Scuola e Facebook: proprio no

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“Posso essere tuo amico su Facebook?” Domanda apparentemente innocua, ma se sei un professore e chi lo chiede è un tuo alunno, la questione potrebbe portare a farti perdere il lavoro. Fra i nuovi problemi che gli insegnanti “di ogni ordine e grado” devono affrontare in questo inizio ormai ben avviato di XXI secolo, c’è infatti il decidere come comportarsi con i propri alunni quando, di solito in estate, i propri discenti chiedono il contatto su Facebook o un altro degli ormai diversi social network che occupano la rete e le ore di molti di noi.

Diciamo subito che un insegnante, per quanto giovane e alla mano, non dovrebbe porsi alla stregua di un amico con i propri studenti nemmeno in classe, nella vita reale: una qualche differenziazione di livello – se non altro d’autorità – è cosa buona e giusta, e aiuta gli studenti a capire che fino a un certo punto possono essere rilassati, ma oltre, no: è utile ai ragazzi riconoscere e accettare la differente funzione che ha chi siede in cattedra rispetto a chi siede tra i banchi. Soprattutto qualora in casa sia venuta meno la funzione educativa dei genitori, o del genitore, è bene che a scuola quella funzione rimanga viva e chiara. “Molti nuovi professori“, dichiara Sharon Friesen, vice-decano della University of Calgary, “desiderano essere apprezzati dai propri studenti (anche per via delle pagelle che gli studenti compilano sui loro prof al termine di ogni anno, ndA), ma presentarsi in modo professionale su Internet non significa mica diventare amico con i propri studenti, nemmeno su Internet.

Da questo principio discende che anche nella vita virtuale gli insegnanti devono essere iper-cauti nell’accettare la cosiddetta “amicizia” dei propri studenti su Facebook o similari. Anzitutto, non devono mai – ma proprio mai – chiedere loro il contatto per primi. In Canada, uno dei Paesi dove la diffusione di Facebook è ai picchi massimi (l’ultimo dato della CBS parla di 16,6 milioni di profili Facebook regolarmente aggiornati su un totale di circa 30 milioni di abitanti, quindi più del 50% dei canadesi ha un profilo FB attivo, più un altro 1,52 milioni che nell’ultimo anno ha invece smesso di tenerlo aggiornato regolarmente) il problema è molto sentito e sui giornali si parla ogni mese di casi che hanno portato alla penalizzazione disciplinare o addirittura alla sospensione di insegnanti che hanno sbagliato a relazionarsi coi loro studenti su un qualche social network.

La situazione sta diventando allarmante e lo scorso 11 aprile l’Ontario College of Teachers (un organismo analogo alla vecchia SSIS italiana, ma meglio strutturato, che stabilisce anche gli standard etici di comportamento dei suoi membri) ha richiesto ai suoi 230.000 insegnanti iscritti di riconsiderare i propri confini professionali su Internet. Fra gli altri “caldi suggerimenti”, si legge nel report, c’è quello di evitare di rispondere agli studenti usando il proprio indirizzo email personale, anziché quello della propria scuola o università, evitare di rispondere dopo le 22, anche quando le domande riguardano i compiti del giorno dopo. Il report parla anche di come usare Twitter o You Tube, ossia ricordandosi di non pregiudicare “la fiducia dell’opinione pubblica”. “Vogliamo assolutamente che gli insegnanti usino la tecnologia“, afferma Liz Papadopoulos, alla guida del Consiglio dell’Ontario College of Teachers, “ma vogliamo essere sicuri che tutti mantengano un giusto livello di responsabilità e di professionalità.

Il Canada, così come diversi stati degli USA e il Regno Unito, ha preso molto sul serio la situazione. Il Vancouver Board of Education ha definito un decalogo di comportamento che definisce “comportamento inaccettabile” lo scambiarsi messaggini sms fra insegnanti e studenti, l’aggiunta di contatti su social network e la corrispondenza da email non istituzionali. Il sindacato degli insegnanti, Canadian Teachers’ Federation, ha ammonito i suoi iscritti non solo a non usare la propria email privata, ma anche a pubblicare sul muro del proprio profilo di social network alcun commento riguardo ai propri studenti, sia a livello collettivo che – non sia mai – a livello individuale. Il sindacato ha anche ricordato di mantenere sempre “una voce professionale” nella corrispondenza, e di firmare con una firma standardizzata, “consona alla propria funzione di insegnante”.

Alcuni insegnanti hanno imparato la lezione nel modo peggiore: nel 2008 a Calgary un professore è stato punito quando un genitore ha denunciato la presenza di commenti denigratori sul suo profilo di Facebook riguardo al fatto che alcune mamme dei suoi studenti facessero uso di droghe. Un maestro elementare di Chicago è stato invece portato in Tribunale dal papà di un suo allievo che era stato preso in giro sempre su FB, con tanto di foto, per la sua pettinatura originale. “Gli insegnanti sono sempre in servizio“, commenta la Papadopoulos, “non è che appendono il loro cappello da prof al cancello d’uscita della scuola“.

A livello universitario, la University of Toronto ha risolto la questione alla radice: tutta la corrispondenza di lavoro fra insegnanti e studenti o tra professori deve essere svolta usando l’email istituzionale dell’università stessa, anche per il non trascurabile dettaglio che tutta la post@ ricevuta e spedita fra due indirizzi istituzionali non è privata, ma pubblica, nel senso che viene trattenuta in memoria sul server dell’università e, in caso di necessità, può essere stampata e portata davanti a uno dei vari gradi di giudizio interni all’università, qualora una delle parti lo ritenga utile. Nella mia esperienza in quell’università questo è un incentivo non da poco a mantenere un tono professionale e anche a esprimersi in una delle due lingue ufficiali del Canada.

Per il resto, quasi tutte le università canadesi e americane posseggono un software sul genere di Blackboard, una sorta di lavagna di classe virtuale – o se preferite una nuvola su Internet – nella quale l’insegnante lascia tutte le informazioni relative al suo corso – compiti per casa inclusi – e impone ai propri studenti di connettersi alla nuvola per aggiornarsi e partecipare alle discussioni virtuali nei forum eccetera. Dal momento che ogni università fornisce ai propri studenti migliaia di postazioni internet gratuite all’interno del campus, ecco così che il tempo per porre domande si estende all’infinito passando dalla dimensione reale della classe a quella virtuale di Blackboard. E’ stato dimostrato che il software aiuta gli studenti più timidi a partecipare alle discussini in classe, a dire la propria, a confrontarsi e, di conseguenza, a non vedersi affibbiare un voto basso proprio relativamente alla loro partecipazione.

Come a dire: la tecnologia può essere un problema in più per gli insegnanti, ma solo se questi non sanno come usarla correttamente.

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5 pensieri su “Scuola e Facebook: proprio no

  1. laura

    Onestamente, mi sembra esagerato, molto alla maniera ammmericana, vale a dire portare avanti crociate su dettagli e minuzie. Come sempre, serve semplicemente del buon senso. Non ho facebook e non ne sento la mancanza, quindi problema risolto alla radice, ma se lo avessi, allora mi basterebbe tenere la bacheca privata e non accetterei comunque richieste dagli studenti. Non vedo però il senso di gestire la posta solo tramite account universitario né vedo nulla di male a “rispondere dopo le 22” (questa mi pare un’idiozia, e quando lo trovo il tempo per rispondere, altrimenti?!) o mandare messaggi (mica del tipo “ciao bello come stai”, ma del tipo “arrivo in ritardo, vediamoci in studio C, portami quei materiali” a un laurendo mi pare assolutamente normale). Comunque, l’Italia non è un paese puritano e serve molto altro a fare scandalo.

  2. Laura, io invece ho l’impressione che tu non abbia colto la dimensione del problema, che ha a che fare con il confine tra privacy e comunicazione professionale fra insegnanti e studenti. Per altro, mi sa che come fanno molto spesso gli italiani medi, risolvi il tutto etichettandolo come “un esempio di puritanesimo” cosa che non solo non c’entra un tubo con il nucleo della questione, ma fa anche davvero sorridere quando viene da una persona che vive in un Paese talmente lasco in quanto a senso civico e rispetto della corrispondenza professionale, da lasciare gli abitanti del resto dell’Occidente senza parole.

  3. laura

    adoro le tue sottili abilità retoriche (italiani medi… non c’entra un tubo… fa sorridere), pochi blogger sono così sfacciatamente ostili a chi esprime una critica o un parere diverso dal proprio.
    Comunque, il fatto di vivere in un “paese lasco in quanto a senso civico” non fa automaticamente di me una che non capisce un tubo, quanto svela il tuo rancore verso chiunque non si allinei al tuo pensiero, che ricalca macchiettisticamente quello di una mentalità tutta forma e poca sostanza, dove il senso del ridicolo svanisce dietro al rispetto indefesso e cieco della correttezza politica.

  4. Rancore? Ma scherzi? Se nemmeno so chi sei! Il rancore è un sentimento profondo che si prova verso persone che si sono molto amate e poi molto odiate, a me non è ancora mai accaduto di provare rancore verso un commentatore virtuale. Le critiche sono sempre molto apprezzate in questo blog, al punto che solo una persona è stata bannata in oltre sette anni di discussioni. Il punto non è se dici qualcosa di affine a ciò che penso io (e a costo di sconcertare il tuo fine palato retorico: sai che palle se fosse sempre così, mi toccherebbe chiudere Anellidifum0) oppure no. Il punto è se riesci a cogliere il nucleo di una polemica, e costruisci da lì per dove meglio ritieni, oppure se vai per strade tue del tutto periferiche e ridondanti, senza aggiungere nulla alla discussione vera e propria.

    E’ vero che vivere in Italia non fa automaticamente di te una che non capisce un tubo; è il nocciolo della tua polemica in questa discussione che mi dà questa impressione.

    L’articolo parla di una società nella quale Facebook è presente presso oltre metà della popolazione, i due terzi di quella attiva. L’uso di FB che studenti e insegnanti fanno risente di questo dato, che come puoi ben immaginare non ha NULLA a che fare con l’eventuale puritanesimo della società canadese, ma semmai ha a che fare col confine fra senso della privacy (dell’insegnante e degli studenti) e dovere etico di comunicazione professionale non tramite post@ ma tramite gli altri social network più diffusi.

    La posta elettronica è presente presso il 96% dei canadesi e qui la questione etica è: 1) occorre rispondere sempre alle email di lavoro e pure in tempi certi e dichiarati; 2) occorre rispondere da una email istituzionale e non da una personale, per non mescolare vita privata a vita professionale e per mantenere una giusta voce professionale, che non tutti i giovani insegnanti hanno, proprio perché sono inesperti e dimenticano il tipo di cappello che hanno in testa quando rispondono a un loro allievo. Il discorso vale anche a contrario per gli studenti, che spesso non immaginano che gli insegnanti abbiano una loro vita privata e non stiano sulla Terra solo per rispondere alle loro domande.

    Insomma: l’eventuale puritanesimo del Canada è il consueto cavolo a merenda che nella mia personale esperienza in genere gli italiani che sanno poco o nulla dell’Occidente tirano fuori ogni volta che si parla di un problema che la società canadese ha avuto prima di quella italiana, e che ha anche già cominciato ad affrontare e risolvere in un dato modo. Io sarò stato brusco, ma rimane che il tuo commento era banale quanto una pubblicità del Bio Presto Lava Più Bianco: quando comincia, si cambia canale.

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