Neve a Roma/4

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Dal sito della Protezione civile:

I 35 mm di cui parla il sindaco sono contenuti nelle previsioni giornaliere che il Centro Funzionale Centrale del Dipartimento ha inviato nei giorni scorsi al Centro Funzionale della Regione Lazio, dove, crediamo, lavorino tecnici ed esperti capaci di leggere tali dati. I 15-35 mm sono riferiti a cumulate di precipitazione di acqua equivalente: i tecnici, che leggono le previsioni e le traducono in informazioni intelligibili per tutti, sanno bene che 1 mm di acqua corrisponde a circa 1 cm di neve. Quindi, i 15-35 mm, se riferiti a neve, si trasformano in centimetri.”

Da cui è possibile capire la seguente creazione a cura di escopazzo.it:

Neve a Roma/1

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“Penso al cretino che sgomma qua sotto da mezz’ora. t’è piaciuto scorrazzare oggi pomeriggio con la tuta da neve e il colbacco senza gomme termiche e senza catene, tanto la neve s’era quasi sciolta, vè? e mo’ vorresti tornartene a casa illudendoti di scendere da qui bello bello…. con tutto ‘sto ghiaccio… sento le tue parole di stupore ‘ma come mai la macchina non cammina nemmeno in discesa, neppure se accellero?’ ma sei uno scienziato, com’è che margherita hack ancora non t’ha chiamato? hai voglia a sgommà, domani te vojo vedè congelato in macchina ancora col piede sull’acceleratore. monumento alla stupidità.” By Mariangela C.

 

La morte di Wisława Szimborska

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Morire – questo a un gatto non si fa. / Perché cosa può fare il gatto / in un appartamento vuoto? / Arrampicarsi sulle pareti. / Strofinarsi tra i mobili. / Qui niente sembra cambiato, / eppure tutto è mutato. / Niente sembra spostato, / eppure tutto è fuori posto. / E la sera la lampada non brilla più.

I poeti non dovrebbero morire. Non solo per rispetto dei loro gatti, come suggeriva beffarda Wisława Szymborska, ma per rispetto dei loro lettori, occhiuti e nasuti amanti di versi sempre troppo personali. La gran dama della poesia contemporanea è morta nel sonno, a 88 anni, nella sua bella casa di Cracovia odorosa di migliaia di buoni libri. Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura 1996, se n’è andata così “tranquillamente” come ha annunciato il suo assistente Michal Rusinek all’agenzia stampa polacca.

E’ morta nel modo che tutti immaginiamo migliore: quasi novantenne, nel sonno, senza soffrire. In questo sembra quasi che la morte, offesa da quei versi ironici di quel suo altro capolavoro “Sulla morte, senza esagerare“, in cui Szymborska alzava scettica il suo sopracciglio sulle capacità della commare secca e le stigmatizzava con queste parole: “Occupata a uccidere / lo fa in modo maldestro / senza metodo né abilità. / Come se con ognuno di noi stesse imparando” abbia voluto offrire alla più grande poetessa contemporanea una partita a scacchi da finire pari e patta, regalandole appunto l’uscita di scena migliore possibile: soffice, silenziosa, priva di dolore, rapida, in tarda età e dopo un Nobel. Una meraviglia. Una meraviglia?

Il comitato che assegnò a Szymborska il più importante riconoscimento culturale del mondo scrisse nella motivazione che il Premio Nobel le veniva assegnato “per aver creato della poesia che tramite ironica precisione permette di mettere in luce il contesto storico e biologico in frammenti di realtà umana.” E penso che i due frammenti adoperati per questo articolo rispecchino fedelmente le motivazioni del Comitato per il Nobel.

Nata a Prowent (oggi Kórnik, nella Polonia occidentale) il 2 luglio 1923, Szymborska si trasferisce nel 1931 a Cracovia, dove ha affrontato l’occupazione tedesca e poi la sovietizzazione. Sotto Hitler ha frequentato clandestinamente le scuole; sotto Stalin ha provato a pubblicare la sua prima raccolta di poesie, del 1948, che le fu però censurata in quanto non in linea con lo zdanovismo e il realismo socialista. Nonostante questo rifiuto, nel 1952 si iscrive al Partito comunista e aderisce ai canoni estetici imposti dal regime. Sono anni in cui la sua produzione cerca di legarsi maggiormente alle tematiche socio-politiche dell’epoca, con poesie come “A chi entra nel partito” e “Quel giorno” in occasione della morte di Stalin. I fatti di Praga segnano la rottura fra l’intellettuale e il Partito comunista, in solidarietà con l’amico Leszek Kołakowski, filosofo e storico delle idee polacco ostracizzato dalle autorità comuniste. Szymborska si schiera dalla parte del dissidente e perde tutti i privilegi acquisiti fino ad allora nella sua carriera, a cominciare dalla direzione della rivista Zycie Literackie “Vita Letteraria”, che ricopriva dal 1953. Dopo un primo matrimonio con il critico Adam Włodek, durato appena sei anni (1948-54), nel 1967 si risposa con lo scrittore Kornel Filipowicz, con cui rimane fino alla sua morte, nel 1990.

La poetica di Szymborska, almeno a partire dal 1957, vira per una visionarietà onirica che pare sempre voler giocare e mai prendersi troppo sul serio (“Le due scimmie di Bruegel”). E l’ironia rimane la cifra della sua produzione, un’ironia a volte esplicita, altre nascosta, ma sempre in grado di invertire l’ordine delle riflessioni comuni (“Lode alla cattiva coscienza di sé”, “Uno spasso”) e di alleggerire, beffarsi delle situazioni più penose (appunto “Sulla morte, senza esagerare”). L’ironia di Szymborska si prende gioco di tutto, soprattutto dei sentimenti e delle emozioni forti, ma tenendo sempre a bada il facile cinismo  (“Un amore felice“). L’osservazione minuta della dura realtà in grado di ribellarsi e diventare prospettiva universale delle cose (“Scrivere il curriculum”, “Vista con granello di sabbia”, “La realtà esige”).

Szymborska era una di quelle penne inesauribili, troppo colme di talento per consentirsi una produzione stitica. Dodici raccolte di poesie pubblicate, centinaia di articoli sulla stampa di mezzo mondo, tradotti in decine di lingue sugli argomenti più disparati che possiate immaginare, traduzioni di poeti francesi, migliaia di aforismi. Non aveva certo timore di essere se stessa, davanti al foglio bianco, e ha lavorato fino all’ultimo giorno di vita, come testimoniato dalla sua ultima raccolta di poesie, che uscirà postuma alla fine del 2012, secondo quanto dichiarato sempre dall’assistente Resnik alla televisione polacca secondo la Associated Press.

Come affermò lei stessa, nel discorso di accettazione del premio Nobel: “Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra società chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, ed è molto più difficile ammettere le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo. In questionari o conversazioni occasionali, quando il poeta deve proprio definire la sua occupazione, egli indica un generico “letterato” o nomina l’altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che fare con un ‘poeta’ viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri sull’autobus con una leggera incredulità e inquietudine“.

Da stasera la lampada di Wisława Szymborska non brilla più. A noi gatti – e a noi lettori – non rimane che arrampicarci sulle pareti della sua poesia e ricominciare a leggerla, in modo che quella sua luce brilli fino all’esaurirsi della nostra luce.

Spczywaj w spokoju, Wisława.

“La monotonia del posto fisso”

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Eh beh, prima o poi doveva capitare anche a Super Mario di dirne una fuori dalle righe. Questo blog continua a considerare l’attuale governo Monti come un milione di miliardi di volte meglio rispetto al precedente Berlusconi, pur sapendo che non è certo il mio governo ideale. Questo non mi impedisce di dare ragione alla cara Cristiana Alicata, che ha così commentato l’infelice uscita del Professore:

Uhm…pur guardando a questo governo con favore e speranza nella frase di Monti sulla monotonia del posto fisso si denota tutto il divario generazionale tra lui e i suoi interlocutori. Oggi, in Italia,la monotonia sono: i no all’accesso al credito, il non poter fare figli, non arrivare alla fine del mese, non sapere cosa ci aspetta. So cosa voleva dire Monti, ma l’ha detto male. Le parole sono pietre,soprattutto in tempo di crisi e sacrifici.

La generazione di Cristiana e mia, in Italia oggi, è una generazione di sfigati, per dirla con Martone. Spesso ci siamo rivolti a settori che erano del tutto impermeabili alla penetrazione di chiunque non avesse una forte raccomandazione, al posto di un forte talento. Questa è l’unica monotonia che la mia generazione in Italia si sente sulla pelle. La monotonia di sapere che tanto non vale la pena fare domanda per il lavoro per il quale si ha talento (e lo si è provato, chi con premi, chi con pubblicazioni, chi con una quotidiana dimostrazione di know how) perché quel che manca è il sangue blu, il parente cardinale, lo zio nel Consiglio Regionale. Ecco, caro Prof Monti, sarebbe carino se riuscisse a far uscire l’Italia dal medioevo delle gilde e dei diritti di sangue, per portarla nella postmodernità dei diritti del suolo (per quanto riguarda l’immigrazione, per esempio: la situazione attuale è da barbarie) e dei talenti. Per evitare che si riprenda tutti a emigrare, con le valigie Made in China o, per i più fortunelli, con le Samsonite, anziché le valigie di cartone.

Sandro Trento si dimette da IDV

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Prendo da NoisefromAmerika la bella lettera di Sandro Trento che spiega il perché delle sue dimissioni da Italia dei Valori. Io a IDV non mi sono mai iscritto e quindi non ho dovuto dimettermici, ma la lettera di Trento riassume bene le motivazioni per cui anche io, alle prossime elezioni e dopo tanti anni, smetterò di votare per IDV. Quindi, la pubblico qui.

Questa è la lettera che ho inviato alla segreteria dell’Italia dei Valori annunciando e spiegando le mie dimissioni dal Dipartimente Economia e Finanze e la mia rinuncia alla tessera del partito.

Caro Antonio [Di Pietro, ndr] e cari amici,

scrivo per manifestare tutto il mio disagio. Vedo che si tratta Monti come se fosse Berlusconi e questo proprio non riesco a sopportarlo.

Sono entrato in IDV e ho accettato di lavorare nel Dipartimento Economia e Finanze per varie ragioni: IDV mi sembrava allora una forza di stampo liberale, che intendeva offrire all’Italia un progetto riformista, moderno, non ideologico. La giusta enfasi sui temi della legalità poteva associarsi a quelli del libero mercato, della meritocrazia, della riforma del capitalismo italiano, che è sempre stato chiuso e collusivo.

Nel mio intervento al Congresso nazionale avevo sostenuto la necessità di posizionarci al centro dello schieramento, per occupare un’area preziosa, quella del riformismo liberale, per raccogliere i voti del ceto medio e della piccola impresa. Suggerivo di diventare un moderno “partito d’azione di massa”. Se avessimo seguito quella strada, che anche altri nel partito condividono, oggi saremmo protagonisti della partita politica. Nell’ultimo anno invece la strada seguita è stata quella della protesta un po’ estremistica e spesso populistica.

L’Italia nel frattempo è precipitata in una crisi catastrofica dalla quale si può forse uscire solo con il rigore fiscale e con una profonda opera di riforma dei mercati e dei comportamenti individuali. È il momento della responsabilità e dei sacrifici. Si tratta in queste ore di avere a cuore le sorti del paese. Avevamo provato a immaginare un’alternativa di sola sinistra: con Vendola e Bersani. Ma noi in quell’alleanza avremmo dovuto fare la parte dei difensori del rigore, delle regole, del merito, del mercato, dei valori liberali. Chi sosteneva la socialdemocrazia o l’operaismo ottocentesco già c’era, in quello schieramento a tre. Non è andata così. E la foto di Vasto è stata un tragico canto del cigno.

Di fronte al pericolo di catastrofe, fortunatamente, si è arrivati alla caduta di Berlusconi e alla nascita del governo Monti. IDV, tuttavia, si è fatta trovare del tutto impreparata a questo appuntamento. L’immagine che diamo ogni giorno è quella di un partito che non sa che strada prendere. Viviamo alla giornata. Usiamo una terminologia contro Monti e ora anche contro la Corte Costituzionale e contro il Presidente della Repubblica che davvero è sconvolgente. Li accusiamo dei crimini peggiori senza renderci conto che Monti è l’unica e ultima speranza per evitare il fallimento dello Stato e la miseria di massa e che la Corte Costituzionale ha ripetutamente dimostrato in questi anni di essere un baluardo della democrazia. Napolitano del resto è uno dei migliori presidenti della Repubblica di tutto il dopoguerra. Al mattino lasciamo credere che siamo pronti a difendere i tassisti e la sera invece ci ritroviamo su posizioni liberali.

Ammetto di essere inesperto in campo politico e forse in questo modo si possono accrescere i voti alle prossime elezioni. Ma aumentare il proprio peso politico cavalcando la rabbia repressa nel paese è, a mio avviso, una strategia fallimentare. Il risultato è che ora siamo isolati da tutti. Abbiamo rotto l’asse con il PD. Non possiamo presentarci come forza matura, capace di governare il Paese. Ma finiamo per competere per i voti in un’area sovraffollata, con Vendola, Rifondaroli più o meno rifatti, Verdi e Grillini. Tra questi molti (soprattutto i grillini) sono molto più credibili come “arruffapopolo”. Per molti anni ancora l’Italia sarà sottoposta al vaglio continuo dei mercati finanziari internazionali. E purtroppo ho molti dubbi sul fatto che IDV sia apprezzata da quei mercati, per la sua moderazione e per il suo senso di responsabilità. Abbiamo completamente gettato alle ortiche la possibilità di costruire una forza di sinistra liberale-azionista, che era secondo me la più sensata strategia di lungo periodo che si poteva seguire (per il bene del nostro partito, oltre che per quello dell’Italia, cui tengo molto).

Avevamo annunciato una svolta, avevamo detto che volevamo costruire una grande forza di governo. Ma per fare questo bisognava:

a)      Avere senso di responsabilità e idee credibili.

b)      Rinnovare il partito e reclutare persone competenti, capaci di rendere credibile la svolta annunciata.

Avremmo dovuto ricostruire la nostra credibilità davanti ai ceti produttivi e moderati, tenuto anche conto che dalle nostre fila sono usciti personaggi come Scilipoti e Razzi. E dovremmo renderci affidabili agli occhi di tutti gli italiani non solo di una minoranza urlante. È con grande dolore che constato il fatto che non siamo riusciti a coniugare le idee liberali e moderate con le posizioni di protesta. È colpa anche mia. Per me si tratta di una vera sconfitta personale: avevo aderito a IDV con grande entusiasmo e per la prima volta avevo deciso di impegnarmi in politica perché mi rassicurava l’onestà del ceto dirigente di IDV.

Ma oramai mi sembra evidente che siamo su strade troppo distanti. Non credo più agli annunci cui poi fa seguito sempre la solita pratica. La direzione è cambiata rispetto a Vasto del 2009 quando per la prima volta io sono salito sul palco e ho parlato al fianco di imprenditori ed altri economisti. La posizione attuale del partito non è quella decisa al Congresso nazionale. Ci si è attestati su posizioni di radicalismo di vecchio stampo, con una sola logica elettorale. Io non sono più disposto ad assistere alla continua oscillazione tra un liberalismo virtuale e un concreto estremismo populista. La mia storia personale mi impedisce di restare in silenzio. Sono abituato per formazione a dire sempre quello che penso. Ho la netta sensazione che anche questa mia condotta non sia apprezzata.

Le numerose volte che ho provato a organizzare un convegno con i piccoli imprenditori o con gli artigiani mi sono sentito dire che “IDV è il partito degli estremisti oltranzisti” e quindi nessuno era disposto a venire.  In varie occasioni ho pensato che fare politica significhi anche rispettare la linea del partito ma penso che ora siamo a un punto di non ritorno. Ho pensato di impegnarmi in politica per provare a fare qualcosa di bene per l’Italia e per i giovani; non per ambizione personale. E comunque le idee contano molto di più del tornaconto personale. Non mi spaventa quindi rinunciare a una possibile candidatura al Parlamento. Ho già un lavoro che mi da soddisfazioni.

Mi dimetto pertanto dall’incarico di Responsabile del Dipartimento Economia e Finanze; e restituisco la tessera del partito. Non ho alcuna intenzione di sollevare scontri sanguinosi. Vorrei uscire di scena senza recriminazioni e senza rancore. La questione è politica e non personale, vorrei che questo fosse chiaro.

Spero di mantenere, con tutti voi, rapporti di stima e di amicizia personale.

Un caro saluto,

 

Sandro Trento