Sullo scandalo Penati: c’era chi aveva visto lungo e prima

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Leggo sul muro Facebook del consigliere comunale PD e assessore di Milano, Pierfrancesco Majorino, il seguente stato, all’insegna del ‘meglio tardi che mai’:

ogni giorno che passa,sul piano politico, la vicenda di penati si aggrava. Aveva costruito un sistema di potere parallelo (non parlo di resp.penali,quelle le vedremo). Lo dico con l’amarezza di chi sa di aver sbagliato. Per troppo,in troppi, praticamente tutti, l’abbiamo ritenuto un interlocutore comunque obbligato e ne abbiamo sottovalutato la concezione distorta del potere medesimo.

Benissimo. Io ho risposto con questo commento qui:

Beh però c’è chi lo diceva da mo’. Alberto Biraghi, per esempio, ha battuto su questo tasto da anni. Ci ha costruito due o tre blog su. Per questa sua capacità di capire anzitempo ciò che altri non hanno capito fino a oggi, ha pagato in termini di discriminazione da parte di molti piddini milanesi. Sarebbe carino se alle prossime elezioni locali, chiedeste a lui di fare le liste del PD, oppure almeno lo faceste probo viro del partito, o qualcosa del genere. Insomma, bisognerà pure trovare un modo per riconoscere che alcuni, a Sinistra, avevano visto giusto da molto, molto, molto tempo? Cosa pensi di fare in proposito, Pierfrancesco?

Vediamo cosa risponde il sor Majorino.

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15 pensieri su “Sullo scandalo Penati: c’era chi aveva visto lungo e prima

  1. La risposta di Majorino è chiarissima:

    “e poi le prossime liste è bene che le facciano quelli che le han fatte a sto giro.visto che abbiamo ottenuto un grandissimo risultato.”

  2. Grazie Sciltian. Non sempre ci siamo trovati d’accordo, ma abbiamo sempre condiviso la cosa più importante: l’onestà intellettuale. Ho cercato di dare una risposta là, ma credo che serva a poco. Ma un commento come il tuo è una boccata d’aria fresca.

  3. Io non so se Penati sia colpevole o no. Non è una bella vicenda certamente, ma i PM, i GIP ed eventualmente i magistrati faranno il loro lavoro, come è giusto che sia.
    Il lavoro di Biraghi sui suoi blog in questi anni è stato infame – che abbia ragione alla fine o no sul singolo caso.
    Oltretutto credo (non sono appassionato del tema) Biraghi conosce Penati per averci lavorato a fianco ed essere stato trombato (da Penati). Si può mettere tutte le medaglie al petto che vuole (Biraghi) ma più gira al largo del PD meglio è, a mio modesto avviso.
    Dico anche che l’uscita di Majorino mi pare estremamente infelice. Inutile rifarsi una verginità adesso, nessuno petisce le sue scuse, se Penati ha sbagliato pagherà Penati e non Majorino.
    Sono i fondamenti dello stato liberale, dell’habeas corpus e della separazione dei poteri.

  4. Ma nemmeno da dire “grazie”, Alberto. Non essere sempre al 100% d’accordo sulle cose politiche lo trovo un bene, pensa che palle se la pensassero sempre tutti come te o come me 🙂 Ho però l’impressione che su ciò che hai fatto per mettere in guardia il PD e la sinistra milanese riguardo Penati, solo una persona in malafede o un cieco potrebbe dire qualcosa di diverso da quanto ho scritto in questo post.

  5. Filippini, a mio parere tra i fondamenti dello stato liberale non c’è il concetto di dare a un’altra persona dell’infame, soprattutto quando quella non ha assunto responsabilità di governo. Per le tue altre definizioni di Biraghi, sarà lui stesso a ritenere come meglio reagire e nelle opportune sedi.

  6. Filippini, ma chi sei? “Lavorato a fianco” di Penati e “trombato” da Penati? Io? Ma in quale film dell’orrore?
    Comunque, ancora una volta, si dimostra che Travagli fa sempre il commento giusto: in questa società malata viene definito “infame” non chi sottrae ingenti risorse alla collettività, per arricchire se stesso e i suoi compari, ma chi si ribella e racconta.

  7. Filippini, tu non sei appassionato del tema, per fortuna il resto d’Italia – in particolare in Lombardia – appare decisamente interessato al tema. Soprattutto, c’è la magistratura che sta mostrando qualche interesse e penso che presto si sapranno cose via via più interessanti fino al punto in cui, dopo un giudizio di I grado, non si potrà più scrivere “io non so se Penati sia colpevole o no”.

  8. Ambè.

    A parte i sarcasmi, c’è un sacco di brave persone iscritte al Pd e molti di loro, in totale buona fede, pensano ancora che quello sia un partito composto “sostanzialmente di gente onesta”. Probabilmente l’immagine è realistica, basta togliere i vertici nazionali e locali e ciò che resta è sostanzialmente una comunità di persone per bene.
    Ma il salto di qualità ci sarà quando quelle persone per bene si accorgeranno che difendere a prescindere i loro corrotti dirigenti, prendendosela (anche raccontando panzane come fa Filippini su di me) con chi non ci sta e si ribella, è un danno enorme, per la politica e il Paese.

    Però spiegaglielo tu, io da “collaboratore trombato di Penati” (quantomeno in un’altra vita, forse) non ho voce in capitolo 😉

  9. Alberto, io invece al contrario tuo sono molto più pessimista. Non penso che sia possibile far ragionare la maggioranza degli iscritti al PD. Gli iscritti a tutti i partiti, in particolare quelli che un tempo portavano dietro sé signore ideologie, fanno sempre un atto fideistico: piace loro credere che il proprio partito è migliore degli altri, perché è in qualche modo (“antropologicamente”, “moralmente”, “eticamente”) diverso dagli altri. Nel PD, al pari di qualunque altro partito, se prendiamo le sue classi dirigenti locali e nazionali, c’è una maggioranza di persone che fa soprattutto e prima di tutto il proprio interesse particulare. Se poi capita che, facendo il proprio interesse, si fa anche quello di altri, tanto meglio. Ma è una minoranza, tra le classe dirigenti, che pensa prima al bene collettivo e poi, eventualmente, al proprio bene personale. Ora, io a dire queste cose mi pare di navigare nell’ovvio. Se gliele dico a Filippini, quello invece mi dà del qualunquista se le riferisco al “suo” PD e invece le condivide se dico di riferirmi solo al PDL. Così stiamo messi.

  10. Io scindo in modo drastico chiunque abbia una carica dai volontari della base.
    Tra i primi la maggior parte è a carico della collettività, ovvero – come dici tu – fa esclusivamente il proprio interesse, da Bersani giù giù fino all’ultimo portaborse. Sono persone che hanno scelto la carriera politica perché (1) non sanno fare altro e (2) sono dei mediocri intellettualmente e culturalmente, con molto pelo sullo stomaco come unico valore. Lo stiamo vedendo a Milano, l’ho scritto chiaro anche nel post che ho citato qui sopra. Sono mediocri perché non riescono a mettere in campo riflessione e onestà intellettuale.
    Altra cosa invece sono i volontari iscritti, quelli che sottraggono tempo a lavoro e svago per aiutare il partito. Sono i residui della gloriosa base del PCI e vogliono credere che Bersani sia come Berlinguer e la festa ancora de l’Unità. In queste persone resta una punta residua e in via d’estinzione di quella vecchia disciplina stalinista che porta ad accettare acriticamente la parola del funzionario, anche minuscolo.
    Ma è uno stalinismo in via di esaurimento. Se vai a leggere il thread di Majorino linkato nel post di cui dicevo sopra, scopri che molte persone cominciano a contestare pesantemente le sue due o tre banalità demagogiche. Sarà che le nuove generazioni sono più colte e smaliziate, sarà che la comunicazione globale aiuta la circolazione della controinformazione, fatto sta che il Majorino fino a poco tempo fa leggeva commenti come “grande Pier!” o “sei una persona meravigliosa!” a ogni ruttino, mentre oggi si deve confrontare con giudizi pesantemente critici. Il bello è che non li può neppure cassare tutti, come ha fatto con me, altrimenti svelerebbe di non essere esattamente quella meraviglia di uomo e politico che si sforza, sempre più maldestramente, di sembrare.

  11. Alb, io di Majorino so poco, ma quel poco che so non mi piace: come autore ha scelto di continuare a pubblicare con Marco Monina, ossia l’ex proprietario della Pequod edizioni, vale a dire la persona che prima non mi ha pagato i diritti d’autore per il mio romanzo, poi mi ha costretto a fargli causa. Una volta che Monina ha capito che la causa la perdeva, e pure di brutto, ha pensato bene di far fallire il marchio Pequod e di metterne su un altro che si chiama Italics, con una collana di nome Pequod. In questo modo lui continua a fare l’editore “al modo suo”, io continuo a non vedermi pagare i miei diritti d’autore (quasi 10mila euro) e altri autori cascheranno nella stessa scorrettezza di Monina. Majorino sa di tutta questa triste vicenda, sa della sentenza in grado definitivo del Tribunale di Ancona, ma tenendo un comportamento anti-sindacale (se il sindacato è la SIAE) e non solidale, ha scelto di continuare a pubblicare per il signor Monina. Al di là della questione personale, scegliere con chi si pubblica un libro è un gesto politico importante, più importante se di mestiere fai il politico di professione. Majorino ha scelto di associare il suo nome a quello di Marco Monina, sapendo tutto ciò. Secondo me politicamente la cosa è squalificante.

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