La grande bellezza

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Con il mio consueto ritardo sui film italiani di quest’anno, ho visto La grande bellezza. Film importante, con un eccesso di cartoline romane di sicura presa, specie all’estero. Si poteva fare di meglio: si poteva avere una sceneggiatura più densa, con una trama più strutturata. Si tratta però di una di quelle rare pellicole che hanno saputo suscitare un dibattito a livello nazionale, con schiere di estimatori che hanno gridato al capolavoro, e squadre di denigratori che sono inorridite, mettendone in risalto tutti i limiti e le mancanze. Diciamo allora che La grande bellezza non sembra un capolavoro. E tuttavia presenta qualità notevoli per chi ama il cinema. Fotografia superlativa, colonna sonora da ricordare (fra le altre canzoni, “A far l’amore comincia tu” nella versione remixata da Bob Sinclair, apre la scena di un party romano molto ye-ye sulla terrazza dinanzi al Colosseo, con tanto di trenini e donne in disfacimento tenute su da chirurghi estetici e fallimentari iniezioni di botox) tecnica registica di grande gusto, anche se decisamente poco sperimentale a base di carrelli, panoramiche e piani sequenza probabilmente un po’ troppo lunghi.

Sorrentino è bravo, a tratti bravissimo, ma si sente che si dimena nel confronto con il se stesso de Il divo. Quello è il film su cui in molti abbiamo sussurrato: capolavoro. Adesso, è naturale, ogni nuovo film del regista è paragonato a Il divo, in una maledizione felliniana ben conosciuta. E La grande bellezza, diciamocelo, non è proprio all’altezza de Il divo, sebbene stia incontrando all’estero un favore enorme. Per quale motivo? Perché il regista sa perfettamente quali sono gli ingredienti che gli americani soprattutto si aspettano da un film italiano per sostenere che sia “perfetto”. E Sorrentino li mescola, con assoluta maestria, confermando però uno stereotipo che ormai danneggia il cinema italiano contemporaneo proprio perché lo costringe in un angolo identitario di un’epoca che non è certo quella di oggi. Da qui viene anche l’errato paragone fra La grande bellezza e La dolce vita, quando in realtà il film felliniano che andrebbe usato come paragone è Otto e mezzo, con la sua continua, estenuata ricerca psicologica del senso della vita per l’artista.

Sorrentino ci porta per mano in una serie di sequenze patinate per dimostrare una tesi banale e sentita tante di quelle volte da risultare ormai noiosa, stantia: la decadenza della sinistra, la decadenza della borghesia italiana, la decadenza della città di Roma, e ovviamente la decadenza della borghesia di sinistra e romana… anche se va detto che la risposta che il personaggio principale, Jep Gambardella, dà a Stefania, la scrittrice radical chic nei panni della lidiaravera della situazione, è qualcosa di folgorante, forse la migliore battuta di tutta la sceneggiatura: in un breve monologo, Jep ristabilisce un punto di verità sulle scelte di vita fatte da Stefania e risponde così al suo lungo monologo auto-incensante. Una risposta talmente ben piazzata e recitata da Servillo in modo così convincente e low profile, gettato con noncuranza sul collo della sua amica, da lasciarla senza parole e costringerla semplicemente ad abbandonare la scena.

Toni Servillo, si è detto. Naturalmente anche in questo film è un interprete straordinario, perfettamente calato nella parte dell’intellettuale da un solo romanzo, pubblicato in gioventù, che però gli ha garantito la fama dello scrittore, del punto di riferimento per questo triste circo di personaggi in cerca di autore e di trama. Jep è oggi un nottambulo perdigiorno, che si interroga sulla vacuità dell’esistenza attraverso l’assai discutibile tecnica della voce della coscienza, riversata sullo spettatore come una voce narrante. La recitazione di tutto il cast è in ogni caso l’aspetto forte della pellicola. Sono tutti perfetti, occorre dirlo, e questo ne fa un filmone. E’ perfetto Carlo Verdone nei panni di Romano, un autore teatrale infine sconfitto dalla grande città e che per ciò decide di tornare a cinquant’anni al paesello; è perfetta Sabrina Ferilli nei panni di Ramona, una stagionata ballerina sexy che continua nei suoi spettacolini erotici per pagarsi un’operazione, forse un cancro, che però viene mal gestita dalla sceneggiatura. E’ perfetta Iaia Forte, la cui napoletanità e i cui occhi continuano a recitare per default in modo sublime. E’ perfetta perfino Serena Grandi, nei tragici panni di se stessa.

La grande debolezza della grande bellezza è proprio nella sceneggiatura di Umberto Contarello, che forse qui ha avuto l’occasione per fare il salto di qualità dopo una carriera di oneste sceneggiature per la televisione, ma l’ha mancata. Perché quel che manca a questo per altro bel film, è proprio la trama, il raccontare una storia, la creazione di intrecci fra personaggi certamente ben disegnati anche se un po’ troppo archetipici quando non proprio stereotipizzati.

Non per un pubblico vasto, fuori dall’Italia, ma Sorrentino è riuscito a illustrare ancora una volta gli ultimi giorni di Pompei all’ombra del Colosseo, e questo gli va senza dubbio riconosciuto. Colpisce la totale assenza di gente sotto i 40 anni, anche nei personaggi secondari. Una società romana cocaino-caino-borghese, di sinistra puzzettara e pseudo artistica, legata a un partito comunista che non esiste più, proprio a partire dall’egemonia culturale sul cinema.

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