Corsi e ricorsi storici

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Vent’anni dopo, ancora ventisette milioni di sì. Era il 9 giugno 1991 quando gli italiani andarono a votare senza raccogliere l’invito ad andare al mare di Bossi e Craxi. A distanza di 20 anni, Bossi ha perso di nuovo e il sodale di Craxi ha perso di nuovo. Bossi secondo me dopo questa sconfitta è finito, e anche il sodale di Craxi non mi pare che se la stia passando troppo bene.

Il referendum colpice ancora. Ora si brinda. Per sapere come l’ha presa lo stalker-troll storico di questo blog, potete andare a leggere i commenti del cosiddetto “emanuelevicentino” al mio post sull’Europride dei bambini. Mi raccomando, non fategli troppo male, che quello poi ci va in depressione e pesa sul welfare della gloriosa britannia.

Passerotto non andare via

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Insomma, col 41,1% alle 22 qui si pensa non solo che domani alle 15 il quorum ci sarà, cosa che diciamo dalle 12 su Facebook, ma anche che domani il dato finale potrà avvicinarsi o addirittura essere superiore al 60%. Dunque un nuovo 1991, per capirci.

Questo ci permette di fare oggi il commento al fantastico 1-2 piazzato sul muso del nano piduista di Arcore, fra Amministrative e Referendum. Caro piduista, prima eri un Re Mida per una parte consistente degli italiani, adesso per una parte molto maggiore di quanti ti hanno mai seguito e incensato, sei diventato quel che sei sempre stato: un Re Merda. E’ sufficiente che tu dica di votare Moratti sindaco, che i milanesi (i milanesi, eh, non i reggiani) votino in massa Pisapia, un comunista, eh, non un Tabacci qualsiasi. Che, per inciso, è il nuovo assessore al Bilancio di Pisapia, notato lo spostamento, nano?

Se poi tu dici di non andare a votare al Referendum, ecco che il 60% degli italiani ti piazza un calcio in faccia andando a votare. A metà giugno. Col sole che spacca le pietre. Dopo tre turni elettorali. Ti devono proprio odiare.

E indovina un po’ che risultati avremo? Forse in nessuno dei 4 quesiti i SI’ saranno inferiori al 90%. Forse non saranno nemmeno inferiori al 95%. Sai cosa significa, nano piduista? Che sei finito. Che ti conviene comprare mentre scrivo i tuoi cazzo di biglietti per le Cayman o il Brasile e scappare. Prendere quel jet privato e andartene, levarti dai coglioni, prima che la giustizia riesca a sbatterti in galera e condannarti a pagare 750 milioni di euro a De Benedetti per aver corrotto un magistrato e rubato una cosina come la Mondadori. La galera: il posto che meriti per aver inculato un intero Paese per quasi un ventennio. Attento Berluscò, che gli italiani amano salire sul carro del vincitore. E a ‘sto giro, il vincitore proprio non sei tu.

L’Europride dei bambini (e dei finiani)

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I bambini. Tantissimi i bambini. Ecco qual è l’aspetto che più mi ha colpito di questo Europride 2011 da mezzo milione di persone. Il più partecipato Gay Pride della storia d’Italia.

Partecipo al Gay Pride dal 1994, ossia da quando se ne organizzano in Italia (a parte l’anteprima dell’associazione FUORI negli anni Settanta a Torino), e ho visto crescere e cambiare questa manifestazione di anno in anno. All’inizio eravamo quattro gatti, per lo più terrorizzati dal venire inquadrati dalle telecamere o ripresi dalle macchine fotografiche dei giornalisti presenti alla manifestazione. Eravamo adolescenti, o comunque giovani. Molti di quei quattro gatti della “classe 1994” non aveva fatto alcun coming out (il dire di sè al mondo) con le proprie famiglie, e farlo sapere alla mamma e al papà tramite il Tg1 non sembrava il modo migliore di mettere in tavola il discorso. Poi, col tempo, quella paura è stata dissolta dai coming out che abbiamo faticosamente costruito. Coming out attraverso lettere, libri, film, canzoni, chiacchierate, telefonate, con l’aiuto di amici, fidanzati o parenti in grado di intermediare.

Dal 1994 al 2011 sono passati 17 anni, la manifestazione è  diventata quasi maggiorenne. Caspita, se ne sono cambiate di cose! Nel 1994 la Destra di Fini faceva coretti stonati in tv contro “i froci”, nel 2011 ha sfilato con le sue bandiere chiedendo pari diritti per i gay. E’ una vittoria del Gay Pride, ma è anche una vittoria della Destra di Fini, oggi di stampo europeo e occidentale, ed è dunque una vittoria anche dell’Italia come Paese. Così come è una vittoria di tutti vedere sfilare uno dietro l’altro lo stendardo della Chiesa Valdese e poi le bandiere di Democrazia Atea, lo striscione dei Gay Credenti di Nuova Proposta e quello  dell’Unione Atei Agnostici Razionalisti. Tutti insieme in una stessa marcia politica: non si tratta forse di un miracolo laico?

Già da alcuni anni ero rimasto favorevolmente colpito dalla presenza di tanti bambini e tanti under 20 alla marcia che rivendica il concetto più semplice al mondo: “uguali tasse, uguali diritti”. Però rispetto anche alle marce degli anni più recenti, la manifestazione del 2011 si è caratterizzata per la partecipazione di famiglie con due papà o due mamme all’interno del vastissimo corteo e non solo organizzate nello splendido trenino dell’associazione Famiglie Arcobaleno, che rappresenta appunto lo spicchio più militante e determinato di questa bella realtà italiana.

L’Europride del 2011 è diventata per la prima volta una manifestazione di popolo. Un popolo fatto di famiglie semplici, magari omosessuali oppure eterosessuali, scese coi passeggini a conquistare le strade di Roma dai quattro angoli d’Italia e d’Europa. Genitori in genere sui trentacinque-quarant’anni, che hanno finalmente realizzato il sogno di una vita: mettere su famiglia assieme alla persona che amano, fregandosene di ciò che gli integralisti sostengono. Perché come hanno capito i Parlamenti di quasi tutto l’Occidente tranne quello di Roma, “famiglia” è là dove due persone adulte sono unite da un legame d’amore, da un progetto di vita. “Famiglia” è la coppia etero con o senza figli. “Famiglia” è la coppia di lesbiche con o senza figli. “Famiglia” è la coppia di gay con o senza figli. Figli biologici, figli da inseminazione eterologa, figli da inseminazione omologa, figli adottivi, ma comunque: figli.

La presenza di queste famiglie gay con figli è un’affermazione politica intrinseca: il governo dice che noi non esistiamo, eppure noi esistiamo. E mi domando cosa potranno fare un Giovanardi o un Casini davanti a questo tipo di realtà, così diversa e colorata da quella che loro vorrebbero ci fosse. Ma, appunto, una realtà concreta, e sempre più numerosa in Italia come in Europa.

L’altro aspetto che mi ha colpito di questo Europride sono le migliaia di coppie eterosessuali, di tutte le età, solo in piccola parte all’interno dell’applauditissimo spezzone dell’Agedo, l’Associazione genitori di omosessuali o dell’Arcietero, gli “eterogenei in favore dei diritti degli omosessuali”. Queste coppie eterosessuali che marciano al Pride stanno diventando di anno in anno sempre più numerose. Hanno capito che il Gay Pride non è “solo” la marcia per i diritti delle persone LGBT (lesbiche, bisessuali, gay e trans) per commemorare la rivolta di Stonewall, ma anche una marcia politica che riguarda la loro libertà: la libertà di tutti di amare e di poter essere ciò che si è alla luce del sole, e con tutti i diritti civili del caso. Sì, il Gay Pride è cresciuto in questi 17 anni, ed è cresciuto anche a Roma, sotto al Cupolone del reazionario Ratzinger, che pure proprio negli ultimi giorni – tomo tomo, cacchio cacchio – sta offrendo al mondo un’interpretazione diversa di ciò che la Chiesa cattolica ufficiale intende col concetto di “natura”, e scusate se è poco.

Al termine, l’intervento di Lady Gaga, portata incredibilmente a Roma dal Circolo Mario Mieli, l’ArciGay, la complicità dell’Ambasciata Statunitense in Italia e l’aiuto del Dipartimento di Stato americano. Lo ammetto: non conoscevo l’icona pop del XXI secolo. La musica pop e l’industria che le gira intorno non sono il mio campo e tendo a essere molto ignorante sulle sue mode. Però bisogna dire che prima di cantare – benissimo: altro che Madonna! – Lady Gaga ha messo insieme un discorso politico molto più coerente di tanti discorsi sentiti da parte di politicanti di professione. Ha parlato di cose semplici quali l’importanza dell’amore e il concetto di uguaglianza. Cose semplici ma non banali, non almeno nel Parlamento di Roma, che ancora non ha approvato né una legge contro l’omofobia, né una legge sulle unioni civili, né una legge sul matrimonio per tutti, né una legge per estendere l’adozione di figli ai single e alle coppie dello stesso sesso.

Allora, adesso che la marcia è finita, occorre che quello stesso Parlamento di Roma si dia una svegliata, e incominci a fare il suo dovere: legiferare per cambiare le cose, sui diritti civili come in campo socio-economico. Per avere quello che manca al popolo LGBT, ma anche quello che manca ai milioni di precari, agli inoccupati, ai disoccupati, ai cassaintegrati, alle donne, ai disabili, agli immigrati, ai professori di liceo, agli studenti, ai lavoratori a progetto o a chiamata, a chi è dovuto tornare a emigrare per trovare una strada. Che questo Europride diventi per una volta la marcia per i diritti di tutti: per il diritto ad avere un futuro, a poter progettare, a poter essere felici a prescindere dal proprio orientamento sessuale. L’Unione Europea ha indicato la strada: che la legge sia – veramente – uguale per tutti.

Elogio di Santoro

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“Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Non so se vi ricordate l’urlo di Peter Finch (qui sotto) nei panni del video-giornalista Howard Beale in quel piccolo capolavoro della cinematografia americana che fu Network (1976), da noi felicemente tradotto col titolo di Quinto Potere. Ma è esattamente ciò a cui ho pensato, ieri sera, quando Michele Santoro, il video-giornalista che seguo tutte le settimane dai tempi di Samarcanda, ha perso il suo tradizionale aplomb di cui si bullava amichevolmente anche con Marco Travaglio e Vauro, e ha finalmente fatto barba e capelli al legaiolo di turno, l’ex ministro Castelli, colpevole di aver detto una volta di più e nel luogo più sbagliato possibile, la falsità che il canone della Rai serva a finanziare trasmissioni come Annozero. Santoro non s’è più tenuto e ha regalato alla nazione cinque minuti di sfogo umano, indignato e inverecondo, che resteranno nella storia della televisione.

In un Paese in cui si considera “un bel momento di televisione” un qualunque Jerry Scotti che chiede “l’accendiamo?”, questi cinque minuti hanno invece il sapore dello scontro finale, del fatto epocale, del superamento del punto di non ritorno. Benissimo ha fatto il conduttore a perdere le staffe, perché l’insipienza del Castelli di turno – convinto come un pompiere di un concetto intrinsecamente stupido e fascistoide quale “il canone lo pago anch’io e dunque in Rai non voglio sentire voci contrarie al mio pensiero” – è la stessa che vediamo riverberata nei commenti su internet e sui giornali dei più convinti sostenitori legaioli e berluscloni d’Italia.

Provate a leggere una volta al mese i forum del Giornale o di Libero. Io l’ho fatto ieri, scegliendo la notizia della durissima nota del Presidente Napolitano contro la decisione della Corte Costituzionale brasiliana sull’ex terrorista Cesare Battisti. Un ingenuo potrebbe pensare che almeno sul Presidente della Repubblica, in particolare quando esprime indignazione nel pieno della sua funzione di Capo dello Stato contro una mancata estradizione di uno che fu terrorista di sinistra, sul Giornale i lettori saranno contenti della dimensione bipartisan del gesto diplomatico. Invece no, piovono qua e là commenti imbecilli e rancorosi, perché Napolitano, per costoro, è soprattutto un comunista, e di quella “macchia”, secondo i lettori del Giornale, non ci si può lavare mai, fino alla morte e anche oltre.

E allora bravo Santoro, continua così. Con le indagini giornalistiche dei tuoi collaboratori, con i tuoi video-fumetti, con i tuoi editoriali che non piacciono nemmeno al progressista Paolo Garimberti (“questo uso delle telecamere del servizio pubblico per parlare dei suoi contratti non lo condivido, è fuori regola”), con quella che i tuoi denigratori chiamano “la tua faziosità” (concetto ribadito una quindicina di volte ieri in studio dal ministro Renato Brunetta, che come si sa è uno dei più intelligenti, simpatici e umili del Governo; figurarsi gli altri). Continua così, Santoro, continua così soprattutto col tuo pubblico: ieri 8,3 milioni, il 32% di share. Otto milioni e trecentomila persone che ieri sera, durante quei tuoi cinque minuti, si sono virtualmente alzati dal divano, sono andati alla finestra, e hanno urlato “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”

Libri e mensole

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Mettere in ordine i propri libri quando si hanno delle librerie nuove in casa, è un’operazione complessa. Sì perché penso per tutti valga il principio “I capi sono come i libri nelle librerie: più sono inutili, più stanno in alto”. Il punto è che decidere quali libri sono meno utili, fra i propri, è una sorta di scelta di Sophie, lo stesso tipo di dilemma di quando sei costretto a regalare un po’ di volumi prima di un trasloco, per ridurre l’ingombro e il peso.

Non so voi, ma io i libri li divido per lingua e per argomento. Quindi, anzitutto i libri in inglese e spagnolo da una parte, altrove quelli in italiano. Poi divisione fra narrativa e saggistica, con le conseguenti suddivisioni per genere di narrativa e genere di saggistica a seguire. Ogni tanto però mi piace accorpare per casa editrice, cosa che naturalmente mi manda a puttane gli altri parametri. Il risultato è abbastanza schizofrenico, devo dire, ma io mi ci ritrovo benissimo.

E voi, come ordinate i vostri libri?

(Post scritto coi postumi del fuso orario ancora addosso… che tragedia).

Nucleare, il gran pasticcio del nuovo quesito (e del governo)

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Se abrogo una legge che abroga il nucleare, cosa rimane? Il nucleare!

Ecco un caso in cui è proprio necessario fare una premessa di voto: io sono contrario al nucleare. A chi interessano i motivi della mia contrarietà, li può leggere qui. Eppure il nuovo quesito rischia di creare un effetto paradosso come non s’è mai visto prima nella storia italiana. Vediamo perché.

Sul sito Democrazia e legalità, di Elio Veltri, i redattori Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli riassumono a mio parere in modo corretto cosa è accaduto fin qui con il quesito sul nucleare. Come recita la Gazzetta Ufficiale del 4 aprile 2011, esisteva un Decreto Legge, denominato 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla Legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributaria”. Di questo testo di legge, il comitato referendario voleva abrogare alcune parti (qui potete leggere gli articoli e i commi che si volevano abrogare) e su questo testo sono state raccolte le firme per il referendum abrogativo.

Come sappiamo, il governo Berlusconi – nel tentativo di non far svolgere il referendum contro il nucleare dopo lo choc di Fukushima, per paura che aiuti il raggiungimento del quorum il 12 e 13 giugno, quorum che potrebbe cancellare anche la legge ad personam che rende il Presidente del Consiglio “più uguale” degli altri cittadini dinanzi alla legge – il giorno 26 maggio ha approvato in Parlamento una nuova Legge che è una vera e propria moratoria contro la legge precedente, che istituiva il piano per il nucleare (Legge 6 agosto 2008, n° 133). Moratoria poi però pubblicamente sconfessata dal Presidente del Consiglio stesso, che in conferenza stampa assieme al Presidente francese Sarkozy ha ammesso il suo bluff.

La Corte di Cassazione, chiamata a decidere su cosa fare del referendum abrogativo verso una legge messa in moratoria-bluff, ha “visto il bluff” del governo e ha trasferito la richiesta di abrogazione dalla legge che istituiva il nucleare, alla legge moratoria-bluff, e precisamente, come si legge sulla nuova scheda elettorale: “Volete che siano abrogati i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del Dl 31/03/2011 n° 34, convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n° 75?”

Ora, l’articolo 5 ha un titolo: “Abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari.” Il  comma 1 di quell’articolo 5 recita:

“Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”.

Quindi il nuovo quesito referendario abrogherebbe un comma che stabilisce che il governo NON intende procedere verso la costruzione di centrali nucleari. Sul punto Pazzaglia e Ottanelli offrono un quesito che faccio mio:

“Chiaramente, l’intento della Cassazione dovrebbe essere quello di andare incontro alle intenzioni dei referendari, eppure rimane un piccolo dubbio, chiamiamolo così, lessicale: se abroghiamo una norma che prevede che non si attua il programma nucleare, che rimane?”

Quanto al comma 8, assai più lungo, in sostanza dice:

“[…] dopo un anno dall’entrata in vigore della legge sulla moratoria, il governo, sentiti gli organi competenti, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo”.

Quindi, sempre come notano i due colleghi di Democrazia e Legalità, il comma 8 non parla mai esplicitamente di nucleare, ma di piani per l’efficienza, la sicurezza, la competitività, la differenziazione delle forme energetiche.  E Pazzaglia e Ottanelli pongono un’altra domanda che mi sento di condividere: “Allora la risposta alla domanda ‘cosa cambia, se vince il sì?’ non può che risiedere nella normativa che risulterebbe residua, ovvero tutti gli articoli ed i commi che sopravviverebbero della legge 26. Essi sono tutti abrogativi o modificativi della precedente legge sul nucleare, quella che era originariamente oggetto di referendum.”

Riassumendo, il 12 e 13 giugno siamo chiamati a votare per l’abrogazione di commi che mettono una (finta) moratoria sulla legge che dà il via alle centrali nucleari in Italia. Certo, rimarrebbero in piedi i commi 2, 3, 4, 5, 6, 7 che espungono il nucleare dai piani dal governo, ma non impegnano esplicitamente il governo a non iniziare centrali nucleari (cosa invece stabilita dal comma 1, abrogato).

Urge allora un intervento della Corte Costituzionale, effettivamente investita sulla questione da parte del Governo Berlusconi. Però la Corte dovrebbe secondo me interpretare questo pasticcio dicendo al caro Governo Berlusconi: la legge  26/05/2011 n° 75 e poi smentita dal Presidente del Consiglio in pubblico è anti-costituzionale perché rappresenta un modo fraudolento di confondere gli elettori chiamati a referendum abrogativo sul Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla Legge 6 agosto 2008, n. 133. Tra l’altro, a fronte di una simile decisione della Corte Costituzionale, si risolverebbe pure il problema non marginale del voto degli italiani all’estero, che si sono già espressi con le schede vecchie, quelle che abrogavano la legge originale del Governo Berlusconi pro-nucleare. Italiani all’estero che, col nuovo quesito, dovrebbero rivotare in massa, con il conseguente dilemma riguardo a come conteggiare quegli elettori nel computo dei votanti necessari per il famoso raggiungimento del quorum.

Per finire una domanda mia che pongo ai lettori: ma è possibile andare avanti con una simile classe di governo?

Sul tema ha scritto il 27 aprile 2011 anche Stefano Rodotà.

Perché sono contrario al nucleare

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Sono contrario al nucleare e quindi andrò a votare SI al referendum del 12 e 13 giugno.

I motivi? Anzitutto il problema dello stoccaggio delle scorie, che sembra semplicemente insolubile perfino nei paesi ben governati, figuriamoci nell’Italia delle camorre e delle mafie locali. Poi la condizione cronicamente sismica e potenzialmente soggetta a maremoti di quasi tutto il territorio italiano, che sembra suggerire l’idea, per dirla con Celentano, “di non accendere qualcosa che non si sa come spegnere”. In terzo luogo, il fatto che se anche l’uranio è uno degli elementi più presenti sulla Terra (stime del Nuclear Meeting lo valutano in 40 volte la presenza dell’argento), leggo dalla stessa fonte che l’uranio utile per le centrali è quello cosiddetto 235, che costituisce lo 0,72% di tutto l’uranio presente nei giacimenti a oggi noti, o per meglio dire dai giacimenti dai quali è possibile estrarre uranio 235 al costo di 130$ al chilo, che è il prezzo di mercato attualmente valutato come conveniente, cosa che per ora mette fuori ipotesi l’estrazione di uranio dal mare, un processo che è studiato proprio nel Giappone di Fukushima. Questo significa, secondo le stime più pessimistiche, che stanti i giacimenti noti oggi c’è uranio per centrali nucleari solo per altri 50-60 anni, a meno di una sensibile mutazione nel numero delle centrali nucleari che saranno attive da qui ad allora, mutazione possibile ormai sia verso l’alto che verso il basso, vista la nuova politica della Germania.

Quindi: sono contrario al nucleare. Eppure, il nuovo quesito mi pare proprio un casino, ve ne parlerò presto.