Il posto (1961) di Ermanno Olmi

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Copertina del DVD per il Nord America

Ieri mi sono fidato del giudizio di Matteo Garrone, che nell’intevista al DVD di “Gomorrah” (notare la “h” in fondo, che significa che parlo del DVD per il mercato anglosassone) citava esplicitamente le sue fonti ispiratorie per il suo piccolo capolavoro. Uno dei due film citati è stato Il posto“, di Emanno Olmi, anno di grazia 1961, che per Garrone era a sua volta “un capolavoro”. Incuriosito, ho preso in prestito dalla mitica Kelly Library questo film di Olmi. Signori, giù il cappello e cinque stelle.

Il regista, qui al suo esordio autoprodotto con la vendita di una sua casa a Bergamo, riesce a descrivere una Milano del 1961 totalmente altra rispetto a quella che ho potuto conoscere io, non solo oggi ma anche negli anni Ottanta. Il mito agognato del posto di lavoro a tempo indeterminato, tipico di quell’epoca lontana, è descritto benissimo dal regista, che riesce a farlo apparire per quello che poi filosoficamente è: un traguardo ambito, un punto di arrivo e di partenza, ma anche una vera tortura, un inferno miserissimo miserrimo.

Eppure, “il posto” è quello che dà un senso a questi uomini, così piccini e semplici, chiusi in una mentalità provinciale milanesotta di allora, nella quale se correvi per strada venivi fermato da un passante in bici che ti chiedeva ragione della tua corsa (!), tu ti sentivi di doverti giustificare, dicendo che eri in ritardo e lui ti rampognava perché anziché correre avresti dovuto alzarti prima e essere in tempo (!!!) Dio santo, penso sarei diventato Renato Curcio fossi vissuto in quella Milano di allora.

Fantastiche poi le descrizioni delle selezioni di lavoro, col “test psico-tecnico”… e gli orari d’ufficio che sono sostanzialmente come quelli che raccontava Villaggio in Fantozzi, però qui c’è un umorismo sottile e timido rispetto alla comicità grottesca di Fantozzi. L’unica spostamento sulla comicità – geniale, ho riso ad alta voce come un idiota – è nella scena finale, quella della conquista del banco da lavoro più vicino al superiore, con questi che riceve la critica del suo sottoposto dell’ultimo banco quando il neo assunto occupa il banco in prima fila dell’impiegato morto da poco, e dopo aver fatto un’espressione come a dire “Ma guarda tu cosa mi tocca sentire”, poi invece va dal giovanissimo neo-assunto e lo prega di spostarsi in fondo, di liberare quel banco così ambito “Sa, per questioni di anzianità”. E come il nostro si sposta indietro, c’è una corsa degli altri impiegati ad accaparrarsi il posto fisico lasciato libero, con scorno dell’impiegato dell’ultimo banco, che potrà “avanzare” solo di una fila. Lì manca il Filini e la Signorina Silvani, ma per il resto la scena è proprio da Fantozzi.

In generale, un gioiellino, sto film, che permette di fare un viaggio nel tempo e vedere uno spicchietto di quella Italia del post boom che ha accolto la generazione dei miei genitori. Sembra, a giudicarla cogli occhi di oggi, un’Italia ESTREMAMENTE più semplice, buona, ingenua, provicinale, accogliente, illusa e affabile, così altra rispetto a quella di oggi, nella quale nei ristoranti le donne anziane si prendono la libertà di rivolgerti una parola, mentre le donne della tua età o più giovani hanno talmente introiettato l’idea di essere inferiori, che siedono tutte insieme (come facevano le mie amiche, ma alle elementari!!!) e non si azzardano a parlarti, se non dopo che le hai ben corteggiate… Hahahaha, che gran film ha fatto Olmi, e che bravi gli attori principali, dei quali per altro sul dvd non v’è traccia di nome! Si tratta comunque di Loredana Detto, futura moglie di Olmi, e di Sandro Panseri (davvero grande). Come nella tradizione del neorealismo, Olmi scelse attori non professionisti, gente presa fuori dalle scuole di avviamento al lavoro, perché secondo lui la gente dipinge sul viso ciò che sente dentro, con la vita. Molto vero, e il suo casting si rivela azzeccato oltre ogni limite.

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2 pensieri su “Il posto (1961) di Ermanno Olmi

  1. gabriele

    Gran bel film, visto anni fa su raitre, con le angosce del laureando molto scoraggiato.
    (Ma il superlativo assoluto di misero, non era miserrimo?)
    un saluto

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