Sull’essere “too choosy”

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So di essere quasi solo nell’esprimere questa opinione, ma a me non è dispiaciuto il senso dell’intervento della ministra Fornero ai giovani in cerca di lavoro a non essere eccessivamente schizzinosi per la prima occupazione. In un paese dove è molto difficile trovare un ragazzo italiano fare lavori del tutto dignitosi ma un po’ umili, dal lavapiatti al collaboratore domestico, e dove allo stesso tempo la disoccupazione giovanile tocca punte del 35%, le parole della Fornero mi suonano giuste.

Certo: esistono delle belle eccezioni. Ci sono giovani super-titolati che fanno i camerieri o i baristi o altri lavori tutto sommato umili, e lo fanno coltivando dentro una forte e comprensibile rabbia, una propria frustrazione, per non essere riusciti a trovare nula di meglio. Sono questi coloro che più si sono arrabbiati alle parole della ministra. Ma i lavori umili non devono produrre rabbia: servono a sbarcare il lunario, nel tentativo di trovare di meglio dopo poco tempo. E’ questo ciò che è veramente difficile in Italia oggi: se cominci a fare il cameriere da laureato o da dottorato, rischi di rimanere cameriere per anni se non per sempre, prima di trovare qualcosa di meglio. Qui sta il vero nodo del problema italiano: nella quasi totale mancanza di possibilità di salire la scala sociale, di trovare di volta in volta occupazioni meno frustranti e più in linea con ciò che si desidera fare, con ciò per cui si è studiato.

Io posso offrire un piccolo caso personale, che termina con un lieto fine. Conseguito il mio Ph.D. poco prima dell’estate, mi sono trasferito a inizio settembre da una città del Canada a un’altra città del Canada. Come prima cosa, ho messo in campo il “networking” di cui disponevo, poca cosa in realtà: sono andato a parlare con l’amico di un’amica, proprietario di un prestigioso ristorante italiano in centro, presentandomi e chiedendogli espressamente di assumermi come cameriere. Mi sono offerto anche di andare per due settimane gratis, al fine di essere formato, perché so anche io che servire ai tavoli non è una cosa che improvvisi dal giorno alla notte, ma allo stesso tempo so che io in capo a due setimane (se non a due pomeriggi) posso essere formato come cameriere, e forse perfino come sommellier. Ho ottenuto una risposta tipicamente italiana, benché mi trovassi all’estero: “Assumo solo chi ha già esperienza come cameriere“. Una risposta insieme priva di solidarietà, stupida e di certo poco capitalistica, per motivi che non devo nemmeno spiegare.

Poi però, appena giorni dopo, a forza di bussare alle porte dei coordinatori dei programmi d’italiano nelle varie università della mia nuova città, ho trovato qualcuno che ha voluto concedermi cinque minuti in cui mi sono presentato, ho portato le mie credenziali (il mio CV, il mio teaching dossier) e, dopo essersi letta ciò che avevo fatto, mi è stata assegnata una sostituzione malattia per una settimana. Gli studenti che ho avuto in quella piccola occasione hanno fatto il resto: sono rimasti molto contenti del mio lavoro, e hanno avuto la gentilezza di metterlo per iscritto con la mia nuova capa, con la preside del dipartimento e così via. Non avrei potuto avere referenze migliori, in quella circostanza. Sono stato subito riassunto fino alla fine del semestre per un altro corso. E nel 2013 si vedrà cosa potrà accadere. Ma intanto ce n’è abbastanza per scrivere questo post, alla faccia del proprietario del ristorante italiano in centro, per cui non potevo nemmeno fare il cameriere gratis.

Questo per dire che quando si entra in un nuovo mercato del lavoro ha senso prendere ciò che capita, per poi muoversi in alto. Ha senso non essere “too choosy”, sia quando si ha vent’anni sia quando se ne hanno quasi 40 e si è da poco cambiato città. Chiaro: se la società intorno, se il suo mercato del lavoro, te lo consente. E’ su questo che si è scatentata la rabbia contro Fornero a mio parere.

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7 pensieri su “Sull’essere “too choosy”

  1. Alessandro

    Sono d’accordo col tuo post, Sciltian. Non sono mai stato “choosy”, per forza di cose, per quanto mi riguarda: lavoravo già prima di laurearmi, facevo il promoter nei negozi nei fine settimana (non perché dovessi mantenermi, in fondo frequentavo corsi universitari nella stessa città in cui risiedo e i miei non m’hanno mai fatto mancare nulla) e ricordo i periodi pre-natalizi di full immersion fino alle 20 di sera del 24 dicembre – quando le cose andavano ancora bene e prima della grande crisi.

    Quando mi sono laureato ho accettato di fare uno stage in una TV privata, ero “dietro le quinte” e facevo il giro di cronaca al mattino, scrivevo articoli per i mezzibusti e li seguivo nelle conferenze stampa. Non mi hanno dato una lira, ma ho imparato qualcosa che mi serve tuttora.

    A 32 anni suonati, oggi, ho finalmente un lavoro un linea con quanto ho studiato anche se il contratto è a progetto. Ma non è arrivato subito. Mi sono accontentato (perché non puoi stare senza far nulla) di lavorare come data entry, come commesso, ho collaborato con testate che mi pagavano poco e a volte neppure quel poco, e l’anno scorso per tre mesi ho fatto anche il commerciale per la clientela business (partita IVA) di una grande azienda. Nessuno di questi era il lavoro dei miei sogni, ma non ho mai perso la speranza e ho sempre cercato qualcosa di meglio.

    Non ti nascondo che Fornero è un discreto disastro quando apre bocca, perché esprime concetti giusti spesso nel modo più sbagliato e fraintendibile. Ma come avrai notato anche dalla mia bacheca di Facebook non me la sono proprio sentita di crocifiggerla.

  2. Grande Alessandro. So per certo che non sei l’unico caso in Italia di persona che si è saputa adeguare. E’ poi importante adeguarsi sempre meno, a mio parere, nel senso che via via che si lavora, occorre saper piantare dei paletti di maggiore dignità e retribuzione del proprio lavoro. E se ti dicono di no, prendi, ti licenzi e presti il tuo tempo a qualcuno più consapevole della qualità del tuo lavoro.

    Ripeto: una filosofia che in Italia oggi come oggi è difficile applicare, ma si deve andare verso una società dove trovare lavoro sia possibile e dove licenziarsi non sia considerato da trattamento sanitario obbligatorio.

  3. Alberto

    Il problema e’ che in Italia stanno faceendo di tutto per rendere sempre piu’ difficile poter piantare paletti. In Italia nelle posizioni di potere ci sono persone che sono “low profile” che sono “politically correct”, che non amano avere a che fare con qualcuno che prende delle posizioni, che ragiona con la propria testa. Queste persone sono pericolose e fastidiose come la sabbia nelle mutande perche’ smascherano i giochetti del potere e li rendono evidenti.
    Fossimo in un paese normale, in cui i diritti e i doveri sono qualcosa che viene rispettato, sarei d’accordo con te. In Italia dove, bene o male, i responsabili dello scempio, oltre ai cittadini stessi sono quelli che la governano, parlare in questi termini fa incazzare chi ascolta.

  4. Un’altra possibilità per gli italiani è lavorare come camerieri in un ristorante italiano o internazionale. Questo lavoro risulta decisamente facile da trovare a patto di rappresentare, o almeno sforzarsi di rappresentare lo stereotipo dell’italiano. Per cui un must è essere sorridenti e parlare quanto più possibile con i clienti (ottimo esercizio per la lingua giapponese, anche se le domande che riceverete saranno sempre le stesse). La paga non è speciale però e si discosta molto da quanto visto per l’insegnamento o la traduzione. Siamo sull’ordine dei 1000 yen (9 euro) l’ora. L’ambiente lavorativo della ristorazione, infatti, è molto gerarchico e anche gli stranieri, difficilmente avranno aumenti maggiori del 5% annuale.

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