“La piramide del caffè”, una recensione

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Ho letto l’ultimo romanzo di Nicola Lecca e mi è piaciuto, anche se non l’ho trovato il suo migliore.

Se la passione per la musica classica è uno dei lacci più evidenti che fasciano la produzione di Lecca, dal bellissimoHotel Borg” all’asfissiante Il corpo odiato”, passando per il sordo “Ho visto tutto“, il dolore addomesticato è invece la sottotraccia psicologica che lega i suoi romanzi. La mestizia, la tristezza, il dolore ormai quasi silenzioso o comunque sempre solo sussurrato, che avvolge placido ogni protagonista nelle sue spire ormai abituali, quotidiane. Un dolore che ormai si porta come una vecchia fede nuziale: senza accorgersene. Un dolore che, tuttavia, non impedisce la nascita di sogni, pur all’interno di un percorso psicologico segnato e limitato.

Sembra quasi che l’autore abbia conosciuto il dolore cupo, e oggi, finalmente, si liberi in parte dalle sue tenebre libro a libro, attraverso queste pagine scritte, questo nitore di parola, questo uso pacato, colto e consapevole della parola, in uno stile a tutti gli effetti letterario.

Qui la recensione intera, sul Fatto Quotidiano.

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