La Saldana cerca l’uomo perfetto: torni su Pandora

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Ogni tanto anche AdF ha bisogno di alleggerire un po’ i toni e allora ecco che torna perfetta la dichiarazione della bella figliola qui a sinistra, Zoe Saldana, attrice 32enne di grido sulla cresta dell’onda avendo ricoperto uno dei ruoli principali in Avatar, sebbene sotto a un tale maquillage da farmi scoprire solo oggi di essere afro-americana. Oltre ad Avatar, la Saldana ha recitato nell’ultimo Star Trek e in un mazzo di altre pellicole in uscita. Ora che ha raggiunto un po’ di notorietà come prima cosa ha detto: “Sono una donna di colore e cerco l’uomo perfetto“. Provi su Pandora, allora, tra gli avatar di sicuro ce ne sarà uno perfetto. Sulla Terra, temo proprio di no. Nemmeno per le belle donne di colore.

Obama deve cominciare a raccontare storie

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Uno dei motivi per cui leggo di tanto in tanto il New Yorker, che sarebbe il tipo di rivista che Il Diario della settimana di Enrico Deaglio cercava di imitare, è che offre dei punti di vista favolosamente intellettuali e spesso originali e interessanti. Quindi siamo nel cuore di quella Sinistra liberal americana, un po’ elitaria e fiera di esserlo. Elitaria, ma non stupida. Ecco infatti che l’editoriale dello scrittore Junot Diaz, che sostiene l’importanza per Obama “di cominciare a raccontare storie” coincide sostanzialmente con l’editoriale politico di Konrad Yakabuski, del Globe and Mail, che suggeriva a Obama di scendere sul terreno del populismo per confrontarsi col populismo dei suoi avversari Repubblicani, se vuole portare a casa la Riforma sanitaria e se vuole non andare verso un bagno di sangue alle elezioni di mid-term.

Qui vi copio solo la parte più buffa dell’editoriale di Diaz:

It has always seemed to me that one of a President’s primary responsibilities is to be a storyteller. We all know the importance of narratives, of stories; they are part of the reasons our brains are so damn big. We need stories, we thrive on them, stories are how we shape our universe. Tolkien could have been talking about the power of stories when he described his One Ring: stories rule us, they find us, they bring us together, they bind us, and, yes, they can pull us apart as well. If a President is to have any success, if his policies are going to gain any kind of traction among the electorate, he first has to tell us a story.

All year I’ve been waiting for Obama to flex his narrative muscles, to tell the story of his presidency, of his Administration, to tell the story of where our country is going and why we should help deliver it there. A coherent, accessible, compelling story—one that is narrow enough to be held in our minds and hearts and that nevertheless is roomy enough for us, the audience, to weave our own predilections, dreams, fears, experiences into its fabric. It should necessarily be a story eight years in duration, a story that no matter what our personal politics are will excite us enough to go out and reëlect the teller just so we can be there for the story’s end. But from where I sit our President has not even told a bad story; he, in my opinion, has told no story at all.
Read more: http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2010/01/one-year-storyteller-in-chief.html#ixzz0dGQaEKBR

Ho scritto che i due editoriali “coincidono sostanzialmente” ma sottolineo l’avverbio: in inglese “raccontare storie” non ha la nuance negativa che ha in italiano. C’è maggiore rispetto per la narrativa, nella lingua di Shakespeare, quindi non è detto che Diaz voglia, come Yakabuski, un Obama più populista. Di certo Yakabuski vuole un Obama in grado di affabulare di più il suo pubblico, mettiamola così.

Due parole, infine, su Mr. Brown, il Repubblicano che ha vinto il seggio del Massachusettes. Considerando che in passato ha votato in favore della copertura sanitaria statale proposta dai Democratici, arriva a Washington un Repubblicano che più liberal non si potrebbe. Ciò nonostante, si è schierato in campagna elettorale contro la Riforma sanitaria di Obama puntando tutto sull’aumento di tasse federali che questa avrebbe comportato per i cittadini del suo Stato, senza che questi avrebbero beneficiato di un migliore diritto alla salute, dal momemnto che già avevano la copertura sanitaria statale. Sarà interessante vedere come voterà Mr. Brown nei prossimi anni di legislatura, quando sostanzialmente dovrà scegliere tra la voglia di confermare il suo seggio del Massachusettes, il che lo porterebbe a votare più spesso in favore di Obama che del Partito Repubblicano, oppure se voglia puntare a finire al governo di una prossima eventuale presidenza repubblicana. Non certo come presidente o vice-presidente: troppo inesperto, e il GOP ha già fatto con la Palin questo errore. Però potrebbe assicurarsi un ruolo di primo piano nel governo.

USA: Massachusettes ai Repubblicani, addio alla riforma sanitaria

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Era quasi impossibile riuscire a perdere il seggio senatoriale del Massachusettes, ma Martha Coakley c'è riuscita.

La sconfitta democratica in Massachusettes è uno di quei segnali politici che possono cambiare non solo l’andamento di una presidenza, ma addirittura l’andamento della Storia.

Il paragone su territorio italiano è semplice: è come se l’Emilia Romagna eleggesse un governatore del PDL. La sconfitta di poche ore fa è davvero un brutto segnale per la riforma sanitaria tanto voluta dai Democratici, che estenderebbe la copertura sanitaria pubblica non a tutti ma ad alcuni milioni di americani che oggi possono solo sperare di rimanere in salute. I Repubblicani, con questa vittoria a sorpresa dello sconosciuto signor Brown, raggiungono il 41° senatore al Congresso e potranno quindi ostacolare con l’ostruzionismo qualunque legge voluta dai Democratici. Ma soprattutto, perdere il Massachusettes significa che le elezioni di medio termine saranno per i Democrats un bagno di sangue, che ridarà la maggioranza del Congresso ai Repubblicani, trasformando la seconda parte del primo mandato di Obama in una presidenza ad anatra zoppa. A meno che Obama non decida di abbandonare la riforma sanitaria, ma questo appunto sarebbe un cambiare la Storia. Ed è quello che mi aspetto che succeda, oltretutto è un’analisi fatta da moltissimi altri blogger e giornalisti statunitensi.

Non c’è dubbio che l’elezione del senatore dello Stato più Blu d’America sia stato soprattutto un referendum sulla riforma sanitaria voluta da Obama e Hillary, ma una buona dose di responsabilità va data anche al Partito Democratico del Massachusettes, che ha scelto una candidata, Martha Coakley, “talmente elitaria da far apparire John Kerry come un populista con la bava alla bocca, al confronto”, come ha scritto acutamente il canadese Globe and Mail. Solo per citare un esempio, quando il Boston Globe le ha domandato se non riteneva di aver svolto una campagna troppo assente, lei ha risposto “Quale era l’alternativa? Passare i pomeriggi ai cancelli di Parco Fenley a cercare di stringer mani, fuori al freddo?”. Sì, insomma, proprio quello: e se ti fa schifo, puoi sempre fare altro nella vita, come di sicuro adesso la signora Coakley farà, essendo riuscita a perdere per 47 a 51% uno Stato che vede gli elettori democratici in una ratio di 2:1 rispetto ai repubblicani.

Congresso Arci Gay Roma: guardie private per impedire il voto

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Nei giorni scorsi si è tenuto il Congresso di Arci Gay Roma per eleggere i delegati al Congresso nazionale di Arci Gay. Su AdF non me ne sono occupato in nessun modo, ma Matteo invece se n’è occupato eccome. Talmente tanto da aver preparato un intervento, per altro bello, che poi però ha deciso di non leggere. Se dessi spazio a Matteo Proromo, che è mio buon amico, si potrebbe pensare che parteggio per lui a prescindere. Allora do spazio a Luca Amato, che non conosco direttamente. Ieri, su Facebook, rispondendo a Mauro Cioffari, Luca (coordinatore di Certi Diritti Roma, già presidente di Arcigay Milano dal 1993 al 1995) ha fornito un resoconto di ciò che ha visto. Questo è il resoconto di Luca Amato, che c’era.

[…] mentre io ed altre cinquanta persone cercavamo di entrare e di far valere i nostri diritti di soci. Ecco come ho vissuto questo scandaloso congresso e quello che è successo fuori, fra bodyguard in tenuta skinheads assoldati per respingere in malo modo chi voleva entrare per votare ed era tenuto fuori perché fuori tempo massimo per l’accredito (ma dov’era scritto, ma quando mai si è sentito?) o chi voleva solo ascoltare e gli era negato. Ho visto buttare fuori in malo modo Helena Velena, Vanni Piccolo (che si è sentito male dopo una terribile reazione nervosa), ho visto negare la validità delle tessere di un gruppo di persone insieme ad Anna del Corallo, apertamente schierate con Patanè e Trentini, e per questo appellarsi a non so bene quale norma del misteriosissimo (non è mai stato reso pubblico) statuto provinciale. Ho sentito un socio gridare che erano peggio del Vaticano, e per questo vederlo bloccato dalla vigilanza (modello Chile 1973), mentre uno dell’establishment di AG Roma gli urlava di declinare generalità e il numero di tessera per la revoca, e a quel punto mi sono visto oltre il limite di sopportazione dirgli anch’io che erano molto peggio del Vaticano e che le mie generalità erano pubbliche. Ho sentito minacce varie, richieste di aiuto ai Carabinieri, gente scandalizzata che urlava di tutto, stando ahimé fuori al freddo e al gelo per tre ore, insieme a Maccarone del Mieli, tutti e due tenuti fuori in quanto impossibilitati a votare come soci, e indesiderati come uditori.
Ho sentito anche un imbarazzato Gottardi venire su, a seguito di una mia telefonata diciamo “poco conciliante”, giustificarsi dicendo che lui non approvava certi metodi, ma che tutto era stato fatto secondo le norme, discolpandosi poiché non poteva intervenire nella gestione autonoma di un singolo circolo. L’ho sentito scusarsi con Certi Diritti (pur ribadendo che non ero lì in veste di cordinatore romano) e con il Mario Mieli (nella persona di Maccarone, anche lui lì solo come socio AG), poiché ci avevano buttato fuori, ma soprattutto ho sentito verso sera un raggiante (per la vittoria della “sua” mozione) Fabrizio Marrazzo ribadire che tutto si era svolto nel più assoluto rispetto della legalità (?), mentre io gli facevo notare che lo spettacolo che aveva offerto era a dir poco indecoroso, che data la maggioranza schiacciante e le truppe cammellate che ancora una volta dimostrava di avere, era veramente superfluo impedire di votare a qualche decina di oppositori e che il ritorno di immagine interno ed esterno che il mondo dell’associazionismo gay, grazie a lui, aveva ancora una volta offerto era assolutamente vergognoso.
Così come trovo vergognose certe neppure troppo velate allusioni sulla moralità del candidato presidente Patanè che anche da persone insospettabili mi sono state fatte, per giustificare la scelta della mozione Inarrestabile Cambiamento. Io, al contrario di te, Patanè l’ho conosciuto e credo che davvero possa dare una sterzata a quella che considero (almeno in parte) ancora la mia casa, visti gli anni di militanza in AG. Del resto ogni leader di questo sgangherato movimento si è visto almeno una volta affibbiare una patente di disonestà… C’è quasi di che esserne orgogliosi.
Concludendo, ti posso dire che davvero non è stata una bella esperienza……

Emmatar e Avatar

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Ieri ho visto AVATAR e volevo parlarvene. Il film va visto al cinema, non è un capolavoro di trama (anzi) ma gli effetti speciali in 3D sono tali che il film non va visto in tv, ma in un cinema possibilmente grande. L’idea nodale non è niente male: quello di poter vivere in una realtà virtuale che alla fine non fa più capire quale sia la realtà e quale sia il virtuale. Il secondo messaggio, scontanto anzichennò, è il rispetto per la natura e per il proprio territorio. Cmqe fra poche settimane esce ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE per la regìa di Tim Burton, e vi assicuro che sarà molto meglio di Avatar, anche a livello di effetti speciali 3D (ho visto il promo al cinema prima di Avatar, non vi dico altro).

Detto ciò, la campagna elettorale di Emma Bonino e dei Radicali si apre con questo video qui sopra, che è semplicemente geniale. Questo blog ha già dichiarato il suo endorsement per Emma Bonino alla Regione Lazio ma vorrei aggiungere che Mario Adinolfi ha già fatto i complimenti alla Polverini per la sua elezione, quando ha saputo che non veniva candidato lui stesso (!) come vice, bensì la sora Emma. Ebbene, io penso che Mario Adinolfi s’intenda di poker e di scommesse sportive, ma quando si parla di politica, di cinema o di letteratura ha già dimostrato più volte di non capirci una sega. La previsione di Adinolfi è, insomma, un’ulteriore conferma che la candidatura di Emma è la migliore possibile e che il Lazio si potrebbe vincere. Magari di un pelo, ma si potrebbe vincere.

Coppie e Angeli

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Gente, San Valentino si avvicina e se non sapete cosa regalare al vostro lui o alla vostra lei, ricordatevi di COPPIE e di ANGELI DA UN’ALA SOLTANTO. Beh un po’ di sana autopromozione, visto che diversi anellidi ancora non hanno letto COPPIE. Sul mio sito usufruite dello sconto web, potete pagare come vi pare, e i libri vi arrivano comodi comodi a casa. Le nuove edizioni, inoltre, sono stampate su una carta prestigiosa. Volete anche una fettina di culo tagliata vicino all’osso?

Pasolini visto dalla “meglio gioventù” dell’Ontario

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Una delle cose divertenti di questo dottorato canadese è l’impatto che alcuni mostri della letteratura italiana hanno sulle menti dei miei studenti del Nuovo mondo. La scorsa settimana sono riuscito a riassumere in un paio d’ore scarse gli elementi principali del Pasolini prosatore e polemista. Non è mica facile spiegare Pasolini a un pubblico di ventenni che non hanno le basi della cultura eurocentrica, da Marx a Freud. E allo stesso modo, non è per niente facile che i miei studenti possano comprendere il discorso linguistico di Pasolini leggendoselo in traduzione inglese… ho letto la versione che leggono loro di Ragazzi di vita (intitolata, giustamente, The Ragazzi) e mi sono subito reso conto che per quanto il traduttore possa esser bravo, ha fatto subito una scelta discutibile: trasformare il dialetto, o meglio ancora, l’italiano regionalizzato e romanizzato di Pasolini e dei suoi personaggi, in uno slang volgare e da strada.

Morale: gli studenti canadesi capiscono che i ragazzi di Pasolini sono dei disperati, privi di educazione, spesso morti di fame, fuoriusciti dalla guerra, criminali, disposti a tutto per sopravvivere, ma non possono cogliere la bellezza tridimensionale di un linguaggio parlato che si estende anche allo stesso narratore. Mancando spesso loro, inoltre, d’ogni riferimento al marxismo e al pensiero gramsciano, viene difficile capire le scelte di Pasolini, la sua carenza di trama, la sua attenzione quasi maniacale ai tanti personaggi tutti simili. Sul retroterra gramsciano ho potuto fare qualcosa e spiegare l’essenziale. Ma quando si è trattato di spiegare le linee generali del marxismo, mi sono dovuto arrendere per mancanza di tempo. Ho detto alla mia classe: ragazzi, non vi posso riassumere il pensiero di Marx in cinque o dieci minuti. Sappiate solo che è stato uno dei pensatori politici più importanti della storia dell’Uomo, e che da lui discendono vari tipi di pensiero socialista, quello che ha messo gli sfruttati e gli ultimi al centro dell’attenzione. Sappiate anche che lo stesso Marx non si definiva, alla fine della sua vita “marxista”, ma “marxiano” perché i suoi seguaci erano spesso andati all’estremo del suo pensiero e lo avevano interpretato e piegato in modalità distanti da quelle che lui stesso intendeva. Per il resto, occorre proprio che vi leggiate un sunto sul pensiero di Marx da soli a casa, per capire qualcosa di più di Pasolini.

Ancora: sto correggendo i reaction papers della mia classe su The Ragazzi, e devo dire che ho proprio una buona classe. Senza avere la cultura necessaria per capire il retroterra gramsciano o marxiano di questo romanzo, i miei studenti sono riusciti spesso a captare il senso oppure a captare che ci sia qualcosa d’altro dietro alle descrizioni dettagliate della povertà materiale dei vari Riccetto & co. E sono belli anche i paragoni disgiuntivi tra il neorealismo di Ladri di biciclette, film visto in classe, e il super-realismo di Pasolini, che qualche studente si è giustamente spinto a etichettare come “Hugoesque”. Bravo!

Dov’è che Pasolini, tuttavia, vince? Vince nel riuscire a coinvolgere, perfino quando tradotto malamente in inglese, dei ventenni del 2010 nati in Ontario. Vince nell’affabulare. Vince nel risultare non piatto, non normale, non banale. Vince nel rimanere interessante e nell’incuriosire i miei studenti. Che infatti vogliono saperne di più, sia dei suoi romanzi che dei suoi film. Caro PPP, anche stavolta hai vinto tu.

In ogni caso, c’è da riflettere sul sistema educativo nord americano. In classe ho studenti che studiano Filosofia o Economia, che di certo conoscono Marx bene, almeno per la loro età e il loro livello. Ma l’altra metà non lo ha quasi mai sentito nominare, perché al liceo nessuno gliene ha parlato. Chissà se gli studenti italiani degli Istituti tecnici si maturano con lo stesso tipo di gap culturale sulla filosofia. Sarebbe da verificare.