Grazie Roma…

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5246_10151431778785718_1220148224_n“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza i municipi, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Firmato Marino.”

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Esseri messi malissimo

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Insomma oggi passeggiavo per le strade del Trieste e m’imbatto nei seguenti manifesti elettorali:

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Vabbè, qualità della foto a parte (e se vedeste il mio clavicembalo telefonico, c’è da stupirsi che possa far foto e addirittura mandare file per bluetooh), io direi che quando un partito è costretto a usare il nome del Presidente della Regione del partito avversario per invitare i propri elettori a votare Alemanno, sta messo malissimo. Poi mi verranno a spiegare che c’è un omonimo di Nicola Zingaretti nelle liste per Alemanno sindaco e che DI CERTO non si riferivano al Presidente della Regione, e tuttavia… lascio a voi il giudizio.

Diciamo che fanno il paio con i manifesti con la foto del cane che recitano “Per Marino questa è una cavia, per Alemanno è una vita”.

Due a zero e palla al centro, via.

Neve, il minimo della decenza (in millimetri)

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Romani, tirate fuori le pale e liberate la città!” così ha detto il sindaco Alemanno dopo l’eccezionale nevicata del 3-4 febbraio. Viene il sospetto che il temporaneo sindaco della Capitale volesse dire “le p-a-l-l-e“, perché a naso quanti saranno i romani provvisti di pale antineve a casa, secondo voi? Con quella piccola aggiunta di consonante in più, in effetti l’esortazione del sindaco ha tutt’un altro sapore, perfettamente in linea con ciò che si aspetta la classe dirigente capitolina dal popolo romano dinanzi a una nevicata in febbraio, un evento naturale che solo a Roma può diventare roba da interessare la Protezione civile, scomodare termini inappropriati quali “calamità naturale” (e che è successo, un terremoto con maremoto stile Messina 1908? No, peggio: è nevicato in febbraio) e da paralizzare la città (chiusura dell’aeroporto di Fiumicino, blocco dei treni, scuole, uffici pubblici, mezzo coprifuoco in centro, periferie isolate, trasporti pubblici bloccati, negozi chiusi con lunghe file di cittadini dinanzi ai pochi esercizi aperti: manco ai tempi della guerra).

La dichiarazione di Alemanno fa il paio con quella del – si fa per dire, siate clementi – onorevole Maurizio Gasparri, il quale ha trovato il responsabile del caos totale in cui è piombata la capitale del settimo paese più industrializzato (?): “l’emergenza neve è colpa del Tg3, se ne occupi la Vigilanza” cito testuale dal Facebook dell’onorevole Flavia Perina, che aggiunge un suo commento alla dichiarazione gasparriana: “Questi so’ matti.” Relata refero, beninteso, anche se in effetti nel nome di Bianca Berlinguer i più acuti potrebbero leggere, tra le righe, una qual certa responsabilità della nevicata.

Così, mentre Alemanno e Gasparri magari s’incontreranno (sarà necessaria una Commissione d’inchiesta? Può essere) per un adeguato ripasso delle tabelle di comparazione fra millimetri (di acqua) e centimetri (di neve), giugendo a delle scoperte inebrianti sulla quantità di neve che il Capo della Protezione civile Gabrielli aveva preannunciato sarebbero caduti sulla città, io me la voglio prendere per una volta contro quei lettori del mio precedente post, che forse cercando di difendere il glorioso operato del sindaco Alemanno (vedere a riguardo il bellissimo finto Cinegiornale Luce del 2010, in calce, a testimonianza che poi le nevicate di febbraio non sono cosa così inaudita a Roma), si sono messi a parafrasare quanto avevo scritto ieri.

Il mio parallelo fra come Toronto e Roma affrontano una forte nevicata, infatti, non aveva il fine di dire: così facciamo a Toronto, così dovreste fare a Roma. L’articolo, esplicitamente, diceva che nessuno immaginava di fare un paragone sulla quantità di risorse che le due città possono mettere sul piatto per contrastare la neve. Si diceva: questo è l’optimum di Toronto, città maggiore della sesta potenza industriale, in grado di stanziare fino a 55 milioni di dollari annui per rendersi praticabile durante l’inverno. Possibile mai che a Roma, dove certo nevica molto meno di frequente, ci si debba arrendere alla paralisi completa della città e delle sue attività industriali e lavorative sia quando nevica che quando piove? Perché quello che si contesta in questi articoli non è solo la mancanza totale di organizzazione del Comune per fronteggiare una forte nevicata in febbraio. Si contesta la completa impreparazione a tenere Roma città aperta sia quando piove molto che quando nevica un po’. E’ questo il nocciolo. Alemanno, con le sue esortazioni a tirar fuori “le pale”, sta facendo passare Roma dal neorealismo al surrealismo.

Un velo pietoso, infine, su quei lettori che hanno espresso pareri del tipo “Se nevica e prendi l’auto, te la vai a cercare” o, ancora peggio, “Se sei debole, zoppetto o anziano è ovvio che te ne stai a casa”. Cari signori, vi ricordo che la maggior parte della gente che prende l’auto lo fa per necessità o per lavoro, non per mero divertimento personale. Ecco perché questo capita anche quando è nevicato. E ricordo anche che i tempi dell’eugenetica nazistoide sono finiti, e che fra i doveri di un’amministrazione comunale c’è – sissignori – anche quello di garantire l’agibilità e il trasporto a tutti i cittadini che desiderano uscire di casa, proprio a cominciare da quelli più deboli, “zoppetti o anziani” o magari in sedia a rotelle, aggiungo io. Certe luminosità andatevele a scrivere nei vostri blog, grazie.

L’Europride offende Giovanardi, non Alemanno

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Vi ricordate il “Purtroppo c’è la Costituzione” di Giuliano Amato ai tempi del World Gay Pride del 2000 a Roma? A distanza di undici anni da quell’evento che suscitò le polemiche dimostratesi poi infondate dei clericali e del Vaticano, la capitale d’Italia si prepara – sempre complice la Costituzione – a ospitare l’Europride. Si tratta stavolta di una kermesse politica di 12 giorni (dal 1° al 12 giugno) in cui i diritti civili delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender verranno messi al centro da parte di scrittori, intellettuali, politici, militanti, semplici cittadini e studiosi di vario genere. Appuntamento conclusivo della dodici giorni, la Pride Parade, la marcia per l’orgoglio GLBT, che si terrà l’11 giugno dalle 16 con partenza da Piazza dei Cinquecento per commemorare la rivolta di Stonewall, avvenuta a New York il 28 giugno 1969.

Nel 2000 il Vaticano si rivelò il migliore ufficio stampa per la riuscita del World Pride, che arrivò a ospitare ben 400.000 partecipanti assai diversificati e colorati, come racconto nelle pagine conclusive del mio romanzo Tutta colpa di Miguel Bosé. Sembra però che quest’anno le gerarchie ecclesiastiche abbiano preferito tenere un basso profilo sulla questione. Non così l’immarcescibile Carlo Giovanardi, oggi sottosegretario ai diritti di certe famiglie (non di tutte, sia chiaro: solo quelle che gli piacciono) il quale ha dichiarato all’Espresso: “Non ha senso l’Europride, perché già in passato eventi come questo hanno offeso il Papa e i sentimenti di milioni di cattolici.” E alla dichiarazione di Giovanardi hanno fatto seguito quelle degli altri teo-con de noantri, dalla rediviva Binetti al nazi-padano Borghezio, tutti a criticare, stigmatizzare, eccepire e alzare il sopracciglio. Naturalmente questi statisti ignorano che l’Italia è oggi l’unico Paese europeo assieme alla Grecia a non aver migliorato né di poco né di molto la situazione giuridica delle coppie dello stesso sesso che nel frattempo si sposano e adottano figli quasi in tutto l’Occidente. Di conseguenza, un evento politico che discuta di questi temi in Italia, chiamando l’attenzione della comunità internazionale sul nostro caso da paese del quarto mondo sembra essere il classico cacio sui maccheroni.

Al di là di questa banale considerazione di opportunità socio-politica, c’è da dire che Giovanardi & co. non afferranno nemmeno il portato economico dell’Europride. Allora diamo solo pochi numeri: l’Europride di Madrid del 2007 attirò, fra marcia e intera kermesse, circa 2.500.000 partecipanti. Che significa anche 2.500.000 turisti che prenotano stanze d’albergo, mangiano e bevono in ristoranti e trattorie, comprano ricordi, vanno ai musei, si spostano eccetera. Insomma, siamo proprio sicuri in tempi di crisi così clamorosa a voler sputare su un indotto economico potenziale degno di un’Olimpiade? Per carità, i numeri romani saranno senza dubbio inferiori a quelli madrileni, anche grazie alla ostilità del governo della Repubblica, che ancora una volta non ha saputo cogliere la palla al balzo. Eppure, qualche dindarello, come si dice a Roma, dovrebbero comunque portarlo.

Unica nota positiva? Le istituzioni locali, almeno a livello di Campidoglio (Alemanno) e di Provincia di Roma (Zingaretti), hanno capito la portata sociale ed economica dell’Europride e hanno dato il loro benvenuto. A questo proposito, consiglio caldamente di guardare la video-dichiarazione di pochi giorni fa del sindaco Alemanno, perché forse puzza di ob torto collo, ma almeno dimostra che portare un Europride a Roma può anche servire a educare amministratori che mai e poi mai si sarebbero sognati di doversi mostrare così… occidentali.

Colmi

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Qual è il colmo per Antonio Caracciolo, il professore universitario della Sapienza negazionista? Andare a Dachau e commentare: “Costruzioni così efficienti è difficile vederle in Calabria” (giuro che è vera e accaduta, sul Tg5 di oggi; perché giustamente, se uno è negazionista verso gli ebrei, deve anche essere un po’ razzista contro i terroni).

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Alemanno va a Dachau con il treno della memoria. Ma non si ricorda più il motivo.

(Sono mie, eh, non prese).

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Dopo rumeni, marocchini, albanesi, extracomunitari, donne, froci, trans, zingari e comunisti, direi che mancavano solo gli ebrei per esserci tutti. Adesso, tra il sor Caracciolo e la passeggera ebrea presa a male parole da un impiegato della Metro di Roma, non mancano più. Ci siamo tutti, potete chiudere i vagoni.