Epistemology of the Closet, una recensione

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Quello che stupisce di questo testo considerato seminale per la queer theory, è la sua difficoltà di lettura. Sembra che fra molti autori queer abbia fatto scuola lo stile faticoso e non chiaro tipico di Judith Butler, e che se scrivi un testo agile, di chiara comprensione, in qualche modo ti stai esponendo a un’operazione anti-intellettuale.

Non fa eccezione Epistemology of the Closet, comprensibilmente ancora non tradotto in italiano, il cui titolo potrebbe essere “Epistemologia della vergogna” più che dell’armadio.

L’autrice Eve Kosofsky Sedgwick, dopo un’introduzione di “appena” 63 pagine in cui ci rivela gli assiomi che le serviranno nel resto del libro (e che a mio parere potete tranquillamente saltare per andare alla ciccia successiva) se la prende anzitutto con il modo di ragionare per opposizioni binarie, un metodo che non la convince nemmeno un po’ perché secondo lei limita la libertà di comprensione soprattutto quando si parla di sessualità e di orientamenti sessuali. Le opposizioni binarie sono proprio la bestia nera di ogni appartenente alla queer theory che si rispetti, come vedete anche dalla foto che adorna questo post. Premesso che i ragionamenti per opposizioni binarie non mi sono affatto simpatici, va anche detto che a me non pare che questo modo di pensare sia poi così frequente nei testi di sociologia o di critica letteraria, fatta eccezione per i seguaci dello strutturalismo saussuriano. Forse un po’ più frequenti nei testi di filosofia, ma tant’è. A ogni conto, le opposizioni binarie contestate dall’autrice sono: secrecy/disclosure, private/public, masculine/feminine, majority/minority, innocence/initiation, natural/artificial, new/old, growth/decadence, urbane/provincial, health/illness, same/different, cognition/paranoia, art/kitsch, sincerity/sentimentality e voluntarity/addiction. Fin qui tutto bene, anche se a mio modestissimo parere alcune di quelle opposizioni binarie sono ricche di senso e di significato, per esempio urbano/provinciale, o arte/kitsch, o nuovo/vecchio, o privato/pubblico.

Il linguaggio è, secondo l’autrice, la forza principale dietro alla sessualità, a tal punto da essere in grado di definirla. Di più, per la Sedgwick l’omosessualità è SOLO un atto di linguaggio. Vale a dire che secondo lei uno è veramente omosessuale solo se DICHIARA pubblicamente di esserlo, magari partecipando ai gay pride della propria nazione. A me questa posizione non convince, perché penso che l’atto di dichiarare pubblicamente il proprio orientamento sessuale sia un CONDIVISIBILISSIMO e AUSPICABILE atto politico-culturale ma non un atto ontologico. Anche perché pure un eterosessuale potrebbe dichiarare di essere omosessuale in pubblico (per qualunque ragione) eppure rimarrebbe sempre eterosessuale nel momento in cui non pratichi e non desideri avere sesso con una persona del proprio genere. Detto in altre parole: tu puoi anche andare in giro a dire di far l’amore con i venusiani, ma se poi nella pratica non lo fai, il fatto di dichiararlo non è sufficiente a renderti un vensuiansessuale… insomma siamo al proverbio “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” e non mi pare che la Sedgwick riesca a convincerci del contrario. Reitero: con questo non voglio dire che “dichiararsi” o “dire di sé” sia un gesto inutile o sbagliato, per carità. Solo non è un atto ontologico, non è un atto sufficiente a essere omosessuali, ma al limite solo a essere creduti omosessuali, che è una cosa diversa, e poi non è nemmeno tanto sicuro che sia così, perché la gente sa interpretare anche al di là di ciò che viene dichiarato.

Ma in generale sono poco in accordo con la Sedgwick fin dalla pagina 1 del suo testo, là dove sostiene che “many of the major nodes of thought and knowledge in twentieth-century Western culture as a whole are structured—indeed fractured—by the now endemic crisis of homo/heterosexual definition, indicatively male, dating from the end of the nineteenth century” (p.1). A me non pare che sia vero: non credo che i principali nodi del pensiero e della conoscenza dipendano dalla frattura fra omosessuale ed eterosessuale, mi pare un modo di vedere limitativo non solo troppo sessuocentrico, ma anche troppo incentrato sulla differenza di orientamento sessuale.

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11 pensieri su “Epistemology of the Closet, una recensione

  1. Lorenzo

    Come mai una recensione di un testo del 1990…? Un testo sacro, peraltro. Non concordo con ciò che scrivi, anche se mi sembra apprezzabile (molto) aprire una discussione su un testo così importante che non è stato tradotto ancora in italiano (contrariamente a quanto hanno fatto in Francia, Portogallo, Spagna, Giappone, e forse anche da qualche altra parte…). Dici che si tratta di un testo di non facile accesso: è vero. Verissimo. E, proprio per questo, per comprenderlo appieno, è necessario conoscere bene Foucault, Deleuze, Derrida, le teorie femministe, un po’ di Freud… Lacan… Insomma, bisogna aver studiato un po’. Altrimenti è ovvio che ci si arena. Stessa cosa vale per i testi di Judith Butler (che enumeri anch’essi tra i testi dalla scrittura difficile.. e dal significato inconsistente, vuoi dire forse?). Ritengo che la tua recensione, oltre a non rendere giustizia al testo – che deriva da una scarsa conoscenza di esso, sia poco onesta perchè ne diffonde una conoscenza (o una curiosità) viziata. Avrei preferito leggere una bella critica di questo testo che apprezzo molto, con maggiore cognizione di causa. Spero che rileggendolo, magari una seconda volta, o meglio, tu possa farne una recensione più accurata.

  2. Lorenzo, non penso sia vietato leggere nel 2011 un testo del 1990, no? E non penso nemmeno sia un sacrilegio scriverne una recensione negativa. Sto finendo un dottorato in Italian Studies, dopo due lauree e tre master. Insomma, qualche studiarello penso di averlo messo alle spalle. Se nonostante tutto trovo un testo difficile, può senza dubbio significare anche che mi mancano ancora le basi per comprenderlo appieno. Oppure può significare che l’autrice non è stata chiara a sufficienza per farsi comprendere da uno studente di dottorato con due lauree e tre master. Ma, tanto per fare un esempio, Foucault non l’ho trovato poi così difficile. E l’ho letto in inglese e francese anche lui, vale a dire non nella mia lingua madre. In generale, quando un testo umanistico risulta troppo ostico per uno come me, secondo me il problema è più nel testo che nel mio metro di giudizio. Ma magari mi sbaglio, e la Sedgwick la capiscono tutti tranne me. E’ anche possibile, no? L’unico problema è che questo è il mio blog, e qui i libri li giudico io 🙂

  3. littlepureone

    Solo per dirvi che la traduzione italiana di questo testo di Sedwick uscira’ quest’anno per Carocci (traduzione di Federico Zappino).

  4. Gab

    Grandissimo!!! Qualcuno sa quando esce in italiano? Ho cercato un po’ su internet e mi dice che è di prossima uscita con Carocci (il titolo dovrebbe essere “Stanze private. Un’epistemologia della sessualità”), curato da F. Zappino (che immagino F. stia per Federico…) ma ancora non trovo una data certa. E’ una gran cosa per l’Italia bigotta. Grandissimo F. Zappino, chiunque tu sia!! jajaj 🙂
    ps: alcuni passaggi della recensione qui sopra non li ho affatto capiti… però discutiamone

  5. Gab

    Grazie Porno, io comunque c’ero alla presentazione, essendo di Torino. Bellissima serata. Sono rimasto quasi fino alla fine, sebbene fossi in piedi perchè non c’erano più posti. Il ricordo personale di Luisa Passerini di Eve Sedgwick mi ha molto emozionato, così come mi ha emozionato Federico Zappino (è un giovane – e non me l’aspettavo – molto colto e, pare, di una sensibilità assai spiccata. Non era da tutti cimentarsi in un lavoro così arduo, specie in Italia, oggi). Anche lui, d’altronde, era visibilmente commosso dall’alta partecipazione; mi è piaciuta in particolare la sua cura nel maneggiare una materia tanto delicata e la sua umiltà, verso la fine, nell’esporre i contenuti della sua postfazione e nello spiegare “perchè quel testo è così politico”. Ad un uomo agè come me, queste cose – rare – fanno sempre piacere. Viva Sedgwick.

  6. Gab

    E comunque grazie ad Anellidifum0 per aver aperto questo spazio di conversazione su un testo – e un’edizione italiana fresca fresca di esso – che, evidentemente, continua a far discutere, a riflettere e ad innervosire molte persone.

  7. senza dubbio grazie ad anellidifum0 🙂

    @Gab Anche io ero presente alla presentazione e sono rimasto profondamente e piacevolmente coinvolto nella narrazione della vita dell’autrice. L’emozione era palpabile in sala e ho apprezzato molto lo sforzo fatto per provare a raccontare il contesto in cui è nato il libro anzichè esaminare esclusivamente il testo nei dettagli.

    Dopo la presentazione ho provato a fissare alcune suggestioni e interrogativi (assolutamente senza alcuna pretesa e senza praticamente alcuna competenza filosofica) che mi sono rimasti in testa.

    Se vi possono interessare sono qui: http://porno.noblogs.org/post/2011/11/13/alcune-riflessioni-dopo-la-presentazione-di-stanze-private/

  8. Gab

    Ciao Porno, ho letto le tue suggestioni relative alla serata e all’opera di Sedgwick. Devo ammettere che ti sono rimaste in mente le cose certamente più importanti e più spinose, anche controverse. D’altronde sono proprio questi i motivi per i quali questo testo non è passato inosservato e, a distanza di anni, continua ad essere attuale.
    Concordo con te sul fatto che nel corso della presentazione si sia posto l’accento molto sulle esigenze e sui contesti (sia di Sedgwick che, ora, di Zappino) che hanno ispirato la scrittura e, ora, l’edizione italiana del testo. In particolare, su quella solidarietà viscerale – quasi, una fratellanza – tra Sedgwick e i suoi amici omosessuali, che ha visto morire di Aids; sull’esigenza di Federico Zappino, ora, di proporre alternative alla questione etero/omosessuale che sembra crescere, in Italia, in modo sempre più perverso, alimentato da una retorica pubblica becera (retorica pubblica nella quale includo anche la retorica di chi rivendica i diritti… sebbene qui il capitolo sarebbe troppo lungo). E poi, come non commuoversi dinanzi alla trasparenza del curatore e del suo racconto dei “cinque maschi” sui quali ha “testato” la traduzione?

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