Nomen omen

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Ora, quando si parla di nomi io dovrei solo stare zitto. Eppure, è uscita questa ricerca tedesca, che meravigliosamente potrebbe essere riassunta con una delle frasi dette da una delle prof intervistate: “Kevin non è un nome, è una diagnosi”. Io mi sono sempre trovato a spiegare come hazzo mi chiamo: fossero professori, amici o perfino studiosi d’arte, a meno di trovare il patito del Surrealismo russo, nessuno ha mai collegato “Sciltian” a “come il pittore di Rostov”. E’ successo talmente poche volte che me le ricordo tutte e 4. Quattro in 35 anni, mica male, no?

Ora, la ricerca mi mette un po’ in crisi. Perché se in effetti la mia famiglia conferma la sostanza della ricerca (nomi ricercati e acculturati corrispondono a famiglie ricercate e acculturate, mentre nomi televisivi e dello spettacolo corrispondono a famiglie poco istruite e boccalone) si alza atroce il dubbio: e io, che volevo chiamare i miei figli Candy, Terence*, Lady Oscar, Lamù e Ataru, non lo potrò più fare?

* = Voi ci scherzate, ma l’ondata dei Terence in Italia c’è stata eccome, proprio quando le donne della mia generazione hanno cominciato a essere in età da figli. Sia detto per inciso, sto scherzando: non ho mai pensato di chiamare i miei figli Candy, Terence, Lady Oscar, Lamù e Ataru. Al limite, Aktarus.

Come si vive a Toronto

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1787185Beh insomma, dopo 3 anni che vivo qui, penso di poter dire qualcosa. Toronto è una città brutta (calcolate che io vengo da Roma, però, non da Latina o Pescara, in confronto alle quali Toronto è uno splendore) nella quale la qualità della vita è davvero molto alta. Se è vero che ogni città ha un’età che è data non dagli anni dalla sua fondazione, bensì dall’età che la maggioranza della sua popolazione attiva ha, direi che Toronto ha proprio 30 anni. L’età di mezzo, degli uomini giovani, l’età famosa di Tondelli e di Bachmann. Una caratteristica di questa città è il sorriso della gente che cammina per strada. Sembrano tutti soddisfatti di ciò che hanno combinato fino a quel tratto della propria vita, e se sono venuti a vivere qui – come nel 54% dei casi di tutti gli abitanti di Toronto, record mondiale – è perché volevano migliorare il proprio tenore di vita, e ci sono riusciti. Toronto è una città nella quale vivono, considerata la GTA, circa 6 milioni di persone. Eppure, il traffico si concentra lungo alcune arterie principali ed è, per lo più, sempre scorrevole. Mi è capitato spessissimo di pedalare in bicicletta in orari di punto lungo strade larghe e deserte, parallele di strade più larghe e piene di traffico. Il canadese è così: se deve andare da A a B, prende la strada dritta principale, mai quella parallela. Mai, eh? Nemmeno le autoambulanze o i vigili del fuoco. Pare sia un obbligo della loro religione, non so. Fatto che sta nelle parallele non c’è anima vivia. Ve lo immaginate a Roma?

A Toronto si compra un monolocale di 38 mq in centro per il costo di un box in periferia a Roma. 88 mila euro e passa la paura. Certo, va anche detto che i salari sono circa 4 volte quelli italiani, per cui qui si comprano casa col mutuo decennale tutti, a partire dai 22-23 anni. I palazzi hanno lo scivolo per l’immondizia indifferenziata, ma siccome poi ci sono tante e tali di quelle immondizie riciclabili, finisce che quando usi lo scivolo chiami gli amici per celebrare.

Toronto è tutta in piano e ha dei grandi parchi in alcune zone, e dei piccoli punti verdi un po’ ovunque. Ma in generale, alberi e piante sovrastano ogni quartiere della città, a ombreggiare ogni marciapiede e a rendere certi scorci da levare il fiato. A Toronto è quotidiano vedere scoiattoli neri o marroni che cercano ghiande, orsetti lavatori, procioni, e cani. Credo ci vivano almeno 3 milioni di cani in questa città. E in tre anni, ho visto uno stronzo per terra una volta sola. Perché i padroni dei cani qui girano armati di sacchetti e raccolgono ogni signolo pezzo di cacca che il loro Fuffi lascia. Mai visto qualcuno evitare di raccogliere la propria merda. Mai. Eppure ci sono 800.000 italo-canadesi.

Toronto è una città nella quale vivono in armonia una roba tipo 256 etnie. Per cui quando osservi una mezzora di struscio su Yonge Street, la strada più lunga del mondo (arriva al polo Nord, scusate) è come osservare il ponte di Star Trek: impossibile vedere due passanti dello stesso gruppo etnico uno di fila all’altro. A Toronto le prime tre lingue sono: inglese, italiano, mandarino. Poi il francese, quindi il cantonese.

Toronto ha un sistema di trasporti urbani un po’ costoso, ma molto efficiente. Non tanto per la sua estensione della metro, di poco superiore a quella di Roma (quindi poco!) quanto per il servizio di bus a orario, di bus per handicappati eccetera.

Toronto è la città al mondo più amichevole per chi gira in carrozzina. E per i pedoni: se un automobilista vede che sei fermo sul marciapiede vicino a un passaggio pedonale, non ci sono santi: si ferma e attende che tu decida di passare. Sempre.

Toronto è sul parallelo di Firenze, per cui in inverno ha le stesse ore di luce di Roma. Fondamentale per superare in allegria gli inverni.

A Toronto comincia a nevicare verso metà novembre e finisce verso metà marzo. Ma nel resto dell’anno ci sono altre tre stagioni vere, con un fantasmagorico e coloratissimo autunno, una frizzante primavera e un’estate calda e asciutta.

A Toronto c’è un isola davanti, dove la gente va a fare il bagno e tiene le barche a vela. La città si affaccia su un lago che è più grande del Mar Adriatico.

A Toronto non c’è quasi criminalità, anche se qui tutti si preoccupano di cominciare ad avere 80 morti all’anno tra incidenti stradali e crimine. Significa che se sei donna e vuoi girare in minigonna alle 3 del mattino, non ci sono grandi possibilità che qualcuno ti importuni. A Roma credo che muoiano 250 persone solo di incidenti stradali, poi c’è il crimine. E basta che tu sia donna e che respiri per essere scocciata anche di mattino.

A Toronto si sta da dio. Non sarà il paradiso, ma ci si avvicina assai. E ha un aeroporto che quando poi vedi Fiumicino, ti inginocchi e piangi: capisci quanto Roma sia la capitale di una nazione del Terzo mondo avanzato.

Afghanistan: un governo di pusillanimi per una nazione di boccaloni

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guerraOgni settimana muoiono diversi soldati canadesi, inglesi e americani in Afghanistan. Nelle rispettive nazioni c’è dolore, fierezza, compostezza e solidarietà per le famiglie dei morti ammazzati. Ma non si bloccano le manifestazioni politiche, gli scioperi o altri eventi non festivi. A dire il vero, non si bloccano neppure gli eventi sportivi. Queste società sono forse più ciniche, meno umane? No. Secondo me sono semplicemente conscie di essere in MISSIONE DI GUERRA. Perché tale è stata chiamata dai partiti politici che l’hanno votata nei rispettivi Parlamenti. Ecco la prima differenza con l’Italia: PDL, Lega, UDC e PD chiamano la missione in Afghanistan “missione di pace”, perché così ha un appeal migliore e soprattutto perché così si può aggirare l’art 11 della Costituzione italiana.

Io sono un uomo di Sinistra che odia gli stereotipi. Secondo me l’art 11 della nostra Costituzione ha un bel valore ideale (chi non vorrebbe eliminare la guerra dalla faccia della Terra?) eppure sappiamo tutti che oltre un certo punto, solo la violenza può difendere dalla violenza altrui. Questo vale quando difendi te stesso dalle bombe carta dei naziskin fuori dal Coming Out, così come nei rapporti tra le nazioni. Per cui per me l’art. 11 è da riformare in modo intelligente, aprendo la possibilità per il nostro esercito di partecipare a missioni di guerra sotto bandiera ONU, per fare un esempio.

A ogni modo, nelle missioni di guerra, si mandano i SOLDATI. I quali, non sono stupidi. E sanno che da una missione di guerra si può tornare essenzialmente in tre modi: sulle proprie gambe, su una sedia a rotelle o in una bara. Se un soldato muore ammazzato in una missione di guerra non è necessariamente un eroe: è un soldato che ha fatto il suo dovere, merita tutto il rispetto e la fierezza che si deve verso un soldato della propria patria morto in una guerra sotto bandiera ONU. E magari, al soldato morto in guerra gli puoi e devi organizzare un bel funerale di Stato: a lui sì, perché è morto per lo Stato o per l’ONU, che è il consesso degli Stati. Al principale presentatore di quiz televisivi che muore di vecchiaia, invece, i funerali di Stato NON VANNO concessi, se non altro per non imbastardire il concetto di onore e di fierezza verso chi è morto per la propria collettività, se non vi garbano le parole Stato, patria, bandiera eccetera.

La cosa che odio di più sono quei politici che hanno votato in favore di una missione di guerra ONU (per inciso: che considero anche io una missione giusta e utile, dal momento che è la risposta all’attacco dell’11/9 contro Al-Quaeda: molto diversa dalla ridicola e vergognosa guerra preventiva contro l’Iraq di Saddam Hussein, che non a caso non aveva bandiere ONU sopra), l’hanno chiamata “missione di pace” e oggi, ma solo oggi che sono morti addirittura 6 soldati italiani (per un incredibile totale di 21 in 6 anni!) dicono che occorre una “exit strategy”. Oh, ma scherziamo?? E’ una GUERRA, dura da 6 anni, abbiamo avuto il culo di veder morire “SOLO” 21 soldati, non i 210 del Regno Unito, per dire, non i 449.000 del Regno Unito contro Hitler dopo 6 anni, e ci vogliamo ritirare? Ma allora non crediamo che sia una missione giusta e utile! Siamo lì solo per scena? Oppure quando diciamo che è una “missione di pace internazionale” ci crediamo davvero, e quando qualche soldato torna morto, la cosa procura sopresa?

A me non piaccciono gli ipocriti, i politici pusillanimi della Lega che OGGI invocano l’exit strategy, e nemmeno quei giornalisti che ti organizzano una manifestazione per difendere la libertà di stampa e che poi, perché son morti 6 soldati in guerra, la cancellano. Se la libertà di stampa è in pericolo, occorre  manifestare sempre e comunque. Se non è in pericolo, la possiamo rimandare a quando vi pare, a prescindere dal motivo: tanto si stava solo scherzando.

The End of the World – Matt Alber

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Tonight I saw a movie that touched a few chords inside me. It’s entitled The New Twenty, and for those who can understand what I mean, it’s a XXI century St.Elmo’s Fire, a film I really loved. The soundtrack for The New Twenty is a gem, and since I care for you all, I post the music video hereby.

Matt Alber – End Of The World

I don’t want to ride this roller coaster
I think I want to get off
But they buckled me down
Like it’s the end of the world
If you don’t want to have this conversation
Then you better get out
Cause we’re climbing to our death
At least that’s what they want you to think
Just in case we jump the track
I have a confession to make
It’s something like a cork screw

I don’t wanna fall, I don’t wanna fly
I don’t wanna be dangled over
The edge of a dying romance
But I don’t wanna stop
I don’t wanna lie
I don’t wanna believe it’s over
I just wanna stay with you tonight

I didn’t mean to scream out quite so loudly
When we screeched to a halt
I’m just never prepared
For the end of the ride
Maybe we should get on something simpler
Like a giant balloon
But I’ve got two tickets left, and so do you
Instead of giving them away to some stranger
Let’s make them count, come on
Let’s get back in line again and ride the big one

Don’t you want to fall, don’t you want to fly
Don’t you want to be dangled over
The edge of this aching romance
If it’s gonna end, then I wanna know
That we squeezed out every moment
But if there’s nothing left can you tell me why
That it is you’re holding onto me
Like it’s the end of the world

Trasloco

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I traslochi sono degli eventi inevitabili, nel corso di una vita. Ora che le nostre vite si sono fatte anche virtuali, i traslochi virtuali sono diventati altrettanto inevitabili. Quando il 20 marzo del 2004 ho cominciato a postare su Il Cannocchiale per il mio blog www.anellidifumo.ilcannocchiale.it non avrei mai immaginato che questo piccolo vezzo sarebbe diventato un hobby e poi una specie di passione, o comunque un’abitudine piacevole. Tramite il mio blog ho incontrato moltissime persone interessanti. Con alcune di loro i rapporti sono rimasti tuttora sul piano virtuale, con altre invece ci siamo dati da fare per stringerci la mano nello splendore delle tre dimensioni. Tramite il mio blog ho potuto confrontarmi con persone convinte di vedere nel Sultano una sorta di semi-dio e ho così imparato a capire e comprendere meglio il punto di vista dell’italiano medio, che di solito ama poter delegare il potere politico all’Uomo forte, soprattutto quando questi gli assicura di poter continuare ad aggirare regole e leggi un po’ a suo piacimento. Adesso, a distanza di cinque anni, è venuto il momento di trovare una piattaforma meno traballante di quella del Cannocchiale. Ricominciamo dunque da qui, su WordPress, tenendo conto del fatto che sul Cannocchiale gli AnelliDiFumo sono stati letti e cliccati 840.000 volte. Ah, faccio presente che c’è un leggero cambio nel nome del blog: siccome il mio nome è stato usurpato da qualcuno, da oggi questo blog si chiama Anellidifum0, con alla fine uno zero al posto di una “o”. Forse vi servirà ricordarvelo quando mi cercherete.

Naturalmente, devo ancora imparare tutto di queste nuove mura. Ci sarà il tempo per farlo, spero. Intanto, benvenuti, welcome, willkommen, benvenue, benvenidos a tutti.