Stai a vedere che ho un figlio italiano

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indexIl libro è godibile, a tratti godibilissimo. E’ una sorta di diario personale di un corrispondente americano dall’Italia, che ha sposato una cittadina italiana e ha avuto due figli, cresciuti a Roma. Il punto di vista sulla città del Cupolone del giornalista americano è la cosa più divertente e piacevole del volume. Il punto è che per alzare le 170 pagine di cui si compone, l’autore ha deciso di inserire capitoli che non hanno nulla a che vedere col figlio o con la sua famiglia, ma molto hanno a che fare con le storie di cronaca o politica che dovette coprire come corrispondente dall’Italia. E’ questa la parte invecchiata della narrazione, forse con la sola eccezione delle poche pagine su come il nostro visse l’11 settembre 2001 mentre si trovava a Istanbul, al telefono con la sorella. E’ invece un peccato che l’autore non abbia sfruttato meglio la parte di riflessione filosofica su cosa significhi, per una famiglia, radicarsi e sradicarsi da un paese all’altro. Qualcosa mi dice che Israely avrebbe saputo fare bene in questo senso.

Per il resto, è una lettura da fare, specie se trovate il libro su una bancarella, come è capitato a me.

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