Talking about revolution

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Dite quello che vi pare, ma in 36 anni di manifestazioni io scene del genere non le ho mai viste prima. I romani bloccati nel traffico del corteo che scendono dalle macchine ad applaudire i manifestanti e il corteo? Siamo proprio vicini al punto di non ritorno, parola di romano.

Intervista esclusiva a Oliviero Diliberto, FdS

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Cari anellidi, in linea con il profilo politico di questo blog, ecco il mio regalo di natale. Cosa c’è a sinistra di SeL? La Federazione della Sinistra, ora guidata da Oliviero Diliberto. E’ l’unione di Pdci, Prc, Socialismo 2000 e Lavoro e solidarietà. AdF ha intervistato il portavoce nazionale Oliviero Diliberto con 4 domandine che spero non siano troppo banali. Ricordo a tutti che io non sono un elettore di FdS.

1) Con la FdS avete fuso due partiti comunisti e altre realtà meno strutturate, sulla base del principio “prima l’unità dei comunisti”, che poi tale non è perché sappiamo dell’esistenza di partiti comunisti alla vostra sinistra. Cosa c’è nel vostro futuro, un’espansione verso sinistra, o un avvicinamento alle posizioni governative di SeL?

La Fds ha unito Prc, Pdci, Socialismo 2000 e ‘Lavoro e solidarietà’ partendo dalla consapevolezza che oggi a sinistra nessuno può più pensare di essere autosufficiente. E’ dunque indispensabile  valorizzare ciò che unisce, per fortuna molto, rispetto a quanto divide. I due partiti comunisti, da tempo, sulle grandi questioni si muovono all’unisono. Ma oggi è necessario allargare l’unità a sinistra, a partire dalle forze che hanno sostenuto la manifestazione della Fiom il 16 ottobre, che ha detto un no chiaro al modello Marchionne, ponendo delle priorità e delle discriminanti chiare, sociali e non meramente politiciste, al Paese: cultura e lavoro prima di tutto. Il discrimine alla nostra sinistra, ammesso che sia tale, è altrettanto netto: noi riteniamo che sconfiggere Berlusconi sia un valore in sé, quindi saremo parte dello schieramento di centrosinistra. In termini più chiari, va ribadito che è difficilmente ipotizzabile una convergenza con chi equipara Berlusconi al centrosinistra.

Stante l’attuale legge elettorale, come pensi si possa creare una collaborazione fra FdS e la coalizione di centrosinistra che, si spera, prima o poi verrà alla luce? Immaginiamo una coalizione SeL-Pd-Idv. (Nota: penso che il PD invece entrerà nel Terzo polo con Udc e Fli, ma questo non mi serviva per la domanda).

Non ci sono, purtroppo, le condizioni programmatiche per un ingresso della Fds nell’alleanza organica di Governo. Ma noi faremo parte della alleanza democratica più larga, che sommi tutte le forze disponibili per vincere le prossime elezioni. E’ necessario, tuttavia, fissare comunque delle priorità che devono essere realizzate nei cinque anni di legislatura: oltre ai temi squisitamente democratici (conflitto di interessi, informazione, giustizia, legge elettorale, etc.), più risorse – molte di più – al sapere e a tutti i livelli formativi pubblici, abbattimento della precarietà, questione salariale, una riforma sul fisco dal chiaro profilo redistribuivo. Non compieremo più l’errore del 2006, quando abbiamo scritto un programma di oltre 200 pagine e poi la assoluta eterogeneità della nostra maggioranza – peraltro risicatissima – ha impedito di realizzarlo. Pochi punti, dunque, semplici, comprensibili, non estremistici, condivisibili anche dagli altri alleati, ma che ci si impegna tutti a realizzare.

3) Sono anni che D’alema e altri del PD predicano per un alleanza con l’Udc. Come vedresti un ingresso di D’alema e altri settori moderati del PD nel cosiddetto Polo Nazionale, con Fini, Rutelli e Casini?

E’ possibile, più dopo le elezioni che prima, che settori cattolici del Pd siano attratti dal Terzo polo. Lo considero un sintomo della debolezza strutturale del progetto del Pd. Sono state messe insieme culture politiche diverse e differenti referenti sociali senza una solida base comune. Da anni, il gruppo dirigente dell’ultimo Pci predica un ‘oltrismo’ senza meta, esasperato e perenne. Hanno liquidato il più grande partito di massa italiano, sulla scia del crollo del muro di Berlino ed in nome di una sinistra moderna, hanno attraversato la socialdemocrazia, decretandone la fine qualche settimana fa (D’Alema al Consiglio del Pse a Varsavia), e oggi sono di fronte ad un bivio: o il ritorno nella famiglia del socialismo europeo, come ventilato da alcuni (con la conseguente uscita di una parte di cattolici), o l’accettazione definitiva dello stato di cose presente. Questa è una delle cause della prudenza di Bersani, che spesso rischia di essere confusa con l’immobilismo.
4) Sulla rivolta di Roma del 14 dicembre: a me è sembrata indice di un enorme disagio sociale da parte di almeno due generazioni, e non opera di sparuti gruppetti di black bloc. Se sei d’accordo con questa lettura, come ti poni davanti alla violenza di quella giornata? Sappiamo che la rivoluzione non è un pranzo di gala, ma per passare da un’insurrezione a una rivoluzione, non sarebbe forse necessario l’alleanza tra poliziotti e studenti, precari, operai?

A Roma il 14 dicembre c’è stata un’enorme manifestazione di oltre 100mila studenti, con la partecipazione attiva del principale sindacato operaio, la Fiom, culmine di un percorso che ha visto la mobilitazione di tantissimi giovani in tutto il Paese. E’ un evento politico che non si vedeva da anni e che considero straordinario. Io distinguerei tra la giusta volontà di manifestare di ragazze e ragazzi a cui è stato tolto tutto, compreso il diritto di avvicinarsi ai ‘palazzi del potere’ e alcuni fatti isolati di elementi quasi tutti estranei (anche anagraficamente) al movimento che in questi mesi ha occupato scuole e università. E’ chiaro che c’è stata anche una gestione dell’ordine pubblico inaccettabile, dall’isolamento della ‘zona rossa’, alle cariche indistinte, ai trattamenti riservati ai ragazzi fermati. Il movimento sta vincendo nella coscienza del Paese, riscuote simpatia e consenso di massa, e per questo fa paura a qualcuno. Da domani, deve affrontare la prova più difficile: continuare la mobilitazione, a partire dai prossimi giorni, ora che la riforma è in Senato, affermando pratiche pacifiche e democratiche.

Io sono un poliziotto…

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Il Corriere della Sera ha pubblicato una bella lettera di un poliziotto che ha partecipato in divisa agli scontri del 14 dicembre. La pubblico perché è giusto darle spazio politico e perché è anche molto bella, secondo me. Però poi rispondo, in fondo, al modo mio.

IO SONO UN POLIZIOTTO…

Io sono un poliziotto del Reparto mobile. Io c’ero martedì scorso. Ero a piazza del Popolo. A piazzale Flaminio. Ero sui mezzi a correre dove c’era bisogno. Ero ad ascoltare la radio, le richieste di aiuto dei colleghi in difficoltà. Ho letto i giornali. I gruppi di Facebook e i commenti su internet. La lettera di Saviano e gli editoriali di prestigiose firme e i commenti di gente normale. Vorrei poter dire che cosa si prova quando si è in piazza. Vorrei non dover leggere (tutte le volte) che i poliziotti scendono con l’animosità di chi si trova un nemico davanti. Noi non abbiamo nemici precostituiti. Noi non abbiamo nessuna voglia di menare le mani nè tantomeno di regolare dei conti. E quando leggo certe cose mi domando sempre: ma davvero c’è qualcuno che pensa che chi esce per lavorare lo faccia con la speranza di dover fare a botte? Noi lo sappiamo che oltre all’incolumità fisica rischiamo un avviso di garanzia o un’indagine interna nel caso si sbagli. La maggior parte di noi è sposata ed ha figli. Vi immaginate cosa prova quando gli dicono “è un atto dovuto. Nomina un avvocato”. Io non dico che noi non sbagliamo mai. Sbagliamo. Io sbaglio. Ma vorrei con tutto il cuore che chi è chiamato, giustamente, a giudicare i nostri errori vivesse una giornata insieme a noi. Perchè quando senti urlare per radio “ci stanno massacrando” e riconosci la voce di uno dei tuoi amici ti vengono i brividi. Perchè nel cuore di tutti noi c’è il pensiero di poter essere quel finanziere solo a cui tolgono il casco. E perchè è un attimo che qualcuno ti salga sulla testa e ti spenga per sempre. Alla violenza non ci si abitua mai. Ricordatevi di Filippo Raciti. E’ morto per un colpo, che gli ha distrutto il fegato. Non per un colpo di pistola. Un sampietrino, un colpo di spranga, una molotov… possono uccidere. O lasciare segni che non passeranno mai. Sono un uomo come tanti. E faccio il poliziotto. Non sono il poliziotto migliore che ci sia. Forse ho colpito gente che non lo meritva. Ma io mi sono voltato a guardare piazza del Popolo dopo averla liberata dai manifestanti. E ho visto le carcasse delle auto bruciate, le vetrine infrante, la strada devastata, i monumenti imbrattati. E già sapevo che qualcuno avrebbe detto… “ma la polizia perchè ha permesso tutto questo?” O anche “è successo perchè i poliziotti hanno provocato”. E sentivo il numero dei poliziotti feriti che saliva. Per me dietro ad ogni ferito c’è un nome e un volto. 57 feriti è statistica. 57 uomini sono 57 storie. Voi avete tutto il diritto di guardare al nostro lavoro con spirito e senso critico. Non mi voglio sottrarre alle valutazioni sulle mie azioni. Ma vorrei non venisse consentito a nessuno di giudicare il mio animo. Internet è pieno dei volti di manifestanti che raccontano di aver subito violenze da parte nostra. Alcuni hanno del sangue. Su internet non trovate i nostri volti. Le nostre ferite non le ostentiamo. Noi. Che non siamo diversi da “voi”. Che non odiamo ma possiamo avere paura. Che non vorremmo dover colpire ma a volte dobbiamo farlo. Che mercoledì 22 saremo ancora in piazza. E sui mezzi che ci portano ore prima sui luoghi più caldi ci diremo che mancano tre giorni a Natale. E che… al ritorno… speriamo di essere tutti e di non dover pensare che c’è un collega a cui far visita in ospedale. Ora dovrei mettere un nome. Ma vi ho scritto cosa faccio, non chi sono. Per questo mi firmo..

Un poliziotto

La lettera è molto bella, dicevo, e dando per scontato che chi l’ha scritta sia davvero un poliziotto, magari i poliziotti fossero tutti in grado di avere di questi sentimenti e simili proprietà di scrittura e di narrazione. Il punto è che se decidi di prendere uno stipendio come tutore dell’ordine già devi mettere in conto che puoi trovarti a tu per tu con un rapinatore armato che ti spara addosso (cosa che mi pare più pericolosa di fare da contenimento a una marcia politica, di solito pacifica). Se però lo fai in Italia, Paese ricco di tristezze politiche e ambiguità pesantissime (gli infiltrati, le bombe nelle stazioni e nei treni, la classe politica corrotta che sappiamo) tu alla fine rappresenti sempre lo STATO. Quello Stato lì, e se hai il fegato di volerlo rappresentare nella sua componente del braccio armato, non è che poi ti puoi lamentare del fatto che molto spesso il tuo lavoro ti espone alla violenza, alla paura, allo scontro fisico. O sbaglio?

Aggiungo inoltre: un agente in divisa e a maggior ragione in borghese non dovrebbe “sbagliare”, come sostiene la lettera. Perché dietro a quello “sbagliare” si celano purtroppo spesso reati e comportamenti da Vopos. Violenze inutili, soprusi, abusi, terrorismo in divisa. Le conosciamo a memoria le immagini di Genova 2001 e alcune anche di Roma 2010. Un uomo in divisa che picchia per errore un cittadino inerme forse può anche capitare, e già non dovrebbe, ma soprattutto bisogna vedere come picchia. Se è una manganellata data in punti non vitali, nella confusione di uno scontro, è un conto. Ma se è una serie di manganellate date con tutta la forza possibile sulla testa di un ragazzo a terra, direi che il criminale ha la divisa, in quei casi. Ricordiamoci sempre che a parità di reato, è molto più grave se lo commette un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, che non anche la stessa persona quando è un privato cittadino.

Sorprese che fanno piacere

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Sì, ok, non è l’accademia di Svezia. Però fa sempre piacere quando un sito internet in cui non conosci nessuno decide di fare una di quelle classifiche sui “10 migliori libri gay della storia“, e un tuo figlio di carta ci finisce dentro, in compagnia di Oscar Wilde, Michael Cunnigham e Pier Vittorio Tondelli! Alla faccia dell’amico Aelred, che ha di recente proposto un elenco dei più importanti libri gay e ha omesso ogni mia opera, quel disgraziato!

Nel frattempo, la Fazi ha pagato l’anticipo sui diritti di Tutta colpa di Miguel Bosé (mentre la Pequod di Marco Monina e Antonio Rizzo, a tutt’oggi non ha ancora pagato quanto stabilito dal Tribunale di Ancona in I grado). Sempre la Fazi mi ha anche incluso in questo suo video promozionale, assieme ai libri di punta della casa romana:

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Ovvero, la mia lettera agli studenti.

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Ho letto che Saviano ha scritto agli studenti, invitandoli a non commettere l’errore di diventare un movimento violento. Chi più, chi meno, tutti hanno condannato la violenza del 14 dicembre: sindacati, partiti, giornali, intellettuali. Si è parlato di black block, di infiltrati, di poliziotti in borghese. Si è cercato di circoscrivere il fenomeno violenza a poche persone, quando invece a me è sembrato che il disagio sociale sia esploso anche in senso fisico, e abbia coinvolto centinaia di studenti e non soltanto pochi black block. Che il disagio sociale sia esploso anche in senso fisico non è necessariamente una cattiva notizia. Però vediamo di essere molto chiari su questi temi.

Io vorrei dire delle cose terra-terra.

La prima: la violenza, da che mondo è mondo, è una delle possibili armi con cui è possibile fare politica. Se non erro, fu von Clausewitz a dire “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Ma senza andare indietro fino al generale asburgico prussiano in epoche in cui si esporta la democrazia con la guerra penso siamo tutti d’accordo nel poter ammettere che la violenza (e la guerra) sono – purtroppo – armi politiche usatissime. Anche dalle democrazie, sissignori. Ci piace che sia così? Non ci piace? Non ha alcuna rilevanza. E’ così, vale per tutti: stati, democrazie, regimi, cittadini, studenti.

La seconda: un movimento di cittadini che sceglie di usare la violenza per farsi sentire, “visto che in altri modi non sono riusciti a ottenere attenzione dal governo”, come ho sentito dire da studentesse e studenti in televisione, deve rendersi conto del fatto che quando i cittadini usano la violenza ci sono solo due strade possibili: o la via dell’insurrezione, normalmente repressa nel sangue di chi insorge, o la via della rivoluzione.

Nel caso in cui gli studenti non siano disposti a farsi letteralmente ammazzare di botte dalle forze dell’ordine (che in epoca democratica, badano a contenere e a picchiare q.b., ma in epoche autocratiche o dittatoriali, ammazzano senza rimorsi anche migliaia di cittadini, e i fatti di Genova 2001 penso che abbiano dato un assaggio di ciò, che tutti dovrebbero ricordare), e dunque se volessero passare dall’insurrezione tentata alla tentata rivoluzione (e magari riuscita, cosa che in Italia s’è vista rarissimo) l’unica strada è quella di allearsi politicamente con le forze dell’ordine. Cioè: se poliziotti & co. manifestano contro il governo per via dei tagli nel loro settore, gli studenti (e tutte le altre categorie scontente del governo) dovrebbero manifestare con i poliziotti. Lo so che sembra impossibile questa alleanza. Ma ricordatevi, cari studenti: se volete metterla sulla base di chi usa meglio la violenza, alla fine chi ha le pistole alla cintola sono le guardie, non voi. Ed è perfettamente inutile passare dal lancio di sanpietrini agli spari amatoriali, stile ’77, perché dall’altra parte ci sono degli eserciti allenati a fare la guerra e, perché no, a reprimere la guerriglia fatta dagli sparatori amatoriali.

Quindi, delle due l’una: o gli studenti tornano pacifici, o, se decidono di diventare violenti, si alleano con chi è armato ed è in uniforme, e insieme a questi, cerca di rovesciare il governo.

Naturalmente, se mai un’alleanza forze dell’ordine-studenti si dovesse creare, sarebbe contrastata da altre forze dell’ordine che non sarebbero disposte al rovesciamento del governo. Sarebbe una piccola guerra civile, in tal caso. Ma non so chi la vincerebbe, vista l’impopolarità dell’attuale classe dirigente. In ogni caso, chi decide di usare la violenza non può stupirsi se poi la repressione da parte dello Stato è violenta. Infatti, se non so chi vincerebbe questa guerra civile, so chi la perderebbe: i morti sul selciato.

Nuove foto del tipo col giubbotto beige: uno studente

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Dalle nuove foto (e da un filmato di You Reporter) è proprio chiaro che il tizio del giubbotto marrone, armato di manganello e manette, non era un agente infiltrato ma uno studente con precedenti penali. Meglio così, naturalmente. Mi scuso con la Guardia di Finanza e con chi si è sentito offeso per aver immaginato che il tizio fosse un  agente infiltrato, ma dalle prime sequenze di foto era facile commettere l’errore.

La rivolta di Roma, piena di “forSe dell’Ordine”

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***Attenzione*** Secondo il Tg3 Linea Notte del 15 dicembre, il tipo col Montgomery (o giubbotto marrone) della foto, che brandisce un manganello della GdF e un paio di manette, è stato arrestato ed è uno studente di 16 anni, con precedenti penali. Se la cosa verrà poi confermata dalla magistratura, significa che il post qui sotto ha preso un granchio. Succede, l’importante è riconoscerlo. Io, come autore del post, spero di aver sbagliato: è molto meglio che il tizio sia uno studente con precedenti penali, che non un finanziere infiltrato, travestito da studente. Su questo, penso siamo tutti d’accordo. Sc. G.

Tristemente interessante la sequenza di fotografie dalla rivolta di Roma di oggi pomeriggio pubblicata su Repubblica.it

E’ piuttosto chiaro che agli scontri sono presenti dei poliziotti in borghese, vestiti come gli studenti ma con dei particolari abbastanza riconoscibili. E’ il caso del ragazzo che indossa un cappotto montgomery marrone chiaro, col cappuccio e una maglia bianca legata sul volto a mo’ di sciarpa, e un guanto da portiere di calcio rosso in una mano. Una simile mise la si può capire solo con l’intento di essere in borghese ma non troppo, in modo da non prendere le manganellate dalle varie forze di polizia presenti (polizia, carabinieri, gdf). Questo tizio, nella foto qui sopra ha un manganello della GdF ed è vicino a un altro tizio in borghese incappucciato che protegge con la sua mano la testa di un finanziere in uniforme, al quale è stato strappato il casco. In un’altra foto, lo stesso tipo col montgomery marrone chiaro e il guanto rosso brandisce con fare minaccioso una pala (foto 10 di questa sequenza), di quelle che, ufficialmente, “gli studenti” hanno sottratto a un camioncino pieno di questi utensili di lavoro. Camioncino che, guarda caso, era pieno di questi oggetti all’interno della cosidetta “zona rossa” di non accesso, intorno al Parlamento. In una successiva sequenza, mostrata nell’edizione speciale del Tg La7 delle 1940, lo stesso tizio col montgomery è alla testa del corteo di “studenti violenti” e brandisce una transenna.