. […] Una dichiarazione di amore testardo a difesa di una memoria partigiana.” E qui iniziano già i dolori, per l’uso di quell’espressione, “memoria partigiana”, che l’autrice non adopera a caso. Qui sorge, per me, il primo di tanti no. Perché l’operato dei brigatisti rossi fu una vacua follia assoluta: la convinzione di poter realizzare la rivoluzione comunista in Italia, attraverso una lotta armata che incluse l’uccisione mirata di uomini dello Stato democratico. Qui un elenco parziale delle vittime. La lotta partigiana fu il tentativo di opporsi a un’invasione armata da parte di un alleato del regime autoritario in via di rovesciamento e dei suoi irriducibili accoliti fascisti. Un’errata e imbecille utopia, quella dei brigatisti rossi; un formidabile tentativo di giustizia e libertà, quello dei partigiani. Fenomeni divisi nel contenuto e nell’esito finale. Balzerani continua: “Questa non è la storia delle Brigate Rosse. Non potrei essere io a farla. È solo una parte di quanto ho vissuto e di come. È il risultato dei miei interrogativi più urgenti. È la richiesta di aiuto per provare a scioglierli. È la speranza che si possa infine farla quella storia.

E allora analizziamo la richiesta d’aiuto. Uno dei problemi che emergono da Compagna luna è che se dovessi cercare un titolo alternativo, mi verrebbe in mente Barbara odia tutti. Perché dei quattro agili volumi, questo è quello in cui è più palpabile la rabbia dell’autrice. Barbara odia anzitutto i terroristi pentiti (rei della “infamia dei traditori” p. 96) che hanno contribuito con la loro collaborazione al suo arresto. Poi odia i politici (77), i giudici (54), i giornalisti (89), i poliziotti che secondo lei furono responsabili dello stato delle cose dell’Italia degli anni Settanta. E odia gli americani (86), le donne, le femministe (60), gli scrittori come Tabucchi (10) che s’azzardano ad andarle contro, e i cineasti come Calopresti che provano a far cinema sulla storia di una ex brigatista in La seconda volta (128). Odia la polizia penitenziaria (114). Barbara odia il padre, colpevole di essere troppo un uomo del suo tempo, e di avere in buona considerazione Mussolini (44). Barbara odia almeno un po’ anche la madre (59), anche lei troppo donna della sua epoca, operaia che ha accettato di mangiare alla mensa dei padroni anziché ribellarsi. Non una riflessione sul fatto che la famiglia Balzerani è passata nel giro di tre generazioni dalla servitù della gleba veneta, al lavoro in fabbrica, all’essere studentesse di Filosofia alla Sapienza di Roma, il tutto nell’arco di quel vero miracolo dello Stato italiano contro cui Barbara ha imbracciato il mitra. Va detto che nei libri successivi questo odio si stempera. Va detto che Balzerani, soprattutto in Lascia che il mare entri, il testo più elegante e poetico, recupera almeno il rapporto con gli avi. E tuttavia il problema principale per me è che la lotta armata in Compagna luna, ma anche in Perché io, perché non tu e nell’assai peggiore, slegato e più gratuito Cronaca di un’attesa è ancora presentata sotto una chiave di giustezza, di lealtà del principio, persino di utilità. È questa, l’utilità, la cosa che sorprende di più. Balzerani pare pensare di aver fatto bene ad aver agito come ha agito. Manca, del tutto, qualunque capacità di empatia verso le vittime o i familiari delle vittime. Perché questa è la lezione poetica data da queste pagine, in certe parti anche artisticamente piacevoli: la follia ideologica esiste, e pensa pure di avere ragione.

Luca Tarantelli e la forza della scrittura

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copj170.aspRigore scientifico. Ricerca storica. Passione. Armonia. Sentimento. Sono queste le folgoranti qualità del saggio Il sogno che uccise mio padre. Storia di Ezio Tarantelli che voleva lavoro per tutti (Rizzoli 2013, 18 euro, 274 pp.) scritto dal figlio Luca, a 28 anni di distanza dall’assassinio a opera delle Brigate Rosse nel parcheggio della Facoltà di Economia dell’Università “Sapienza” di Roma, il 27 marzo 1985.

Luca Tarantelli riesce nell’aspetto più difficile: unire il racconto storico a quello privato, ma senza uscire dai margini della ricostruzione scientifica. “Mio padre però non c’era più: era stato sostituito da una narrativa pubblica che lo presentava come un un eroe […] Così, nemmeno il dolore fu più mio: la sua morte era diventata una questione di Stato […] e questo mi espropriò della possibilità di elaborare il lutto. […] Quei diciassette proiettili conficcati nel suo torace rendevano la sua morte un evento intenzionale, un dolore provocato espressamente […] Non è la stessa cosa la perdita di un padre in un incidente, o per una malattia, piuttosto che per un omicidio.” L’autore, usando il portentoso strumento della scrittura e mettendo a frutto quelli che si percepiscono come anni di terapia dolce e intelligente, in queste pagine riesce finalmente a elaborare il lutto e a trovare la serenità di mettere insieme un testo che dovrebbe essere fatto leggere nelle scuole.

Tre anni di lavoro duro e doloroso, ma necessario per ricostruire anzitutto una cornice su almeno quattro livelli. Il primo livello è quello della cornice storica di un’Italia spaccata fra rossi e neri uniti solo dalla P38. Il secondo livello è quello della ricostruzione – in un linguaggio piano e umanistico – delle delle intuizioni economiche spesso geniali di Ezio Tarantelli. Il terzo livello è quello della cornice personale, ricavata dal figlio attraverso una attenta e ponderata selezione di interviste ad amici, colleghi, studenti e parenti di Ezio. Impressionante la lista di personalità oggi famose a livello internazionale che hanno avuto a che fare con l’economista romano: da Carlo Azeglio Ciampi, che cura un’affettousa prefazione, a Guido Carli, dal Nobel Franco Modigliani ad Aris Accornero, solo per citarne alcuni.

La quarta cornice è relativa alla dinamica dell’assassinio, che come mi ha confermato l’autore in un breve incontro romano “Non è e non vuole essere il centro della storia“. Luca me lo spiega con una metafora calcistica, e anche nella scelta di questo parallelo popolare viene fuori tutta la sua dolcezza e il suo desiderio di essere comprensibile a un pubblico il più vasto possibile: “E’ come se in una partita di calcio sul 4 a 3, a venti minuti dalla fine, entra un giocatore avversario che in tackle spezza le gambe a un giocatore della tua squadra. Lo racconti, certo, ma racconti anche ciò che è successo nei settanta minuti precedenti: quella è la partita.” Molto bello anche l’intreccio con quel po’ di autobiografia che Luca dischiude, fra macro e microstoria, mettendo in parallelo gli eventi della storia d’Italia con la sua esperienza di studente del liceo Tasso di Roma negli anni Novanta.

In questo saggio l’autore ci prende per mano e ci fa conoscere suo papà – chiamato così per la prima volta solo a pagina 236; prima si riferisce a lui come “Ezio”, “Tarantelli”, “l’economista romano”, e molto più raramente, “mio padre”. Ne vien fuori un uomo anzitutto sorridente, ottimista, brillantissimo studente e poi ricercatore di Econometria nelle due Cambridge, un marito innamorato della sua bella moglie, con un’automobile lurida e scassata, un papà amorevole, che sgonfia gradualmente i braccioli del figlio piccolo per insegnargli a nuotare senza dargli l’ansia del fatto che si compie. Luca, di questo papà così bello, non ne fa però un’apologia. Tratteggia in modo netto i difetti dell’uomo pubblico: un impolitico, anche molto ingenuo, sicuro di doversi esporre sulla stampa, in tempi politici che puzzavano di polvere da sparo, perché “la gente ha bisogno di capire“.

Ezio vedrà invece le sue idee distorte e usate da una classe politica (soprattutto del Pci, il partito che pure Tarantelli votava) e sindacale (la Cgil) non in grado o addirittura nolente di seguire le sue intenzioni. Il suo “sogno”, che gli causerà quelle 17 pallottole in petto, rimane tale: irrealizato, distorto. Ezio, come spiega Accornero, voleva “alleggerire il peso della scala mobile […] nella prospettiva però di restituire ai lavoratori quel che era stato loro levato, qualora non si registrasse un aumento dell’occupazione.” (182). Il punto centrale era che Tarantelli voleva legare gli scatti trimestrali della scala mobile non più ai dati del passato dell’inflazione, ma a quelli previsti per il futuro: un concetto che avrebbe messo nelle mani del sindacato la possibilità di determinare la politica economica dello Stato.

Col senno di poi sappiamo che Ezio Tarantelli aveva visto giusto. I problemi da lui indicati, e che voleva evitare, si sono puntualmente verificati e poi accentuati, dal “salto generazionale” al problema dei salari. Uno dei tanti treni persi dal sistema Italia. Nel sangue.

Uscito anche su Il Fatto Quotidiano.