Recensione a “Il fasciocomunista”, di Antonio Pennacchi

Standard

Al bel film “Mio fratello è figlio unico“, di Daniele Luchetti, corrisponde un buon libro, più complesso e assai più disturbante della narrazione cinematografica. Accio Benassi è una sorta di Gianburrasca moderno, molto violento, nato a Latina e con una sola fede oltre a Gesù: il Duce e le sue bonifiche dell’agro pontino. Ma la vita è varia e i fratelli sono tanti (qui addirittura sei, mentre nel film solo due), e l’Italia passa dalla crisi di Cuba del 1962 agli anni di Piombo. E Accio si rende conto che l’MSI e i suoi camerati non sono poi così puliti… in seguito a una crisi di coscienza, diventa anarchico, poi comunista e quindi rivoluzionario.

Ciò che colpisce non sono tanto i radicali cambiamenti di fede politica, quanto il modo del tutto privo di empatia con cui Accio vive la sua “violenza necessaria” contro altri esseri umani. Va in giro con catene o mazze ferrate da spaccare in testa al “nemico”, che sia rosso o nero non ha importanza. Fa tutto coprendolo sempre di una patina di apparente inconsapevolezza, che è poi una carica di pura disumanità. E’ per questo che il libro disturba così tanto. Sembra a tratti di leggere le confessioni di un ultrà del calcio, che racconta i suoi scontri e li giustifica ammantandoli di ingenua inconsapevolezza. ***SPOILER*** Accio arriverà a uccidere con un pugno quello che fu un suo amico, a vedere il fratello ucciso a cinque metri da lui, e riuscira sempre ad allontanarsi a piedi da questi eventi così micidiali registrando al massimo la “legnosità delle gambe”. Alla fine c’è una dorta di redenzione, o di ricerca di uno spessore umano, tornando nei luoghi che furono del seminario. Ma rimane il dubbio: quanti uomini sono fatti così? ***FINE SPOILER***

Un romanzo importante, che prende per mano il lettore e lo fa entrare nella mente di un fascista del dopoguerra, nella terra ancor oggi più mussoliniana d’Italia. Un romanzo che spiega quanto fossero contigui i famosi “opposti estremismi”, e come fosse possibile passare da un estremismo all’altro. Una saga familiare, anche, con una mamma ingiusta e cattiva, con dentro di sè una capacità di violenza perfino nei confronti dei propri figli che non si può giustificare nemmeno tenendo conto del contesto dei sette figli e degli anni Cinquanta e Sessanta di provincia.

Antonio Pennacchi è un collaboratore di Limes e questo romanzo ha tutta l’aria di essere molto autobiografico. Con la speranza, in definitiva, che ci sia molto di inventato, o che per lo meno l’autore sia diventato un uomo capace di empatia tramite la sua talentuosa scrittura.

9 pensieri su “Recensione a “Il fasciocomunista”, di Antonio Pennacchi

  1. Sai che io ho fatto la comparsa, nel film? Qualche anno fa davanti all’università mi fermò uno e mi disse: tu sembri proprio uno degli anni 70. Ti va di guadagnare 100 euro in due giorni? E io: certo. Allora non farti la barba e non tagliarti i capelli questa settimana.

    Mi si vede in due fotogrammi eh, niente di più.

  2. Carlo: sì, sono stati raccolti e pubblicati da Laterza con quel titolo. Logicamente nel raccolgiere i racconti hanno dovuto procedere ad un alvoro di pulitura e così alcune (mitiche) pagine sono andate perse. Altrimenti se te li vuoi leggere tali e quali procurati l’archivio di Limes.

    Anelli: forse uno dei momenti piu belli è quando incontrano Pasolini sull’autostrada… Geniale!

    Io però, lo preferisco quando scrive i racconti (Shaw 150). Lì per me da il meglio (è un parere personale evidentemente , mica sono l’oracolo..).

    Nei romanzi perde un pò di freschezza (pure “Palude”)

  3. L’incontro con Pasolini è una delle pagine più belle, senza dubbio. Ho trovato particolarmente valide anche le pagine degli scontri dentro La Sapienza, con rossi e neri uniti, poi divisi da Almirante. Storicamente rilevanti, per altro. E le pagine sulla famiglia sono eccezionali. Gran talento, ma da leggere in controluce con “La banalità del male”.

  4. E’ uscito sette anni fa. Considerato che devo ancora leggere Il Paradiso, solo per dirne uno, mi pare che sia andata di lusso a Pennacchi. E poi vale ciò che scrisse Calvino all’inizio di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Oppure ciò che disse Troisi: “Gesì quelli so’ tanti a scrivere, e io sono uno solo a leggere!”

  5. Come avrai capito son un cultore di Pennacchi. Solo che son passati 3 anni da quando l’ho letto ed evidentemente non mi ricordo tutto. Sai com’è. Oltre all’incontro con PPP ricordo (se nn sbaglio) anche l’incontro con delle ragazze inglesi in vacanza (con cui quali parlava francese!).

    Riguardo ai suoi ricordi di gioventù ed alle risse alla Sapienza consiglio di procurarti gli archivi di Limes… per leggerti le sue cronache (infatti fra un viaggio in un città del duce ed un’altro si è lasciato andare a qualche ricordo ed a qaulche riflessione politico-storico-strategica).

    Della raccolta “Shaw150” ricordo il racconto “Avanti Savoia” e quell’altro sui butteri e Bufalo Bill. Ma non solo. Sabaudia poi! Poi quando racconto l’occupazione della fabbrica (e di uno che lui menò)…

    Come scorrevano quei racconti.

    Un tormentone dei suoi scritti (quasi tutti!) è la storia del fantasma del Duce (pare pentito) che gira di notte per l’Agro Pontino. Con una MotoGuzzi.

    Sulla faccenda ci ritorna in particolare in un racconto di Shaw150 (credo: son passati 4 anni da quando l’ho letto!) e poi in un capitolo di Palude (l’arrivo del Duce nell’aldilà). Forse deliranti. Ma spassosi. (A me son piaciuti anche se Palude l’avevo trovato un pò fiacchetto)

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...